Il “Sé” – G.G.

Il “sé” – Gilberto Gobbi  

Il   termine “Sé” acquista significato a partire dall’orientamento che ne uti­lizza l’impiego e ne designa il suo uso. Tre sembrano essere i significati fondamentali attribuiti:

a)  nucleo della coscienza autoriflessi­va;

b)  nucleo permanente e continuativo nel corso dei cambiamenti somatici e psichici, che connotano l’esistenza umana;

c)  totalità delle istanze psichiche re­lative alla propria persona in contrap­posizione alle relazioni oggettuali.

Qui ci riferiamo al punto c), ad una possibile definizione su ciò che si in­tende per “Sé”, e su quale collocazio­ne ha nella psicologia dinamica.

Affrontare, infatti, lo sviluppo del Sé, collegato in un periodo della vita, per esempio quello della prima infanzia, comporta avere dei criteri teorici di riferimento comuni.

Un accordo sembra non esserci.

Si trova che il Sé è definito alcune volte come qualcosa che è contenuto all’interno dell’apparato psichico, ta­laltre come un sinonimo dello stesso apparato psichico. Vi sono poi altri termini affini o connessi al concetto di Sé, come quello di identità o di identità dell’Io, che vengono usati come sinonimi del Sé o accuratamen­te distinti da esso con argomentazioni molto sofisticate.

Ne emerge una notevole difficoltà di unificazione terminologica, che rap­presenta un ostacolo alla comprensio­ne e alla definizione del concetto e del contenuto del Sé, che è stato sot­toposto ad una continua evoluzione storica, a partire dal 1934.

W.   Jaimes nel 1890 fu il primo a pro­porre il concetto di Sé in termini scientifici, distinguendo due catego­rie di Sé ancor oggi utilizzate: l’Io, soggetto attivo di conoscenze e il Me, come oggetto di autoriflessione. Successivamente un po’ tutti i filoni della psicologia hanno inserito il Sé nel loro corpus teorico, assumendo connotazioni fortemente divergenti, viste le differenti impostazioni psico­logiche.

Freud ha usato il termine “Sé” (Selb­st) secondo il linguaggio comune, tuttavia l’evoluzione storica del con­cetto di Sé si fonda sulle formulazio­ni teoriche sul narcisismo, partendo dal lavoro Sul narcisismo: un’intro­duzione, del 1913:

“Il sentimento di Sé ci appare un mo­do di esprimere l’ampiezza dell’Io, indipendentemente dagli elementi che la costituiscono. Tutto ciò che un individuo possiede o acquisisce, ogni residuo del primitivo sentimento di onnipotenza che l’esperienza favori­sce in lui, contribuisce ad esaltare il suo sentimento di sé’. Vi sono, poi, molteplici passi di alcune opere, co­me L’Io e l’Es (1923) e Il disagio della civiltà (1930), in cui Freud usa il termine “Ich” (Io) non solo come istanza psichica, costitutiva (con l’Es e il Super-Io) della struttura mentale, ma anche con significati legati alla soggettività della propria esperienza, al sentirsi se stessi, alla stima di Sé. Il passo seguente dimostra che Freud usava Io e Sé come sinonimo: “Nor­malmente non c’è niente di più cer­to del sentimento del nostro Sé, del nostro proprio Io”   (Il disagio della civiltà).

Nel 1934 si apriva la problematica del Sé, quando George H. Mead, uno psicologo comportamentista, pubbli­cava il libro La mente, il Sé, la so­cietà, dedicando quasi cento pagine stimolanti alla concezione del Sé.

In ambito psicoanalitico nel 1929 Fe­dern in L ‘Ego come soggetto e ogget­to del narcisismo introduceva i con­cetti di “sentimento dell’Io” (Ego feeling) e di “esperienza dell’Io” (Ego experience), mentre nel 1945 Fenichel tracciava le fonti ontogene­tiche dell’immagine di se stessi.

Nell’ambito della sistematizzazione della psicologia psicoanalitica del­l’Io, era Hartmann ad affrontare l’ar­gomento, introducendo il termine di “rappresentazioni del Sé”, contrap­poste alle rappresentazioni degli og­getti, per designare le rappresentazio­ni endopsichiche inconsce, preconsce e coscienti del Sé fisico e mentale contenute nel sistema Io. “In analisi una chiara distinzione tra i termini Io, Sé e personalità non viene sempre fatta, eppure una differenziazione di questi concetti è essenziale se voglia­mo guardare con coerenza ai proble­mi inclusi nella psicologia strutturale di Freud”.

