Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

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L’ATTESA PRIMA DELLA NASCITA – G.G. –

L’attesa –
Un altro fenomeno da sottolineare, comune sia al maschio che alla femmina, è l’attesa prima della nascita.
Il bambino (maschio o femminina) è presente in positivo e/o in negativo nella mente, nella relazione e nell’affettività dei due genitori (padre e madre) prima della sua nascita. Viene pensato e verbalizzato un nome. Con l’ecografia la percezione del genere (sesso) maschile o femminile si concretizza. Dopo di allora il figlio viene pensato e vissuto con questo genere.
Alla nascita è presentato alla società e registrato con il sesso/genere, proprio della conformazione corporea e così il bambino acquista la sua visibilità psicosociale, maschile o femminile. Da quel momento ogni persona comincia il cammino nel mondo intrapsichico e si colloca con la propria identità psicosessuale come soggetto sociale.
Il linguaggio e la realtà, in cui ognuno è immerso e con cui si confronta, rinforza costantemente la distinzione di base fra il soggetto di sesso maschile e quello di sesso femminile: egli si conferma nella propria identità psicosessuale.
A lui ci si rivolge con la sua identità, maschile o femminile: il nome lo connota, dandogli significato e valore.
Ciò avviene per i maschi e per le femmine.

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Un libro da leggere

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DUE DITA DI FRONTE – G.G. –

Due dita di fronte.
Frequentavo la quarta ginnasio (il primo anno dell’attuale liceo classico). Già un po’ di latino lo si studiava alla scuola media con una certa sistematicità. Si aggiunse il greco come materia fondamentale per la cultura classica. A insegnare l’una e l’altra un giovane professore, laureato all’università di Torino con il cento dieci e lode, in lettere antiche. Veniva in classe senza libri, con il solo registro, ma pretendeva che noi li avessimo tutti, sempre, sia le due grammatiche sia i libri delle traduzioni.
Aveva nell’insegnamento una sua sistematicità, indicava la pagina della grammatica, senza averla di fronte, segnava l’esercizio da tradurre, il numero e la pagina. Amava profondamente le sue materie, ma in particolare ci voleva bene, ci accudiva, ci seguiva, ci ascoltava, suggeriva comportamenti con discrezione, ci orientava alla collaborazione tra noi. Chiamava ciascuno per nome e a noi faceva piacere il modo con cui lo pronunciava.
Mi è rimasto impresso il suo intervento durante un’interrogazione di un compagno, un certo Giordano, ritenuto da tutti un allievo esemplare, perché, di norma, sapeva sempre tutto. Aveva un suo modo di studiare: tendeva a studiare tutto a memoria, per cui quando rispondeva, sentivi la ripetizione mnemonica del contenuto: non sgarrava una parola. Noi guardavamo la pagina del libro per verificare che non vi fossero modifiche. Anche in quell’occasione, come sempre, Giordano si era comportato nello stesso modo.
Il professore, dopo averlo lasciato finire, gli chiese di dire le stesse cose con le sue parole. Giordano ci provò, ma rimase bloccato. Il professore gli andò vicino, e gli disse: “Adesso tu ed io proviamo a ragionare, ragionare, perché abbiamo due dita di fronte e le usiamo”, e batteva le due dita della mano destra sulla propria fronte, “due dita, ragioniamo e diciamo le stesse cose con le nostre parole”. Aiutato, Giordano si sforzò e espresse il contenuto con le sue parole.
Avere due dita di fronte e ragionare. Mi è rimasto impresso. E negli anni di insegnamento, a vari livelli, di fronte a varie situazioni, quella frase l’ho ripetuta tante e tante volte, battendo le due dita sulla mia fronte.
E ancor oggi, a miei nipoti chiedo: “Quante dita?” Ed essi sorridendo, divertiti: “Nonno, lo sappiamo, due dita”.

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A mia Madre G.G. –

A mia Madre – Una domenica pomeriggio era passato a farle visita con i miei primi due figli, uno di 11 e l’altro di 9 anni. Vi era la focaccia, come sempre. Si parlava di tante cose e, come spesso avveniva, dei tempi che si stava attraversando e di tanti giovani che, anche tra i vicini di casa sua, erano in conflitto con i genitori. Era il 1977. Diceva che erano tempi difficili per i genitori. Che cosa direbbe adesso?
I miei due figli, in disparte, guardavano la televisione. Sembravano assorti nel programma. Mia madre continuava a parlare; l’ascoltavo e annuivo, qualche volta intervenivo per rilevare o commentare. “Mi raccomando, seguili e stagli dietro, perché stanno crescendo… e sono brutti tempi!”.
Con il solito pezzo di focaccia in un sacchetto per mia moglie, ci siamo salutati. Mentre salivamo in macchina, sul cancello, ancora una volta, lei disse: “Mi raccomando!”. Si rivolgeva a me, non ai nipoti, come, invece, di solito fanno i nonni. In macchina, uno dei figli, il secondo: “Papà, perché la nonna ti ha fatto quelle raccomandazioni? Non lo sa, la nonna, il lavoro che fai? Non sa che insegni e fai lo psicologo?” La domanda era imbarazzante.
Mi è venuto di rispondere che le madri sono sempre madri e che fin che vivono si sentono in dovere di fare delle raccomandazione ai figli, anche quando questi sono grandi.

