Il “non verbale” – G.G.

Il “non verbale” – Gilberto Gobbi

Da quando l’uomo è uomo esiste una comunicazione per mezzo del lin­guaggio del corpo, ma è soltanto da una qualche decina di anni che è dive­nuta oggetto di studio scientifico, in cui sono coinvolte discipline come la sociologia, la psicologia, la psichia­tria, la pedagogia, l’etologia, ecc.

Gli scienziati hanno registrato più di un milione di segnali non verbali. Solo di alcuni si ha l’idea esatta dei messaggi che vengono trasmessi, come: stati emotivi, atteggiamenti nei confronti di altre persone, informazio­ni sull’Io e completamento e sostegno del discorso verbale, fornendo illu­strazioni, feedback e segnali di sin­cronizzazione e di sostituzione del discorso mediante il linguaggio dei segni.

Molte persone ancor oggi ignorano l’esistenza del linguaggio del corpo e l’importanza che riveste nella vita di tutti i giorni.

La comunicazione non-verbale è un processo altamente complesso che coinvolge le persone con le parole, il tono della voce, le espressioni del vol­to, le posture, la direzione dello sguar­do e i movimenti del corpo. La cosa affascinante è che difficilmente la persona è conscia che i suoi movi­menti, le sue posture e i suoi gesti possono comunicare un certo messag­gio, mentre la voce ne sta comunican­do un altro del tutto differente.

Albert Mehrabian ha accertato che l’incidenza totale di un messaggio è così suddiviso: per il 7% verbale (parole), per il 38% vocale (tono della voce, inflessioni e altri suoni) e per il 55% non-verbale (gesti e movimenti del corpo)

Birdwhistell ha pure calcolato la quantità media della comunicazione non-verbale in uso tra le persone, riscontrando che una persona normale comunica con l’uso delle sole parole per non più di 10 o 15 minuti al gior­no e che la durata della frase media non supera i due secondi circa.

Ha, inoltre, verificato che la compo­nente verbale della conversazione “faccia a faccia” ricopre meno del 35% e che più del 65% della comuni­cazione avviene in modo “non-verba­le”. Lo stesso Birdwhistell nei suoi studi sul rapporto tra il verbale e il non verbale ha concluso che le parole vengono accompagnate da gesti in modo tanto prevedibile che una perso­na ben esercitata dovrebbe essere in grado, ascoltando una voce, di descri­vere i movimenti in atto.

Watzlawisck ricorda che ci sono fon­damentalmente due specie di segnali: quelli digitali, che sono simbolici, astratti, spesso ‘complicati’ e con tut­ta probabilità specificamente umani, propri del codice verbale, e quelli ana­logici, che sono diretti, figurati o rap­presentano un’analogia, propri del comportamento corporeo (il “non-verbale”).

Il linguaggio del corpo per sua natura è analogico. L’essere umano può comunicare sia in maniera digitale sia in maniera analogica, con la differen­za che i segnali digitali, per essere compresi o utilizzati, debbono prima essere appresi. Non si può ritenere una modalità di comunicazione ‘migliore’ dell’altra: ciascuna ha dei pregi e dei limiti. Ci sono molte cose che si possono esprimere in maniera digitale e altre in modo analogico.

L’uomo sa utilizzarle entrambi per la comunicazione, anzi ogni sua comu­nicazione avviene contemporanea­mente su due piani: quello digitale e quello analogico. Il primo è detto pia­no del contenuto, il secondo della relazione. I segnali sul piano del contenuto dan­no informazioni, mentre quelli sul piano della relazione danno informa­zioni sulle informazioni.

Non siamo in grado di trasmettere ‘solo’ contenuto o di registrare ‘solo’ segnali analogici. Noi non possiamo trasferire segnali a livello di contenu­to senza inviare anche segnali analo­gici a livello di rapporto: nessuno infatti può dire una cosa senza una certa intonazione della voce. Non solo, nessuno riesce a fare a meno di ricorrere alla mimica o a un minimo di gestualità.

Gli studiosi si sono chiesti se i segna­li analogici siano innati o genetici o appresi e culturali. Su ciò vi è stato un gran numero di ricerche con le relati­ve controversie. Le conclusioni sono che alcuni gesti sono sicuramente innati, mentre altri invece hanno ori­gine di tipo culturale. Per esempio, studi sull’espressione facciale in cin­que culture hanno rilevato che ogni cultura adottava la medesima mimica facciale di base per esternare le emo­zioni, come se fosse una caratteristica innata.

Gran parte del nostro comportamento non-verbale di base sembra essere appreso: il significato di molti movi­menti e gesti è determinato dal tipo di cultura a cui l’individuo appartiene. Ovviamente il dibattito circa l’innati­smo di alcuni gesti rimane aperto.

Un dato: la maggior parte dei gesti di base della comunicazione è uguale in tutto il mondo, come: annuire con il capo è un gesto universale per dire “si” o per esprimere un segnale comunque affermativo, oppure le per­sone sorridono quando sono felici e si accigliano quando sono tristi o arrab­biate. Contemporaneamente, però, il linguaggio non-verbale può differenziarsi da una cultura all’altra come varia quello verbale; per cui, mentre un gesto può essere molto comune all’interno di una certa cultura ed ave re pertanto una chiara interpretazione, in un’ altra il medesimo gesto potrebbe non avere significato o addirittura esprimerne un altro.

