Controtransfert – G.G.

Controtransfert – Gilberto Gobbi

Un esempio in che cosa consta il controtransfert viene presentato dalle parole del Lidz: “Un terapeuta è messo sul chi vive quando scopre che le difficoltà del paziente provocano in lui forti emozioni; o quando incomincia ad avere coscienza di provare amore od ostilità per un paziente. In tali occasioni, nasce il pericolo che la cura sia influenzata o anche diretta ad alleviare i sentimenti del terapeuta piuttosto che i problemi del paziente”. (1)

Freud accenna per la prima volta al controtransfert nel 1910 con le seguenti parole: “Abbiamo acquisito consapevolezza della controtraslazione, che insorge nel medico per l’influenza del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che il medico debba riconoscere in sé questa controtraslazione e padroneggiarla”.(2) In fasi successive Freud riprende il concetto parlando di “anticipazione inconscia”, di “attenzione liberamente fluttuante ed un uniformemente sospesa”, e sostenendo che “il medico deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso l’inconscio del malato che trasmette”.(3) L’approccio di Freud, però, al controtransfert è rimasto allo stadio embrionale, pur rendendosi sempre più conto dell’influenza del fenomeno.

Saranno i postfreudiani ad approfondire meglio il concetto con considerazioni più dettagliate e allargando il campo di visione di questo fenomeno, che viene definito come “l’insieme delle reazioni inconsce dell’analista alla persona dell’analizzato, e più particolarmente al suo transfert” (4) Per estensione, la controtraslazione è l’atteggiamento emotivo dell’analista verso il suo paziente, inclusa la sua risposta a particolari specifici del comportamento del paziente.

Esiste un livello comunicativo che risulta dall’interazione fra i componenti della coppia terapeutica. I conflitti inconsci del terapeuta contribuiscono al suo stato emotivo, ed è difficile stabilire in quale misura questo stato rifletta le difficoltà del paziente invece delle proprie. Ed è proprio questa incertezza che dà origine alle varie accezìoni del controtransfert. Il termine è stato variamente definito come:

1) la risposta complementare del terapeuta al transfert del paziente;

2) il comportamento difensivo del terapeuta generato dal transfert del paziente;

3) lo stato emotivo del terapeuta durante un periodo di interferenza generato prevalentemente dai conflitti del terapeuta;

4) la risposta totale del terapeuta al paziente.

Nel setting clinico è difficile discerne re le origini dello stato emotivo del terapeuta. In misura maggiore o minore vi contribuiscono i suoi conflitti personali, ma anche i conflitti e il comportamento del paziente. Il transfert suscita inevitabilmente contro transfert; in una certa misura il terapeuta assume i ruoli assegnatigli dal paziente e nel contempo cerca di sottrarvisi. Nel contesto della relazione terapeutica, i periodi d’interferenza dovrebbero essere designati come sta ti disturbati di transfert-controtransfert. Il passaggio nella posizione di osservatore esterno, necessario per individuare tali stati, è facilitato dal l’analisi personale del terapeuta. A volte, è anche utile esaminare un’interferenza quando la seduta è definita e le emozioni del terapeuta sono meno intense.

Il principio sempre presente nelle varie formulazioni psicoanalitiche del transfert e del contro-transfert è il concetto di dislocazione o spostamento, vale a dire che i modelli o gli atteggiamenti disturbanti vengono dislocati dal passato al presente, da una relazione ad un’altra, o da una persona ad un’altra.

I teorici classici sottolineano il trasferimento di elementi sessuali o aggressivi.

Gli psicologi del Sé accentuano maggiormente il trasferimento di conflitti relativi ai bisogni evolutivi.

I teorici delle relazioni d’oggetto sottolineano come soltanto aspetti del Sé vengono proiettati sull’altro e soltanto aspetti dell’altro vengono introiettati nel Sé (e cioè, che solo un elemento del vecchio modello vengono ricapitolati in terapia), e impiegano termini come relazioni oggettuali parziali e unità Sé-oggetto. Le diverse teorie attribuiscono significato ad aspetti diversi dello sviluppo. Inoltre, ciascuna scuola formula in modo differente gli stadi di sviluppo.(5)