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IL CORPO DEL BAMBINO COME AUTOBIOGRAFIA – Gilberto Gobbi –

IL CORPO DEL BAMBINO COME AUTOBIOGRAFIA – Gilberto Gobbi –

La memoria ci ricorda la nostra continuità.
Nella nostra percezione diamo per scontato che vi siano dei meccanismi inconsci, sensoriali, percettivi, associativi, che costituiscono la struttura portante della nostra personalità, a cui attingiamo per fare memoria della storia della nostra vita.
Per l’adulto può essere facile “dire” la propria storia affettiva, ma per il bambino piccolo che cosa e come può dire di sé? Noi ci aspettiamo tutto dalle parole, che il bambino non ha. Eppure, vi è un linguaggio, che il bambino conosce e con cui si esprime: la parola del corpo.
L’esperienza corporea è la dimensione della personalità, che racchiude in sé e conserva nel tempo fatti e vissuti, che sono il materiale da comprendere ed interpretare nell’autobiografia. Alla base dei nostri vissuti come persona vi è il corpo, che è il primo vero deposito della memoria.
Il corpo ricorda: ha inscritto in sé, nelle sue varie parti e nel suo insieme, la storia della nostra vita.
Esperienze scientifiche di questi ultimi anni dimostrano, appunto, che vi è una memoria corporea, che diamo per scontata, presupponiamo, deduciamo, ed è implicita in tutto quello che facciamo, e che è difficile da decodificare e da identificare. In una prospettiva futura, chissà, gli strumenti tecnici potranno far emergere quelle tracce profonde, a livello di sinapsi ed altro, che il corpo ha ritenuto dal primo momento in cui siamo stati generati e siamo venuti alla luce.
L’esperienza corporea, che viene prima della parola, è già di per sé prenoetica e intenzionale. È impregnata di cognitività.

La prima esperienza corporea del bambino è quella della comunicazione tonico-emozionale: con la nascita, momento topico, nevralgico e fondamentale, vi è l’origine e inizia lo sviluppo del-la memoria conscia e in¬conscia della nostra storia psicoaffettiva.
Vi è il primo contatto con il mondo esterno, con l’altro da sé: il primo contatto corporeo, la prima relazione tonico-emozionale con la madre. I sensi iniziano a scrivere le prime tracce nella memoria e le originarie strutture della storia della propria vita extrauterina.
Si tratta di imparare a de¬codificare e a leggere queste tracce.
I bambini esprimono se stessi attraverso le tracce psicoaffettive del corpo, che sono permeate di processi emozionali e cognitivi, sono dipendenti dai condizionamenti ambientali e si esplicano attraverso comportamenti specifici da saper leggere da parte degli adulti.

Il bambino si presenta e racconta di sé, della sua storia psicoaffettiva, attraverso il linguaggio del suo corpo, con il modo di muoversi, di camminare, di guardare, di osservare, di toccare, di prendere, di avvicinarsi e allontanarsi dagli “oggetti”, di manipolarli. Così il bambino scrive e offre la sua autobiografia ai grandi.
Egli racconta la sua storia fino a quel momento. Non ha ancora imparato a raccontarsi con le parole, ma il corpo gli permette di ritessere la propria vita, di ricostruirla, divenendo il luogo fertile per svelare i modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo, dentro e fuori. Il corpo è la spia che disvela e dilata i contenuti affettivi.
Il corpo del bambino già ricorda per “cronologia interna”, perché ha insito in sé “il prima e dopo”, anche se, fino ad una certa età, non sa collegare fra loro le esperienze del prima e del dopo, che danno forma ai contenuti e connotano l’autobiografia.
Il bambino nei suoi pochi anni ha creato il suo universo esistenziale, il cui accesso passa dai circuiti della memoria corporea. Ciò permette di sviluppare un campo magnetico di ricordi, che si esprimono attraverso una diversificata presenza e modalità di vivere le situazioni. I ricordi si materializzano nella plasticità del movimento e il suo immaginario si evidenzia attraverso il gioco e la relazione corporea.
L’attenta osservazione, la conoscenza della comunicazione, della sua pragmatica e dei contenuti sottostanti, e altri strumenti specifici per¬mettono di comprendere e immaginare ciò che il suo corpo dice.
Non è sufficiente saper leggere e decodificare la storia psicoaffettiva, che il bambino presenta con la sua corporeità, vi è la necessità di una comprensione che sia accettazione.
Parafrasando Marcel Proust possiamo affermare che attraverso la comprensione della sua corporeità noi adulti “sviluppiamo i negativi” che ci permettono di comprendere la sua vita, e così di aiutarlo a riprendersela costantemente tra le mani e a gestire “i positivi” della vita stessa. Il bambino apprende a dare alle cose, alle persone, ai sentimenti il loro nome “proprio”, e così gli oggetti gli appartengono e divengono parte integrante della sua identità. Gli “oggetti” permangono in lui, fanno parte della sua vita e della sua identità.
Una volta adulto, nel suo presente emergono sensazioni positive del passato, dell’essere stato compreso e accettato. Ciò ripristina la tensione verso il futuro, in cui il passato è lì a supportare come forza e potenzialità. È il paradosso del tempo, che è sincronia e diacronia, che trascorre ed è eternità; un presente mutevole e immutabile. L’immediato è vissuto nella sua complessità.
L’alleanza con se stesso, con i propri vissuti e con la memoria psicocorporea, nel suo risalire fino alla formazione dell’essere, diviene spazio e tempo, in cui l’adulto ricostruisce la propria esperienza di essere stato contenuto dal corpo e dalla psiche, prima dell’altro e poi di sé. Essere contenuto dalla memoria corporea positiva è premessa della propria identità.
In noi vi è insito il materiale per ricostruire la nostra storia, come nel corpo del bambino si può leggere la sua storia psicoaffettiva. [G. Gobbi, Le anse del fiume, pp. 39/41]

