Il vissuto sessuale e il corpo nella famiglia – G.G.

Il vissuto sessuale e il corpo nella famiglia – Gilberto Gobbi

 Il progetto sessuale – L’argomento è allettante e il materiale, che si è andato accumulando negli anni di psicoterapia individuale, con la coppia e sessuologica, è molto. Gli aspetti da affrontare sono tanti e svariati. Il tempo concesso limitato. Mi atterrò, pertanto, alla presentazione di alcune implicazioni circa il vissuto sessuale nel contesto della relazione familiare, per poi passare all’analisi di un caso, in cui sarà possibile constatare le implicazioni familiari sulla costruzione del sé sessuato. Occorre tener conto dei seguenti aspetti, che connotano la sessualità e il vissuto sessuale della persona e che fanno parte integrante del pro getto sessuale.

Questi aspetti sono:

– l’unitotalità della persona nelle sue dimensioni biogenetiche, psico-socio-affettive e valoriali;

– la sessualità permea e conforma tutta la personalità;

– la sessualità è un evento essenzialmente psicosomatico;

– la costruzione dell’immagine corporea è profondamente connessa con il proprio corpo e con i vissuti sessuali;

– il nucleo familiare ha una sua modalità nel vivere le relazioni, gli affetti, le emozioni e i corpi dei propri membri;

– entro queste relazioni e vissuti dei corpi e della sessualità si conformano l’immagine di sé del bambino e i suoi vissuti sessuali;

– il nucleo familiare costituisce un organo vivente, i cui soggetti sono profondamente legati tra di loro e tra di loro interdipendenti sotto tutti gli aspetti, ed hanno regole non dette, ma determinanti per la vita di ciascuno e per quella complessiva;

– le disfunzioni sessuali hanno sempre una connessione con una cattiva immagine di sé e con le difficoltà con il proprio corpo.

Ogni individuo sin dal suo costituirsi ha insito in sé un progetto sessuale, che si attua e si articola nei primi anni dell’infanzia ed assume una sua strutturazione pressoché definitiva durante l’adolescenza. Alla base di questo progetto vi è il materiale biogenetico, che si interseca profondamente con i modelli psicosociali, che inizialmente sono presentati e vissuti dal nucleo familiare in cui l’individuo si trova a crescere e successivamente con i gruppi sociali con cui condivide parte del suo tempo. La coniugazione del materiale biogenetico con i modelli psico-sociali della sessualità sono soggetti alle reazioni personali che ognuno ha nell’elaborazione del sé sessuato e che implica l’individuazione di genere, da cui storicamente scaturiscono i comportamenti di ruolo maschili e femminili.

  La famiglia e il programma sessuale – La famiglia è il fondamentale portatore dei fattori che inducono lo sviluppo del programma sessuale, in quanto: – fornisce il materiale genetico che struttura fisicamente il sesso; – offre modelli e altri segnali di riferimento per l’elaborazione del sé sessuato; – è un piccolo teatro dove ognuno impara a recitare i! suo ruolo maschile e femminile. E all’interno dello spazio psico-affettivo della famiglia che l’individuo percepisce se stesso e struttura l’immagine di sé attraverso la percezione dei corpi dei vari membri, elabora, cioè, il proprio sé sessuato. Nello schema successivo viene visualizzato come la famiglia e la reazione personale incidono per la costituzione del sé sessuato.