Ciò permetteva una maggiore distin­zione degli investimenti istintuali narcisistici a seconda che fossero di­retti alle singole istanze costitutive della mente, oppure al corpo fisico del soggetto, o infine alla personalità globale, mente e corpo. Anche se sembrava che con ciò fosse stata col­mata la lacuna semantica del termi­ne “Ego “, ad Hartmann è stata ad­dossata la responsabilità di aver im­poverito il concetto di Io.

La Jacobson, tra il 1954ei1 1964, nel suo Il Sé e il mondo oggettuale, in cui sistematizzava le sue esperienze con i pazienti psicotici, diveniva una pietra angolare della psicologia delL’Io.

Per lei il termine Sé è “un termine descrittivo ausiliare che si riferisce alla persona come soggetto, per con­traddistinguerla dal circostante mon­do degli oggetti”, aggiungendo che per chiarire ciò che intendeva avreb­be impiegato termini come “Sé cor­poreo”, “Sé fisico”, “Sé psicofisiolo­gico”, “Sé mentale”, e infine “Sé psichico”.

Il merito della Jacobson è stato quel­lo di concepire una visione longitudi­nale del Sé, come realtà suscettibile di uno sviluppo evolutivo dalla nasci­ta alla maturità. “Il significato dei concetti di Sé e di rappresentazione del Sé in quanto distinti dal concetto dell’Io può dirsi consolidato allorchè si rende possibile la scoperta del mondo degli oggetti e la progressiva distinzione fra quest’ultimo e il pro­prio Sé fisico e mentale” (Il Sé e il mondo oggettuale). Tuttavia la Ja­cobson si era imbattuta nel problema teorico dell’origine della rappresenta­zione del Sé, dopo una fase iniziale indifferenziata.

Ciò ha fornito l’impostazione teorica alla Mahler, che collegava le fasi successive della differenziazione del Sé-oggetto con altre funzioni essen­ziali dell’Io, quali l’esame della realtà, l’organizzazione delle difese, lo sviluppo dell’identità, la costitu­zione del carattere, ecc. E nota la sua concezione circa la progressiva dif­ferenziazione del senso di Sé, come persona separata, attraverso le fasi di simbiosi, autismo normale e di sepa­razione/individuazione. Si sottolinea come per la Mahler l’Io corporeo, già nella fase simbiotica, contiene due tipi di rappresentazione del Sé: il nucleo più interno, connesso alle sensazioni enterocettive, ed uno più esterno, legato alle sensopercezioni. Le prime formano il nucleo del Sé, le seconde contribuiscono a formare la demarcazione fra il Sé e il mondo oggettuale. Sembra che per la Mah­ler una coscienza soggettiva di Sé nasca solo tra i due anni e mezzo e i tre anni e mezzo. Dopo, il soggetto è destinato a guadagnare sempre più spazio a scapito del Sé oggettiva­mente valutabile attraverso l’osser­vazione.

Con la Mabler sembrava che la meta­psicologia del Sé fosse definitiva­mente inquadrata, invece Erikson, con Gioventù e crisi d’identità (1968), proponeva ulteriori prospetti­ve. Partendo dai dati dell’esperienza, egli tentava di definire l’identità, dando una collocazione precisa ai fattori culturali.

“Il senso dell’identità è un sentimen­to soggettivo di coerenza e di conti­nuità personale e culturale. La for­mazione dell’identità è un processo, prevalentemente inconscio, di rifles­sione e di osservazione che si svolge a tutti i livelli delle funzioni mentali. (…) L’identità personale si fonda sul­le percezioni di autoidentificazione, sulla continuità della propria esisten­za nel tempo e nello spazio, e sulla possibilità di percepire che gli altri ri­conoscono la nostra identità.

L’identità dell’Io è invece la consa­pevolezza della continuità nelle ope­razioni sintetizzanti dell’Io, cioè lo stile della propria individualità, che deve coincidere con l’identificazione e la continuità del proprio significato per altre persone che contano nella comunità circostante” (Gioventù e crisi d’identità).