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Il corpo vissuto e la sessualità -G.G.-

Il corpo vissuto e la sessualità – Gilberto Gobbi –

La conoscenza dei dinamismi propri del corpo, delle sue implicazioni psicoaffettive e valoriali, facilita il processo di maturazione globale della sessualità.
Ogni persona, nella sue varie fasi della vita, sperimenta il rapporto dialettico tra il proprio corpo fisico, anatomico (il corpo oggetto) e il corpo vissuto, il corpo-che-egli-è (il corpo soggetto), il corpo vissuto-sessuato.
Si può affermare che ognuno vive in prima persona il dilemma secolare della filosofia occidentale, il dualismo “anima-corpo”, “psiche-soma”, “spirito-corpo”, che da sempre influenza le scienze umane e la medicina.
La persona ripropone in sé la problematica di tale riflessione e la vive con intensità. Il suo dinamismo è orientato al superamento di tale dicotomia, a creare unità tra psiche e soma. Tale travaglio può avere esiti i più disparati, le cui conseguenze possono sinteticamente essere: o l’unificazione della propria persona in un processo di maturazione o una conflittualità permanente, visibile o sotterranea, con il predominio di uno dei due aspetti, il fisico o lo psichico. Nell’ambito sessuale il predomino del fisico comporterà l’accentuazione esagerata della genitalità o anche il suo blocco con eventuali disfunzioni sessuali, perché l’equilibrio o lo squilibrio tra i due aspetti incide profondamente sulla vita sessuale delle persone. Con il dominio della psiche si avrà l’angelismo come negazione della corporeità, tentativo anestetico delle sensazioni corporee: le emozioni saranno collocate “sotto vuoto spinto”. In un corpo che scalpita.

L’individuo percepisce il proprio corpo organico, inteso come oggetto, un insieme di organi e di apparati anatomici, che sente nella sua trasformazione, nel benessere e nella disfunzione.
Contemporaneamente, con la presa di coscienza delle sensazioni, vive la propria corporeità, sente di essere corpo, soggetto dell’Io. Sente il corpo-che è. E’ il corpo vissuto.
Così la persona si trova con il suo corpo organico e il corpo vissuto, che si confrontano a livello profondo con l’immagine inconscia di sé e del sé corporeo; immagine, che è la rappresentazione del corpo nel rapporto con se stesso, con gli altri e con la realtà. E’ risaputo che l’immagine inconscia del corpo si compone e si costituisce già nelle prime fasi della vita attraverso il rapporto con la madre e con le figure primarie, nella comunicazione tonico-emozionale.
E’ a livello profondo che deve avvenire la sintesi della dimensione fisico/genitale con quella psichico/valoriale, vale a dire l’unificazione della personalità. Si tratta dell’accettazione dinamica del proprio corpo o parte di esso, il cui cambiamento accompagna tutta la vita, con le trasformazioni che il tempo impone esternamente nella modifica del corpo fisico e con i cambiamenti interni dell’immagine di sé.

Quando il soggetto comincia a prendere coscienza di questa ambivalenza del proprio corpo (corpo oggetto e corpo vissuto), potrebbe percepirlo solo come corpo/genitalità, come fonte di piacere e così oggettualizza il proprio e l’altrui corpo. Tale disgiunzione è visibile nel comportamento autoerotico e nella pratica della prostituzione, e in ogni forma di strumentalizzazione del corpo.