Si è detto che Freud è restio nell’approfondimento del controtransfert. La considerazione riduttiva del contro transfert nel fondatore della psicoanalisi si rifà all’atteggiamento di ritrosia nel manifestare apertamente ad altri il proprio modo di lavorare, per le possibili e sospettate reazioni dell’ambiente, normalmente non preparato alle rivelazioni analitiche. Per questo stesso motivo, Freud non si decide neppure a redigere un’esposizione sistemica della tecnica della cura, nonostante ne esprimesse ripetutamente l’intenzione,(6) Un altro fattore è la riluttanza degli psicoanalisti a sottolineare la rilevanza del controtransfert. Se si divulga la propria maniera di analizzare, si ha l’impressione di esporsi nella propria intimità e nei propri punti vulnerabili. Manifestare tale situazione personale può provocare reazioni di vergogna, d’ostilità o di paura.(7) La considerazione riduttiva del contro transfert e la poca letteratura apparsa sull’argomento sono state interpretate dal Racker anche come espressione della resistenza degli analisti a riconoscersi nevrotici essi stessi, e quindi capaci di transfert verso il paziente.(8) E in sostanza la resistenza a rivedere il “mito della situazione analitica”. Essa è ritenuta perfetta, mentre in realtà è inficiata di “nozioni patriarcali”, per le quali si stabilisce in partenza un rapporto fondato sulla disuguaglianza. Da una parte l’analista, sano e obiettivo, su un gradino più in alto, e dall’altra, il nevrotico, disturbato e malato posto più in basso. Il prendere in considerazione il controtransfert sul serio e farne oggetto di studio approfondito sarebbe una minaccia all’autostima dei terapeuti e un attentato al la considerazione positiva che la professione e la situazione analitica assumono di fronte al grande pubblico.

La maggior attenzione al controtransfert è dovuta soprattutto a due nuove sottolineature della psicoanalisi post— freudiana: la cura considerata come relazione interpersonale e l’applicazione della terapia al campo dei bambini e degli psicotici. In quest’ultimo caso le reazioni controtransferenziali sono generalmente più sollecitate e quindi più facilmente rilevabili.

Così soprattutto dagli anni cinquanta, diversi Autori (S. Lorand, D.W. Winnicott, P. Heimann, M. Little, M. e A. Balint, A. Reich, Gitelson, R.E. Money-Kyrle, H. Searles, E. Weigert) hanno approfondito molteplici aspetti di transfert e controtransfert, quali: la nevrosi di controtransfert come espressione patologica delle reazioni dell’analista, il controtransfert positivo e il suo ruolo nella cura e la funzione del controtransfert nell’insieme del trattamento.

Vengono scelte alcune tra le diverse accezioni, che chiariscono le varie posizioni.

M. Balint e A. Reich sostengono clic quando il paziente rappresenta qual che aspetto non risolto di un rapporto significativo della vita precoce dell’analista o del terapeuta, quest’ultimo può avere una reazione transferale: la minaccia al processo di cura che ne deriva può essere contrastata solo da un ulteriore processo autoanalitico da parte del clinico.(9) Winnicott fa riferimento al contro transfert vero e proprio, quando afferma che “uno dei compiti principali dell’analista, nei confronti di qualsiasi paziente, è di mantenersi oggettivo verso tutto ciò che il paziente porta; ed il bisogno dell’analista di poter odiare il paziente oggettivamente ne è un caso particolare”.(10) Alcuni pongono l’accento su “contro”, parte del controtransfert, che viene considerata come una reazione dell’analista al transfert del paziente, come P. Heimann: “La risposta emotiva del clinico al proprio paziente, nella situazione dell’analisi, costituisce uno degli strumenti di lavoro più importanti. Il controtransfert dell’analista è un mezzo di ricerca all’interno dell’inconscio del paziente (…) La mia assunzione di base è che l’inconscio dell’analista capisce quello del proprio paziente”, per cui il contro transfert “è la modalità più ‘dinamica’ con cui la voce dei paziente lo può raggiungere”.(11)

La maggior parte degli autori, malgra­do le differenze concordano su un punto: il paziente, attraverso la personalità, il transfert o il proprio modo di essere, esercitano un impatto sui terapeuti.

Alcune volte la reazione del clinico è causata solo da fattori soggettivi, altre volte può essere provocata in parte da una comunicazione inconscia del paziente, per cui non è sempre possibile decidere, in modo univoco, in quale misura siano in gioco elementi controtransferali o patologici.(12)

Vi sono alcuni aspetti fondamentali del controtransfert che vengono solo accennati: l’inscindibilità del transfert e del controtransfert, controtransfert e interpretazione, la nevrosi da controtransfert, il controtransfert positivo e la l’unzione del controtransfert nella cura.

 a) Inscindibilità del transfert e del controtransfert

L’ inseparabilità risulta chiaramente allorché si riveda il concetto del “psicoanalista sano”.(13) La teoria freudiana ripetutamente sottolinea la differenza solo quantitativa, ma non qualitativa tra sanità e malattia psichica, arrivando così alla conclusione che ogni persona ha sempre in sé i germi di qualche concretizzazione nevrotica.