Nella concezione di Erikson vi è un Io, come istanza organizzatrice cen­trale, costretto in ogni istante della vita a fare i conti con un Sé in via di trasformazione, e un Sé, che richiede di essere costantemente integrato con immagini di Sé precedenti e con altre future. La formazione dell’identità, allora, appare distinta in due aspetti: uno dell’Io e uno del Sé. L’identità dell’Io risulta dalla funzione sintetiz­zatrice dell’Io sul fronte esterno, cioè dell’ambiente e della realtà sociale, invece l’identità del Sé riguarda la sintesi delle immagini del Sé e dei propri ruoli.

Spiegel nel 1959 distingueva due si­gnificati nel Sé. Il primo è quello di istanza psichica, depositaria e rego­latrice delle rappresentazioni del Sé, cioè una funzione essenzialmente percettivo-conoscitiva di “cornice di riferimento”, entro cui vengono inquadrate le percezioni interne, fisi­che e psichiche, dell’individuo. Il se­condo significato si riferisce al “sen­timento del Sé”, fenomeno soggetti­vo vissuto dall’individuo, la cui di­storsione comporta disfunzioni del­l’identità.

Mentre negli Stati Uniti vi erano que­sti sviluppi, in Inghilterra Winnicott fin dagli anni ‘60 seguiva una propria ricerca, che interessava sotto vari aspetti anche il concetto di Sé, co­niando termini nuovi per i concetti che andava elaborando. Ciò non ren­de facile confrontare le sue idee con quelle di altri. L’apporto teorico di Winnicott è vastissimo e getta luce nuova sul concetto di Sé.

Il termine “personalizzazione” viene da lui usato per indicare lo sviluppo dell’acquisizione dell’identità. Dà un’enorme importanza al problema della nascita e del primo sviluppo del Sé, che coincide con l’insediamento della psiche nel corpo. “Con il termi­ne “personalizzazione” (personalisa­tion) intendevo attirare l’attenzione sul fatto che l’insediamento di que­st’altra parte della personalità nel corpo, e il suo solido legame con tut­to ciò che vi è (che noi chiamiamo psiche), in termini di sviluppo rap­presenta un conseguimento salutare. (…) La base per un Sé prende forma sulla realtà del corpo che, essendo vi­vo, non solo ha una sua struttura, ma anche funzioni proprie. (…) Per me il Sé (che non è l’Io) è la persona che è me, soltanto me, e che ha una totalità basata sull’operazione del processo maturativo. (…) Il Sé si trova natural­mente collocato nel corpo, ma in de­terminate circostanze può dissociarsi dal corpo, così come il corpo si può dissociare da esso. (Basis for Self in body).

Nell’ambito del concetto del rapporto dialettico tra i due settori dell’espe­rienza umana, la realtà oggettiva esterna del mondo degli oggetti e quella soggettiva interiore, egli opera un’estensione, un terzo settore espe­rienziale, cioè la realtà transizionale. Una realtà, che non appartiene nè al­l’Io nè al non-Io, ma che viene rico­nosciuta come un campo della dina­mica di transfert e controtransfert, l’ambito della fantasia, del gioco, della creatività.

Winnicott, esplorando le caratteristi­che e lo sviluppo del Sé attraverso la comprensione empatica del modo in­fantile di percepire, dava un notevole contributo alla patologia del Sé, con la distinzione tra vero Sé e falso Sé, rifacendosi alla concezione freudiana dell’Io distinto in una parte nucleare, potenziata dalla pulsioni istintive, e in una parte rivolta all’esterno e in relazione con il mondo. Il vero Sé è costituito dalla prima, che compare appena c’è un accenno di organizza­zione mentale (processo di persona­lizzazione). “Esso deriva dalla vita dei tessuti e delle funzioni corporee (…) coincide con l’esperienza del vi­vere”. Le sue principali espressioni sono il gesto spontaneo e l’idea per­sonale. Il vero Sé è la fonte della creatività e del sentirsi reale. Il falso Sé, relativo al rapporto con il inondo, in condizioni normali, protegge il ve­ro Sé e gli permette di venire alla lu­ce, mentre in condizioni patologiche usurpa lo spazio del vero Sé, per esempio impadronendosi delle atti­vità intellettuali.

li evoluzione del concetto di Sè pro­seguiva in vari ambiti del inondo psicoanalitico.