Perché si utilizza il non-verbale? Mentre il linguaggio non verbale è, senza dubbio, il mezzo più efficace per esprimere idee complesse e astratte, nel contempo il comportamento non-verbale da solo non può assicurare tutta la comunicazione. Come ha sottolineato Mehrabian, il non-verbale non può acquistare la potenza del verbale senza mettere in atto un codi ce. un insieme di segni al limite altrettanto arbitrari dell’alfabeto, con una loro specificità.

Manifestamente il non-verbale si adatta meglio ad esprimere i sentimenti, gli stati emotivi e gli atteggiamenti, che vengono immediatamente percepiti dall’ interlocutore. La rapidità, la molteplicità e la combinazione dei segnali non-verbali permettono, in questo campo. una comunicazione affettiva di grande ricchezza, per lo meno se l’interlocutore è abbastanza aperto a questo tipo di linguaggio. Vi è l’esigenza di conoscere la grammatica dei segnali analogici.

Con Argyle vengono indicate alcune ragioni che sembrano spiegare l’utilizzazione del non-verbale nell’uomo. Innanzitutto, nelle lingue occidentali vi è una certa povertà del vocabolario relativo alla descrizione delle forme complesse, per cui si ricorre al grafico, al disegno, alle mani, si aggiungo no gesti o si usano solo quelli. Poi, i comportamenti non-verbali hanno più potenza e più efficacia di quelli verbali. Gli studi hanno dimostrato che viene attribuita più importanza ai segnali non-verbali che a quelli verbali per interpretare l’atteggiamento di un interlocutore.

Quindi, i comportamenti non verbali sono più autentici: la parola sembra essere un mezzo privilegiato della menzogna, mentre la falsificazione della mimica. delle intonazioni e dei movimenti è molto più difficile. Si è sensibili anche a lievi variazioni del tono della voce e si accorda ai comportamenti non-verbali valore di verifica dell’autenticità del messaggio verbale.

Così vengono resi accettabili social mente i nostri comportamenti verbali. Infine, un secondo canale di comunicazione è necessario, in quanto durante lo scambio verbale di due soggetti, il non-verbale regola la successione degli scambi e permette quindi di evi tare il sovraccarico del canale verbale. Queste ragioni, come si sa, vengono analizzate a posteriori.

Nel momento in cui ci si trova nelle situazioni più consuete della vita sociale e familiare, la spontaneità è decisamente in gioco, e si è i primi a stupirei quando capita di vedere e di udire la registrazione del nostro non-verbale.

L’errore è sempre possibile nella comprensione e nell’ interpretazione del linguaggio del corpo, tuttavia imparare a riconoscere i contenuti dei segnali analogici facilita la relazione interpersonale.

Quando si tratta di passare dalla descrizione all’interpretazione, occorre seguire una metodologia rigorosa, una definizione non equivoca dei comportamenti motori interpretati e tener presente che il comportamento non-verbale osservato troverà il proprio significato solo in un contesto più ampio.

A questo proposito Ekman e Friesen rilevano l’esigenza di tener conto del le seguenti variabili contestuali:

a) l’analisi degli altri comportamenti non-verbali dell’individuo osservato;

b) il comportamento verbale concomitante,

c) la situazione vissuta (un medesimo sorriso non si interpreta nella stessa maniera),

d) le caratteristiche fisiche di chi emette un comportamento non verbale (lo stesso gesto ha significato diverso se fatto da un bambino o da un adulto)

e) l’insieme del comportamento verbale e non-verbale.

Numerosi studi hanno dimostrato come alcune parti del corpo siano luoghi privilegiati per certi messaggi non verbali nell’espressione delle emozioni. Per ciò che attiene il ruolo del volto, la zona degli occhi è quella che esprime meglio la paura e la tristezza; la bocca, le guance e il mento permettono meglio di riconoscere la gioia, la collera e il disgusto; mentre la zona della fronte sembra fornire il minimo di informazioni circa le emozioni.

La facoltà di risvegliare e stimolare reazioni affettive è connessa al volume della voce, alla pronuncia verbale, al numero totale di variazioni del tono del discorso, alla durata dei contatti visivi, alla frequenza degli scuotimenti di testa, alle gesticolazioni. Sono indicatori di ansietà i comportamenti motori di “va e vieni” e la manipolazione di oggetti.

Una persona seduta è percepita rilassata se la posizione delle braccia e delle gambe è asimmetrica e se il corpo è lievemente inclinato in avanti. Una persona sembra manifestare tensione quanto più è elevato il numero della manipolazione di oggetti e dei movimenti delle gambe e dei piedi.

Da qualche tempo il “non-verbale” è divenuto oggetto di attenta analisi e di discreto apprendimento nella formazione di operatori sociali e di quelle persone, la cui professione consiste nell’essere in relazione con altre. La produzione e la percezione di segnali del corpo può essere così influenzata da training di addestramento o di terapia, in cui vengono elaborate le istruzioni per cogliere la comunicazione non-verbale altrui e modulare la propria.

Senza dubbio queste forme di training rendono le persone più consapevoli dei segnali non-verbali e aumentano l’efficacia della prestazione sociale.

 

BIBLIOGRAFIA

ARGYLE M., Il linguaggio del corpo, Bologna, Zanichelli, 1984

MEHRABIAM A., Non verbal Communication, Chicago, Aldine Alterton, 1972

BIRDWHISTELL R.L., Kinesics and Context, Phitadelphia, University of Pennsylvania Press, 1970 WATZLAWICK P. et AL., Pragmatica della comunicazione umana, Roma. Astrolabio, 1971

EKMAN P. CT FRIESEN W.V., Nonverbal behavior in psychotherapy reserch, in J.M. Shlien, Research in psychotherapy, voI. 3, Washington, American Psychological Associatin, 1968

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