Anche nel medico, sia pure dopo l’analisi didattica, resta sempre una parte irrisolta di conflitti psichici, che cercano una soluzione nella relazione con gli oggetti esterni.

L’autorevisione perciò continua tutta la vita, attraverso l’analisi di se stessi, provocata da ogni caso trattato nella pratica. (14) Come nella sperimentazione psicologica, così, e anche con rilevanza maggiore, entrano in azione nell’analisi i fattori personali e soggettivi di colui che compie l’osservazione: “L’importanza del controtransfert induce a concepire il campo analitico non già come semplice terreno d’osservazione, in relazione al quale il medico sarebbe in situazione (l’osservazione imparziale, bensì quale campo delle interazioni dello psicoanalizzato e dello psicoanalista”.(15)

In modo simile si attua nella scuola della psichiatria interpersonale: la mutualità delle relazioni modifica e coinvolge anche la figura del terapeuta. Il malato non è più l’unico oggetto di osservazione e d’una diagnosi descrittiva e il colloquio si svolge in un clima spontaneo, tende a riprodurre il modello d’osservazione speri mentale offerta dal campo sperimentale: “Così lo psichiatra concentra, per quanto possibile, la sua attenzione sui processi che si svolgono tra lui e l’al tra persona e che coinvolgono entrambi”. (16)

Transfert e controtransfert, allora, più che i classici due aspetti d’una stessa medaglia, sono elementi d’una combinazione strutturale unica, senza consistenza propria nella separazione: sono una dualità inconcepibile in modo disgiunto. Per questo, il Racker dice che, più che transfert e contro transfert, esiste un’unica traslazione o, meglio, un identico movimento transferenziale, funzione del transfert del paziente e del controtransfert dell’analista”.( 17)

In altre parole il controtransfert opera determinando il comportamento dell’analista verso il paziente e quindi, indirettamente anche la strutturazione che assume il transfert, che non è una pura costruzione psichica del paziente, ma è pure il frutto della lettura della realtà psichica da parte dell’analista.

 b) Controtransfert e interpretazione

Oggi la controtraslazione diventa uno strumento essenziale per la comprensione del paziente. Secondo P. Heimann, “il postulato fondamentale è che è l’inconscio dell’analista che comprende quello del nevrotico. Tale rapporto a livello profondo giunge in superficie sotto la forma di sentimenti che l’analista avverte come risposta al paziente, nel proprio controtransfert”,(18) per cui “la sola risonanza da inconscio ad inconscio costituisce la sola comunicazione autenticamente psico-analitica”.(19) Perciò il terapeuta, esaminando attentamente il proprio controtransfert, riesce a capire più a fondo il paziente e a correggere i possibili errori o distorsioni circa l’idea che si sta facendo del soggetto. Può infatti distinguere in se stesso il suo “controtransfert in senso stretto” dall’uso che sta facendo dell’analisi per agire le proprie intenzioni. La principale chiarificazione, quella cioè circa il transfert, scaturisce infatti dalla consapevolezza del contro transfert, Dall’insieme di questa nuova impostazione risulta una specie di fusione degli inconsci del terapeuta e del paziente, simile ad una perdita, per l’analista, della propria sanità menta le: un tema unanimamente sottolineato dagli psichiatri.

 c) La nevrosi di controtransfert

Si produce questo fenomeno quando il controtransfert assume proporzioni patologiche, esattamente come nella parallela manifestazione della nevrosi di traslazione. Evidentemente ci deve essere una nevrosi originaria nell’analista, centrata sul complesso d’Edipo. Ora, nella seduta, il conflitto è rivissuto. A tale nuovo livello, ogni paziente maschio rappresenta il padre, ed ogni cliente femmina impersona la madre. Si possono allora verificare episodi controtransferenziali di rifiuto e di rabbia, perché l’ammalata non s’innamora; oppure il desiderio di legare a sé la cliente può spingere il medico a non curarla a fondo; oppure il terapeuta odia la paziente, se ella ama un altro uomo, e verso quest’ultimo sente rivalità, invidia, gelosia.