Il caso di Mariangiola – Da questa presentazione sintetica, presento il caso di Mariangiola, che ci permette di constatare come un’immagine di sé distorta si costruisce all’interno della famiglia, radicandosi negli anni e di verificare come tale immagine negativa ha notevoli incidenze sul vivere la propria sessualità in modo profondamente disfunzionale. Mariangiola, quando mi vede in sala d’attesa, mi accoglie con un sorriso. Entra nello studio, rimane in piedi e, sempre sorridendo, esclama: “Dottore, finalmente sono la signora …“, quindi si accomoda rilassata sulla poltroncina, aggiungendo: “Sono diventata normale. Ho verificato che sono normale… Anch’io posso fare all’amore..:’ Dopo 15 mesi di psicoterapia, il lavoro è terminato in modo profondamente soddisfacente. La cliente lo esprime chiaramente. Anch’io, che ho creduto “contro ogni speranza”, posso ritenermi soddisfatto. Mariangiola, quando inizia la terapia, ha 28 anni e mezzo, svolge l’attività di impiegata ed è sposata da quasi tre anni. Al primo appuntamento vengono assieme, marito e moglie. La richiesta è di “essere aiutata a superare delle difficoltà sessuali. – perché non hanno ancora avuto rapporti sessuali, malgrado i quasi tre anni di matrimonio… Hanno tentato tante volte, ma inutilmente. Lei ha molte difficoltà, sente molto dolore, non accetta la penetrazione “Pur desiderandola intensamente” Lei vuole che vi sia un ultimo tentativo, due settimane prima di decidersi di telefonare per l’appuntamento. Prima del matrimonio da entrambi era stata fatta la scelta di non avere rapporti sessuali. Le effusioni erano molto limitate, anche perché lei, pur desiderandole, cercava in tutti i modi di evitarle. Lui è sempre stato ai suoi desideri, anche se dopo il matrimonio ha avuto momenti di fermezza e di ricerca della “soluzione” del problema. Si dice molto innamorato e dispiaciuto della situazione, ma certo della soluzione… “perché Mariangiola mi ama,… deve solo acquisire sicurezza e tranquillità, poi tutto diverrà più semplice”. Lei si sente mortificata, piange, non comprende il perché della situazione, è confusa, addolorata. Ha un profondo desiderio di maternità… “Ancora prima di sposarci avevamo deciso di avere un figlio subito dopo il matrimonio e invece neanche un rapporto sono capace di fare, immaginarsi un figlio!”. Dicono di essere disposti a tutto, a fare una terapia individuale e anche di coppia. Il sessuologo è l’ultima spiaggia. Programmo dei colloqui separati e dico che successivamente avrei deciso la metodologia, se fare una terapia di coppia oppure individuale. Dopo i colloqui separati decido per una psicoterapia con Mariangiola. Ciò viene comunicato in un breve incontro con i due, motivando che Mariangiola ha bisogno di una maggiore conoscenza di sé e del suo corpo (l’immagine di sé). La signora, guardando il marito e sorridendo appena, esclama: “Te lo avevo detto che avrei avuto bisogno di terapia!”. Non sembrano esserci resistenze, ma la massima collaborazione da parte di tutti e due. Ovviamente dico loro che da questo momento “L’astinenza è d’obbligo”. Inizio il lavoro con Mariangiola, consistente in un training psicoterapeutico analitico a mediazione corporea, cioè con l’uso del rilassamento, con frequenza settimanale. Ogni seduta di 50’ è così strutturata: i primi 10/15’ di rilassamento, seguiti da verbalizzazioni e analisi dei contenuti, dei vissuti, prese di coscienza, rivisitazione di fatti e avvenimenti, attuali e del passato. La disfunzione sessuale – il vaginismo – resta nell’ombra, non è argomento specifico delle sedute, se non inizialmente per analizzare vissuti, percezioni, sensazioni, stati d’animo, paure, ecc., e per ricostruire la sua storia sessuale. Fin da subito, di fronte alla sua difficoltà di chiudere gli occhi e di lasciarsi andare, opto per la tecnica di Jacobson, che le permette di acquisire capacità di distensione delle varie zone, comprese quelle perigenitali. Emerge una immagine di sé “frastagliata”, con dominio della testa e quindi della razionalizzazione: tutto deve passare dalla testa, che ogni cosa deve dominare. Vi è rigidità negli arti superiori e inferiori, e il vuoto – l’ignoto, lo sconosciuto – per ciò che attiene la zona genitale, esterna ed interna. Un vuoto-pieno che scatena ansia e panico, e che in certe circostanze è un pieno di dolore. A quasi 29 anni non era mai stata da un ginecologo e non se la sentiva di andare. “…piuttosto, se c’è d’andare, resto cosi!”, afferma durante la terza seduta. A mano a mano che si procede con il rilassamento e l’analisi aggiungo l’immaginazione e vi è in lei la presa di coscienza di dover ristabilire una corretta geografia corporea, quale tappa obbligatoria perché l’identità corporea possa strutturarsi, e quale momento preliminare ad una risposta sessuale corretta. Interiorizza che il suo spazio corporeo disfunzionale si era espresso anche al di fuori della zona genitale, con algie pelviche a livello del ventre e delle emicranie proprio quando si presentava nel passato l’eventualità di tentare la relazione sessuale, e che aveva attivato uno spostamento verso l’alto, attraverso una razionalizzazione eccessiva delle sensazioni, delle emozioni, dei senti menti, quale meccanismo di controllo intellettuale, che impediva di lasciare vivere in se stessa le emozioni del tempo presente. E’ attraverso questa presa di coscienza che rivisita la collocazione di sé, con la propria corporeità, nel contesto della famiglia d’origine e si domanda “se si è effettivamente sposata o se ha solo cambiato residenza”. Nel frattempo sono passati 6 mesi: il materiale che, all’inizio era stato presentato come una cronistoria, che occorreva fare, ora assume un significato pregnante nella sua vita. Il rilassamento procede bene: lei si percepisce totalmente