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L’AUTOEROTISMO: L’ADOLESCENTE E IL SUO CORPO RIFLESSIONI PSICOLOGICHE – G.G. –

L’AUTOEROTISMO: L’ADOLESCENTE E IL SUO CORPO –
RIFLESSIONI PSICOLOGICHE

Gilberto Gobbi
Psicologo-Psicoterapeuta

Premessa
L’autoerotismo, o masturbazione, sembra trovarsi al centro della storia del processo di maturazione psicosessuale della stragrande maggioranza degli individui, specialmente maschi. E’ un processo, che inizia fin dalla primissima infanzia, quando il bambino comincia a esplorare le varie parti del proprio corpo.
L’autoerotismo è un comportamento esteriore, che, in quanto tale, rinvia ad un profondo significato, proprio dello psichismo, cioè alle pieghe più delicate e recondite dell’intrinseca connessione tra la dimensione fisico-corporea e quella psicologica.
Il comportamento autoerotico assume significato e come tale va analizzato, partendo da tale aspetto, per poterne comprendere le sue evoluzioni normali, quelle a-normali oppure le involuzioni patologiche.
Sotto l’aspetto psicologico, oggi, l’autoerotismo viene considerato un fenomeno frequente e quasi costante nel processo evolutivo psicosessuale dell’individuo. Gli studi in tale settore sono molteplici e offrono dei dati, statistici e psicodinamici, che presentano, appunto, la masturbazione come un fenomeno talmente rilevante, per la sua presenza e costanza, da far affermare la sua “normalità”. Cioè, il fenomeno è presente per il 90% negli uomini giovani e tra il 60-70% nelle giovani e nelle donne.
A quanto pare, come in altre ricerche che riguardano l’ambito dei comportamenti sessuali, anche per l’autoerotismo in psicologia viene assunto come “criterio di normalità” il parametro statistico.
Ritengo che non sia sufficiente indicare l’autoerotismo come una fase dello sviluppo psicosessuale né constatarne la frequenza statistica, per dedurne una valutazione di “normalità”.
La sua valutazione va impostata secondo criteri diversi, che situino il fenomeno all’interno del senso e del significato della sessualità umana e che, sotto l’aspetto dinamico, tengano conto del percorso maturativo delle singole persone, del suo stadio complessivo di sviluppo, di cui l’ambito psicosessuale è patte integrante.

Atto, comportamento e struttura autoerotica
Il soggetto che pratica la masturbazione si trova in un determinato momento del suo sviluppo globale e psicosessuale; è collocato in un determinato ambito psicosociale; vive determinate situazioni ed ha una concezione circa il senso e il significato della sessualità e dell’autoerotismo.
Occorre, pertanto, avere una valutazione complessiva e complessa del soggetto e della sua collocazione nel contesto situazionale, in cui il fenomeno viene praticato.
Per una maggiore chiarezza e per una comprensione più reale, ritengo che vadano fatte delle distinzioni circa tre modalità dell’autoerotismo.
1. Atto autoerotico – E’ un singolo atto che porta al soddisfacimento sessuale masturbatorio. Accade come modalità o di ricerca di conoscenza del fenomeno o di sgravamento di tensione, e permane fine a se stesso. Il soggetto ha sperimentato, ha scaricato la tensione, e ciò gli basta. Per motivazioni, le più disparate, non sente l’esigenza di ripetere o ha la capacità di autocontrollo.
2. Comportamento autoerotico – Il comportamento indica che il soggetto tende a ripetere, anche se non in modo continuativo, atti masturbatori. Vi è una certa compulsività, che può essere accompagnata da attività sessuali diverse (sia etero sia omosessuali). Il compotamento indica che di fronte a situazioni ansiose, conflittuali, a forti impulsi genitali, al desiderio di soddisfazione, vi è la tendenza a scaricare compulsivamente, in modo sostitutivo in carenza del rapporto etero o omosessuale. L’autogratificazione lo porta a chiudersi in se stesso e nelle proprie fantasie erotiche.
3. Struttura di personalità autoerotica. Con tale denominazione si intende quella personalità che è rimasta allo stadio narcisistico della maturazione, all’auto contemplazione, chiuso in se stesso, in un dimensione autoerotica ed autoaffettiva. Per tale personalità non si può parlare di oblatività, di donazione, di apertura all’altro, per cui anche quando esplica una relazione etero o omosessuale, il centro è sempre se stessa… L’altro è strumentalizzato, funzionale alla ricerca della propria gratificazione genitale autoerotica.