Le conseguenze della nevrosi di controtransfert sono notevolmente negative. Si verifica una comprensione solo intellettuale del paziente, ma è impossibile per il terapeuta una vera identificazione emotiva, e quindi una reazione comprensiva adeguata e globale. Le interferenze controtransferenziali persistenti provocano un comportamento inappropriato: si produce un continuo fraintendimento, oppure una condotta riparativa, seduttiva, permissiva od autoritaria da parte del medico. Inoltre è facile che l’analista possa indurre ed innescare la sua nevrosi nel paziente(20)

 d) Il controtransfert positivo

Solo in un ambiente di transfert positivo il cliente trova l’energia necessaria per sciogliere i propri conflitti interni, mettendosi in attiva collaborazione con l’analista. Analogamente, si esige un controtransfert positivo da parte del terapeuta, in modo che ci possano esse re comprensione, comunicazione e collaborazione con il cliente, superando ogni possibile resistenza.

Generalmente, ad un transfert positivo, fa riscontro un controtransfert positivo, mentre ad un transfert negativo corrisponde un controtransfert altrettanto negativo. E necessario che l’analista abbia presente tale legge psichica, per non cadere, in caso di traslazione negativa, nel giro della nevrosi del paziente, reagendo pure lui nevroticamente con un controtransfert negativo, d’opposizione o di rifiuto, che porterebbe il lavoro terapeutico in un circolo vizioso insolubile.

 e) Funzione del controtransfert nell’insieme della cura

Il paziente e l’analista sviluppano reciprocamente nei confronti dell’interlocutore oltre alle reazioni transferali, anche l’alleanza di lavoro ed il rapporto realistico. La dosatura, le proporzioni, la sequenza o la cura evolutiva dei tre fenomeni sono notevolmente diverse nel malato e ne! terapeuta. Nel paziente prevale, durante il periodo centrale dell’anali si, il transfert; il rapporto realistico è in primo piano all’inizio e alla fine della cura; l’alleanza di lavoro si sviluppa al termine della fase iniziale, entra in crisi periodicamente nel corso del trattamento e riacquista forza nel la fase terminale. Nello psicoanalista, invece, è opportuno che l’alleanza di lavoro prevalga su tutte le altre reazioni in ogni momento della cura; il controtransfert dev’essere sempre padroneggiato, lasciandolo in secondo piano; conviene che il rapporto realistico trovi posto solo nella fase finale. Quest’ultima regola non è però assoluta. Si verificano anche circo stanze, nelle quali il terapeuta è costretto ad agire come persona reale, soprattutto per instaurare nel malato un’adeguata alleanza di lavoro. Anzi, a volte, il desiderio di trattare con un terapeuta impersonale, simile ad un computer, può indicare la presenza nel paziente d’una segreta aspirazione ad evitare una autentica e profonda esperienza curativa. (21)

 BIBLIOGRAFIA

1. TH. LIDZ, La persona umana. Suo sviluppo attraverso il ciclo di vita, p. 568, Roma, 1971

2. S. FREUD, Le prospettive future della terapia psicoanalitica, p. 200, in “Opere”, t. VI, Torino, 1910

3. S. FREUD, Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, 419127, pp. 200-201

4. LAPLANCHE-PONTALIS, Enciclopedia della psicoanalisi, p. 107, Bari-Roma, 1981

5. BERGER, L’empatia clinica, p. 125-126, Roma,, 1989

6. JONES, Vita e opere di Freud, pp. 283-298, t. II, Milano 1963

7. GREENSON, Tecnica e pratica psicoanalitica, p. 7, t.I, Milano, 1974

8. RACKER, Studi sulla tecnica psicoanalitica. Transfert e controtransfert, pp. 174-178, Roma, 1970

9. M. BALINT, L’amore primario, 1952, rimini, 1973; A. Reich, On counter-transference, 1951, Int. J. Psycho-Anal., 62, pp. 402-412

10. WINNICOTT, Dalla pediatria alla psicoanalisi, p. 236 Firenze, 1975

11. HEIMANN, On counter-transference, pp. 81-84, in “J. Psycho-Anal” 31, 1950

12. CASEMENT, Apprendere dal paziente, pp. 83-84, Milano, 1989

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2 risposte a Controtransfert – G.G.

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    Penso che il post, “Controtransfert – G.G. in Tempo e Spazio. Il blog di Gilberto Gobbi “, sia perfetto!
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