sia a livello di segmentazione che a livello della totalità di sé. Vi è ancora una parte oscura, quel la interna, che inizia a immaginare e quindi anche leggermente a percepire. Accenna che nei giorni precedenti aveva pensato ad una visita ginecologica, ma che non è ancora arrivato il momento. Riparla di sua madre che era andata la prima volta dal ginecologo solo dopo essere rimasta incinta e che non aveva mai ritenuto di portare lei durante l’adolescenza, anche se era stata sollecitata più volte da parenti in quanto a 16 anni non le era ancora venuto il menarca, arrivato verso i 16 anni e 3 mesi. Quello era stato un periodo molto difficile: frequentava il biennio di segretaria d’azienda presso un istituto religioso ed era molto depressa. Ha ripetuto il secondo anno. Si percepiva lunga, alta, magra e brutta. Su consiglio di una sua insegnante aveva avuto cinque colloqui con una psicologa religiosa, che aveva considerato la sua depressione come propria dell’adolescenza e del ritardo delle mestruazioni, non c’era da preoccuparsi, mentre le raccomandava di seguire la mamma nella sua malattia. Mariangiola ricorda e vive sua madre “depressa da sempre”, fin da quando lei e sua sorella erano piccole; la vede chiusa in casa, seguita da uno psichiatra, da cui occorreva portarla ogni due o tre mesi. Da quando lei ha la patente, dai 18 anni, tale incombenza è sua, anche dopo il matrimonio. Ogni giorno le telefona almeno due volte, e alla sera prima di andare a “casa sua” passa dalla mamma: “è un mio dovere”. Già tra i 17/18 anni pensava che lei non si sarebbe mai sposata, per accudire la madre, ma principalmente perché nessuno mai si sarebbe potuto innamorare di lei “con quel corpo che si ritrovava”. Non invidiava le compagne e sua sorella che avevano il ragazzo. Tra i 22 e i 23 anni ha vissuto un lungo periodo di conflitto prima di accettare il corteggiamento di colui che sarebbe dovuto diventare suo marito. Il matrimonio era stato il risultato della costanza del fidanzato. Per lei non c’è mai stato un vero distacco dalla casa materna. Non ricorda di avere visto tenerezze ed affettuosità tra i suoi. Il clima era austero, non si poteva parlare forte e ridere, “né tanto meno di certi argomenti”. I vestiti dovevano essere eleganti, ma coprire tutto. Spesso la mamma le ricordava la sofferenza alla nascita delle figlie e diceva che, se avesse potuto tornare indietro, non si sarebbe sposata. Dei rapporti sessuali aveva sentito affermare: “Quella cosa che gli uomini vogliono, ma non sanno il dolore che causano alle donne”. Da sempre per Mariangiola il rapporto è associato al dolore. Il padre, di 64 anni, da sempre camionista, c’era poco a casa, stava lontano dalla famiglia anche due o tre giorni; non si interessava dei problemi della casa, che con il tempo erano stati demandati a Mariangiola, “L’uomo di casa”, così si sente considerata. La sorella, fidanzata ancora molto giovane, si laurea e si sposa, disinteressandosi quasi completamente della situazione familiare… “Penso che si sia sposata per uscire di casa. Non so come sia la sua situazione matrimoniale. La vedo molto insoddisfatta… Recentemente mi ha confidato che tra lei e suo marito le cose funzionano poco… Non so se vuole figli, non ne parla,… potrebbe essere nella mia stessa situazione…” Verso la fine del dodicesimo mese di psicoterapia, prende il coraggio di parlare a suo padre e a sua madre, dicendo che non sarebbe andata dallo psichiatra con la mamma e che anche lei ha i suoi impegni di lavoro e della “sua” famiglia. Contemporaneamente fissa un appuntamento con una ginecologa, da cui va un pomeriggio. E’ molto agitata e, mentre si prepara, sviene. La ginecologa non la visita, ma si sofferma a parlare della situazione disfunzionale, la tranquillizza, la incoraggia di proseguire la psicoterapia e si dimostra “umana e comprensiva”. Nel frattempo modifica il modo di vestire, “come le sarebbe da sempre piaciuto fare”; affronta le continue lamentale della madre, a cui non tutti i giorni telefona e da cui passa solo qualche volta durante la settimana. La casa incomincia a viverla come “sua” e a sentirsi innamorata del marito. E’ molto aperta con lui, che sente essere “il suo uomo”. Svolge con lui una serie di esercizi da me suggeriti per facilitare l’intimità psicofisica e la percezione delle proprie sensazioni. Verso la fine del quattordicesimo mese di psicoterapia torna dalla ginecologa e permette la visita. Lascia libero sfogo a sentimenti ed emozioni. Afferma che non “deve” avere il permesso di nessuno per sentirsi sposata completamente”. Ha un’immagine positiva del suo corpo, che ha imparato a conoscere anche nelle parti “misteriose”, che non sono più tali. E’ lei a prendere l’iniziativa e a guidare il rapporto sessuale. Dopo 15 mesi la terapia a mediazione corporea è terminata.

 BIBLIOGRAFIA

A. CAROTENUTO, Eros e Pathos, Bompiani, Milano, 1987.

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G. RIFELLI, P. MORO, (a cura di), Sessuologia clinica, Ed. CLEUB, Bologna, 1989.

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2 risposte a Il vissuto sessuale e il corpo nella famiglia – G.G.

  1. Daniela ha detto:

    …e se non c’è amore ma c’è la volontà di mantenere il rapporto, anche per motivi di fede? è possibile trovare una strada per vivere per lo meno discretamente?
    Grazie.
    Daniela

    • gilgobbi ha detto:

      La continuità della coppia ncessita almeno di affetto, di valori condivisi. Spesso “L’amore non basta”, come recita il titolo di un libro, ma comportamenti quotidiani, di rispetto, di considerazione, di fiducia. La fede aiuta non solo a mantere questi aspetti, ma anche ad accrescrli e a saper accettarsi. Non è semplice, ma è possibile.

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