Tale distinzione, che deriva dalle analisi delle situazioni, ci permette di capire meglio il fenomeno dell’autoerotismo, inquadrandolo all’interno della personalità e del suo processo di maturazione, dandone una valutazione psicologica conseguente.
L’atto masturbatorio, di per sé, non va ad intaccare il processo di maturazione psicosessuale verso l’apertura all’altro, alla comunicazione e alla capacità di donazione. Sotto l’aspetto psicologico, atti masturbatori sporadici sono privi di connotazione morbosa o patologica. Andranno analizzati i vissuti e le circostanze che tendono a tali atti sporadici, affinché l’individuo ne conosca l’origine e metta in atto quella serie di accorgimenti che gli facilitino il superamento e l’evitare che diventino comportamento masturbatorio.
Vi sono, invece, persone che, pur avendo una impostazione di apertura all’altro, vivono comportamenti “quasi obbligati” di tipo masturbatorio. La tensione pulsionale li spinge ad una coazione a ripetere.
Ciò permette di rendersi conto di come il problema dell’autoerotismo è complesso e che in determinate persone l’ambito della libertà di scelta del proprio comportamento sia notevolmente ridotto, sia dalla coazione a ripetere sia da una struttura di personalità autoerotica.
Non è compito della psicologia emettere una valutazione etica, ma di congruenza o incongruenza con il percorso di maturazione della persona.

Autoerotismo infantile
L’autoerotismo infantile segue i processi e le modalità propri dell’età descritti dalla psicoanalisi attraverso le varie fasi di approfondimento e di ulteriori conoscenze.
L’esplorazione e la conoscenza del proprio corpo, l’erotizzazione del proprio e dell’altrui corpo, il legame simbiotico con la madre, il distanziamento e defusione, l’acquisizione della propria immagine corporea e la differenziazione da quella degli altri, la percezione della propria identità di genere e l’avvio verso l’acquisizione dell’identità psicosessuale, sono tutti fattori che intervengono e interferiscono nel processo di maturazione psicosessuale e quindi anche nelle dinamiche autoerotiche.
Il bambino attraversa le varie fasi e vive l’incidenza dei vari fattori, come percorre il tratto dall’egocentrismo all’allocentrismo, dalla chiusura narcisistica iniziale all’apertura verso l’altro, dall’erotizzazione delle relazioni al processo di derotizzazione, che è un fenomeno che dovrebbe accompagnarlo per tutta la vita, come uscita da sé e trascendenza verso l’altro, verso una dimensione di donazione.
Di fronte all’autoerotismo infantile spetta all’adulto non proiettare i suoi eventuali problemi irrisolti, con minacce rimproveri che vanno a confonderlo e a suscitare curiosità, morbosità ed ansia.
Durante la prima e la seconda infanzia, l’autoerotismo perdurante può essere indice di problematiche che il bambino sta vivendo; l’atto diventa consolatorio di fronte a solitudine, carenze affettive, o anche indice di movimenti stereotipati, che possono essere indicatori di una sofferenza profonda, che, di norma, è accompagnata anche da altri aspetti del comportamento.
Nei casi di comportamenti masturbatori stereotipati è necessario consultare un esperto per una verifica e vedere se occorra intervenire con una terapia che sollevi il bambino dalla sofferenza, riavviando il processo psicoaffettivo che si era arrestato o che trovava difficoltà a procedere.

Autoerotismo adolescenziale
La pubertà è il periodo in cui si verificano più frequentemente atti masturbatori, che, con il tempo, possono trasformarsi in comportamenti o anche fissare una personalità autoerotica.
L’attività autoerotica si verifica entro un quadro caratterizzato da importanti modificazioni biologiche, che incidono profondamente sulla globalità della persona e sulla strutturazione psicosessuale. La disarmonia della prima fase puberale è dominata dall’eccitazione pulsionale, da abulie, apatie, eccitazioni, diminuzione della soglia di sorveglianza, da euforia con particolare labilità neurovegetativa.
Il fenomeno dell’autoerotismo va inserito nell’ambito dell’insicurezza biologica e istintuale, che comporta l’assestamento del suo orientamento psicosessuale, per cui il ragazzo è impegnato su due fronti:
• quello individuale, intrapsichico, sulla linea della convergenza o meno dell’identità di genere (l’avere un corpo maschile o femminile) con quella psicosessuale (il sentirsi uomo o il sentirsi donna);
• quello fisico-corporeo, che lo spinge alla ricognizione della propria virilità, come ricerca della propria individuazione e virilità somatica, che si coniuga con la tendenza alla manipolazione. Le ricerche di neurofisiologia confermano questa tendenza istintiva che l’adolescente ha di manipolare ciò che gli capita tra le mani. La prima cosa che egli ha tra le mani è il proprio corpo, con tutte le sue parti.
L’autoerotismo femminile è diverso da quello maschile.

Il corpo fisico e il corpo vissuto
E’ durante l’adolescenza, nelle sue varie fasi, che la persona vive e sperimenta il rapporto dialettico tra il suo corpo fisico, anatomico, il corpo oggetto, il “corpo-che-ha” e il corpo vissuto, il “corpo-che-egli-è”, il corpo vissuto sessualmente.