Negli anni ’70 vi era la polemica Kohut-Kernberg. lì primo concepiva il Sé come un sistema di ricordi, detti “rappresentazioni di Sè”, a cui va ri­conosciuto un significato dinamico e genetico. Non sono solo contenuti mentali, ma una costellazione psico­logica che continua ad esercitare un’ influenza dinamica sul comporta­mento. Per Kohut “… il Sè, proprio come la rappresentazione degli og­getti è un contenuto dell’ apparato mentale, ma non è uno dei suoi com­ponenti, non è cioè una delle istanze della psiche” (Narcisismo e analisi del Sé). Uno degli apporti maggiori di Kohut sta nell’uso che il Sé infan­tile fa degli oggetti, che egli chiama “oggetti-Sé”.

Kernberg, invece, usa il termine Sé in contrapposizione a quello di Hart­maun, rigettando persino la necessità di coniare un termine diverso da “Io”per designare l’obiettivo delle cariche narcisistiche. Il Sé è una struttura intrapsichica compresa nel­l’Io, che ha origine dall’Io e si evolve attraverso il depositarsi di rappresen­tazioni del Sè, intimamente connesse all’interiorizzazione di rappresenta­zioni oggettuali.

Ciò permette di ricollegarsi al con­cetto originario di Freud, in cui Io e Sé sono indissolubilmente legati.

D.N. Stern, dopo aver affermato che “il Sè e i suoi confini sono al centro della speculazione filosofica sulla na­tura umana, e il senso del Sè e la sua controparte, il senso dell’”altro”, so­no fenomeni universali che influen­zano profondamente tutte le nostre esperienze sociali”, prende il senso del Sè come punto di partenza della sua indagine sull’esperienza soggetti­va che il bambino fa della sua vita (Il mondo interpersonale del bambino). Egli contesta radicalmente la nozione di fasi evolutive collegate a specifi­che entità cliniche, quali l’oralità, l’attaccamento, l’indipendenza e la fiducia, e preferisce parlare di aspetti che permangono lungo l’intero arco della vita e che operano essenzial­mente al medesimo livello in ogni momento dello sviluppo.

I cambiamenti evolutivi vengono at­tribuiti all’acquisizione di nuovi sensi del Sé, per cui il senso del Sé funge da prospettiva soggettiva primaria che organizza l’esperienza sociale, e pertanto si porta al centro della sce­na, come il fenomeno che domina gli albori dello sviluppo sociale”.

Assume così il senso del Sé come principio organizzatore dello sviluppo. A seconda delle fasi evolutive vi è il senso del Sé emergente (dalla nascita ai due mesi) e quindi il senso del Sé fisico, come entità fisica unitaria do­tata di una volontà, di una vita affetti­va e una storia proprie, “è un senso esistenziale del Sé che io definisco il senso di un Sé nucleare” (dai due ai sei mesi). Poi vi sarà il senso di un Sé soggettivo (dai sette ai quindici me­si), che rende possibile l’intersogget­tività fra il bambino e il genitore, quindi il senso di un Sé verbale, co­me capacità di oggettivare il Sè, di essere autoriflessivi, di comprendere e produrre il linguaggio.

Siamo negli anni ‘90.

In sintesi, nella storia della psicologia il termine Sé si presenta con due si­gnificati fondamentali: l’uno relativo al vissuto di Sé, mentre l’altro al “se stessi” come struttura interiore, lì pri­mo è strettamente soggettivo ed espe­renziale. L’utilizzo della parola Sé in quest’ottica significa parlare di “esperienza di sé”, di rappresentazio­ne di sé, cioè l’oggettivazione del­l’autocoscienza.

 

Bibliografia

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FREUD S. (1914), Introduzione al Narcisismo Opere vol. 7, Torino, Boringhieri.

FREUD S. (1929) Il disagio della civiltà, Opere, vol. 10, Torino, Boringhieri

HARTMANN H., (1964), Essay on Ego, New York, I.U.P.

JACOBSON E. (1964) Il Sé e il mondo oggettuale Trad. it. Firenze, Martinel­li, 1974.

KERNBERG O., (1975) Sindromi marginali e narcisismo patologico Trad, it. Torino, Boringhieri, 1978

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MAHLER M. (1968), Le psicosi infantili, Trad. it. Torino, Boringhieri, 1972

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STERN D. N. (1985) Il mondo interpersonale del bambino, Torino, Bollati Boringhieri, 1987

WINNICOTT D. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Trad. it., Roma, Armando 1970.

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WINNICOTT D. (1972), Basis for Self in body International Journal of Child, Psychotherapy, I, 1-16

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