Si può affermare che l’adolescente vive in prima persona il dilemma secolare della filosofia, anima-corpo, il dualismo, cioè, che è stato oggetto della speculazione della filosofia occidentale e che da sempre influenza la medicina e le scienze umane.
L’adolescente ripropone in sé la problematicità di tale riflessione e la vive con una intensità che è propria di tale dicotomia. La sua lotta è orientata al superamento di essa, a fare unità tra psiche e soma: l’esito di tale travaglio può essere il più disparato: o l’unificazione della propria persona in un processo di maturazione o la conflittualità visibile o sotterranea, ma presente, con il proprio corpo che lo accompagnerà in futuro.
L’adolescente percepisce il proprio corpo organico, il Koerper, inteso come oggetto, un insieme di organi e di apparati anatomici che sente trasformarsi: ha un corpo, possiede un corpo.
Contemporaneamente vive la propria corporeità, sente di essere corpo, soggetto dell’Io, come presa di coscienza delle sensazioni. E’ il corpo-che è. E’ il corpo vissuto.
Il corpo organico e il corpo vissuto si confrontano a livello profondo con l’immagine inconscia del corpo, cioè con il corpo immaginato, che è la rappresentazione sintetica delle relazioni e riconoscimento globale o parziale del corpo nel rapporto con se stesso, con gli altri e con la realtà.
E’ a livello profondo che deve avvenire la sintesi della dimensione fisica con quella psichica, l’unificazione della personalità. Avviene l’accettazione o la non accettazione del proprio corpo, il cui cambiamento accompagna tutta la vita, attraverso le trasformazioni che il tempo impone internamente nella modifica dell’immagine di sé ed esternamente nei cambiamenti delle fattezze del corpo fisico.
Quando l’adolescente comincia a prendere coscienza di questa ambivalenza del proprio corpo (corpo vissuto e corpo oggetto) c’è la possibilità che si percepisca come corpo fonte di piacere, e quindi di oggettualizzare il corpo, come fonte di piacere a portata di mano.
Tale disgiunzione è visibile nel comportamento autoerotico e nella pratica della prostituzione, e in ogni forma di strumentalizzazione del corpo come forme plastiche di oggettualizzazione del proprio e dell’altrui corpo.

Il sapere sul proprio corpo
Il sapere sul proprio corpo, sulle sue espressività e le sue capacità di entrare in relazione con la realtà in cui è inserito, facilita la conoscenza di come l’adolescente si mette in relazione con i suoi simili, relazione che non è fatta solo di corpi, ma di persone, con la loro intelligenza, capacità di autodeterminazione e di libertà, di responsabilità, di emozioni, di affetti, di capacità di amare.
Non è in relazioni con corpi anatomici, ma con corpi vissuti e immaginati. Ciò richiede un percorso educativo, che formi l’adolescente alla relazione costruttiva e maturante con gli altri.
Il sapere intorno al propri corpo gli permette di capire che:
• il corpo esprime ciò che egli è: lo rivela, lo rappresenta nelle varie forme in cui si esprime;
• il corpo gli dà il senso di “avere”, di possedere in quanto “egli ha un corpo”, ma il suo è un avere limitato;
• il suo corpo è un organo di comunicazione, in quando con esso si muove, si esprime, si mette in comunicazione: lo rappresenta, cioè, nel mondo, si muove nello spazio ed abita lo spazio;
• il suo corpo è un organo operativo, con cui progetta e modifica la realtà. Il corpo è l’unica cosa che il suo Io muove liberamente e spontaneamente;
• il suo corpo è un organo senziente: può percepire se stesso, percepire il corpo attraverso il proprio corpo;
• il suo corpo gli impone dei limiti, per quello che è nella statura e nella grossezza, e per essere soggetto a malattie e debilità.

Il vissuto adolescenziale del corpo
L’adolescente ha un corpo organico, che cresce e matura nelle sue funzioni, quelle sessuali, che gli sono sconosciute nella loro realtà concreta. Può conoscere a livello razionale le varie parti del corpo e le loro funzioni, ma a livello pratico gli sono sconosciute. La scoperta in fase puberale o successivamente dell’uso degli organi genitali con la masturbazione lo pone di fronte a situazioni interiori, di cui l’istruzione sessuale dà solo delle spiegazioni intellettuali, che non gli tolgono la confusione né lo tranquillizzano.
Così il corpo vissuto, quale presa di coscienza delle sensazioni, lo coinvolge in una realtà ambivalente, fatta di curiosità e di desideri, miste ad ansie e tensioni, per una situazione che tende a sfuggirgli di mano.
L’autocontrollo gli diviene difficile e l’immagine del suo corpo infantile, che poteva dominare e gestire e non gli creava problemi, si confonde con una immagine attuale frastagliata di un corpo che non riconosce più.
Contemporaneamente questa immagine sfocata di una identità destrutturata lo pone a confronto con l’immagine sociale, quella cioè che deve sostenere di fronte agli altri, che a loro volta possono rinviargli una immagine (un insieme di attese e di riscontri) profondamente in conflitto con la realtà interiore che egli vive. Gli viene nel contempo richiesto capacità di autonomia e di indipendenza, capacità di autogestione, responsabilità, dovere, obbedienza e ordine.
L’adulto, in questo modo, gli rinvia un’immagine che lo vuole “adulto” e “bambino”, mentre egli stesso si trova a vivere l’esigenza di essere adulto e come tale vuole essere trattato, e la difficoltà, di fronte a un corpo in evoluzione, di destrutturarsi e di distanziarsi dallo stadio infantile.
In modo più o meno intenso, che varia da soggetto a soggetto, il corpo vissuto è un misto di dualismo, per cui, attraverso fasi successive di assestamento, l’adolescente lotta per arrivare ad una rappresentazione sintetica di sé, al riconoscimento globale del proprio corpo come parte integrante dell’Io, in relazione armonica con gli altri e la realtà circostante.
E’ il percorso verso l’acquisizione della propria identità psicosessuale, che dovrebbe aprirlo alla capacità di relazionarsi come persona matura.

L’essenza di tale ricognizione tattile è inquadrabile sul piano del passaggio di quello che viene chiamato il corpo vissuto sessua¬mente, il “Leib” (corpo- che-sono) da quello che è invece il corpo anatomico, il corpo oggetto, il “Körper” cioè il “corpo-che-io-ho”. Se io do la mano ad un amico, questa è il “Leib”, è il corpo vissuto, è espressione di persona, è il “corpo-che–io–sono”. Nella psicosessualità, nel rapporto duale, il passaggio da “corpo–che–io- sono” a “corpo-che-io-ho” e viceversa, è continuo; per lo più si assiste a un incontro che nella maggior parte dei casi non è un vero incontro interpersonale di “corpo-che-sono”, ma è un incontro all’insegna egoistica, dell’avere, del “corpo-che-io-ho” (es. l’incontro con una prostituta).

Quando l’adolescente comincia a prendere coscienza e consapevolezza di questa duplicità e ambiguità dell’esperienza di corpo, di corpo vissuto a corpo come oggetto (il succhiarsi il dito è tipico del corpo oggettualizzato), lì c’è la possibilità che si colga, da oggettualizzarsi del proprio corpo, la fonte di un piacere: è quello che si dice il piacere a portata di mano, nel senso non solo metaforico della parola.
Allora si comprende come nel comportamento autoerotico ci sia sempre gravante la minaccia di un ritorno alla tendenza al corpo oggettualizzato, alla oggettualizzazione, che è in fondo la disumanizzazione del corpo.
Alla luce di tali analisi si rende necessaria una revisione di certe impostazioni psicologiche e psicopatologiche circa l’autoerotismo; e si rende necessaria anche una modificazione della valutazione morale.

Occorre anche prendere in considerazione la costante tendenza che c’è nella pubertà all’appagamento delle curiosità sessuali, soprattutto quando si costituiscono piccoli raggruppamenti di adolescenti. Questo va detto perché va tenuto conto, dal punto di vista ecologico, della possibilità dell’insorgenza dell’atto autoerotico come atto sociale riflesso. In altri termini, nell’adolescenza sovente l’atto autoerotico prende quel connotato di solum ipse (vizio solitario) per acquisire invece delle dimensioni strettamente socio-psicologiche e culturali; diventa un fatto di gruppo, un’esigenza di gruppo, cui ci si deve adeguare, cioè il soggetto si sente costretto dal gruppo a determinati gesti.

Dimensioni sociopsicologiche dell’autoerotismo.
Accanto all’impostazione puramente biologica (disarmonia della maturazione sessuale dell’adolescente), accanto all’impostazione antropologica (la più importante: quella dei vari modi di vivere la propria corporeità e il proprio corpo) c’è anche quella dimensione importante, che è socio-psicologica: l’autoerotismo considerato come un atto sociale riflesso.
Da ciò ne deriva che occorre la collaborazione del medico, dello psichiatra, dello picologo, del moralista, del sociologo.

L’adulto.
Nell’adulto l’autoerotismo è più direttamente collegabile a emergenze di situazioni specifiche di forzata astinenza sessuale. Legato a queste situazioni l’autoerotismo assume spesso un carattere di temporaneità: quindi spesso tale atto, il semplice atto autoerotico, veramente è carente di connotato psicopatologico.
Quello che lo rende psicologicamente normale, suscettibile di essere inquadrato in altri ambiti (quello della responsabilità, per esempio) è comunque sempre il grado di consapevolezza e di controllo che lo accompagna. Va chiamata in causa la volontà, termine vago, troppo ricco di incognite per poter essere definito psicologicamente in modo univoco. Comunque, i meccanismi di controllo delle pulsioni istintuali possono funzionare poco, anche se la consapevolezza è estremamente lucida.
Ci sono poi casi in cui vi è una dissociazione tra consapevolezza e controllo.
Nell’adolescenza questa consapevolezza consiste nel riconoscimento e nell’accettazione della propria funzione genitale, non ancora attuabile nel rapporto duale. Nell’adolescente maturo i meccanismi di controllo possono consentire questo dominio, più o meno completo.
Nell’adulto carente di consapevolezza è diverso, perché nella constatazione che si tratta di un atto sostitutivo e temporaneo c’è già una consapevolezza implicita. Nell’adulto è molto più legato ad una deficienza non tanto dei meccanismi di controllo, quanto del disinteresse reale di dimensioni etiche dell’atto.

Quando però l’atto autoerotico da isolato diventa ripetitivo, e da liberamente attuato diventa compulsivo, allora qui si deve parlare di comportamento masturbatorio. Questo può portare, a poco a poco, a quella che si chiama mania, a quella che una volta veniva chiamata mania autoerotica, la masturbomania, cioè a un comportamento compulsivo, di cui il soggetto non può fare a meno.

Vi è un altro ambito, quello delle debolezze mentali. Per il debole di mente l’autoerotismo è ancora più facile, appunto perché in lui diminuiscono o mancano i freni inibitori, dovuti ai meccanismi di controllo superiore, cioè l’armonia tra lucida consapevolezza ed efficienza dei meccanismi di controllo.
Quando arriviamo a gradi ancora più marcati di debolezza mentale, l’autoerotismo può essere mutuo, e quindi molto spesso nelle cosiddette masturbazioni vicendevoli sono reperibili elementi di tipo nevrastenico, di gioco, di passiva compiacenza verso individui magari aggressivi ed autoritari, che si servono appunto del sempliciotto come di un mezzo per soddisfare i loro bisogni, bisogni oltre che sessuali anche soprattutto sadici.
Il comporta¬mento autoerotico, che si può definire compulsivo per la sua caratteristica di interazione obbligata, in mancanza di sintonicità e di accordo con l’Io, è quello in cui più frequentemente si imbattono gli educatori, i sacerdoti, gli psicologi.

L’autoerotismo negli scrupolosi.
Se nell’ambito dell’impostazione religiosa e della vita religiosa c’è un elemento caratteriologico facilitante, esso è quello della scrupolosità: è quello della psicastenicità in genere, che comporta a volte uno sviluppo in senso compulsivo.
La scrupolosità è spesso la porta d’ingresso della compulsività, si avvicina proprio al comportamento dell’ossessività.
Come avviene per tutti gli impulsi e per tutte le rappresentazioni mentali degli ossessivi, anche il comportamento autoerotico è sentito come estraneo e rifiutato dal soggetto, che pure è costretto a praticarlo seppure in modo coatto. Il dramma dell’ossessivo è quello di ricusare qualche cosa, ma di essere costretto a farla e accettarla ugualmente. Va detto che in questi casi la ricerca del piacere appare del tutto secondaria; c’è esclusivamente il tormento di peccare e di avere peccato. Quindi il dramma vissuto è tra quello che è intenzionale e quello che tale non è. Tuttavia lo scrupoloso intenzionalizza tutto; non esclude la possibilità che in quel momento poteva aver aderito con la volontà, pur essendo ciò motivo e fonte di sofferenza.

In tutto questo va messo in luce un concetto molto importante: la strutturazione autoerotica, cioè il comportamento più l’impostazione psicologica che l’accompagna.
Si vuol dire che non è l’atto autoerotico a determinare l’impostazione psicologica abnorme: piuttosto è l’impostazione psicologica abnorme a concretizzarsi nell’atto. E’ importante circa gli equivoci che stanno alla base dell’omosessualità. Quello che interessa non è tanto il comportamento masturbatorio, quanto l’analisi delle fantasie che accompagnano il comportamento masturbatorio. Vi può essere, ad es., un omosessuale latente, ben compensato, cioè non compie mai un atto omosessuale, ma ha delle fantasticherie omosessuali. Praticamente, la masturbazione in questo caso allo sfogo, e fondamentalmente si tratta di omosessualità non di autoerotismo patologico.

Deve essere preso in considerazione anche il caso dell’isteria, perché questa sindrome è oltremodo frequente sia nell’uomo che nella donna, e perché nell’isteria i tratti caratteriologici sono proprio quelli che, tra l’altro, favoriscono anche la masturbazione.
Poiché l’isterico è poco capace di oblatività, è anche poco capace di stabilire un rapporto a due: la vita dell’isterico si volge tutta sulla categoria dell’avere e non sulla categoria dell’essere, cioè sull’inautentico.
E’ sempre presente nella personalità dell’isterico la possibilità che la vita coniugale con l’altro non sia un mutuo darsi, ma sia un vicendevole “masturbarsi”, cioè sia uno scambio di oggetti. Tali persone, gli isterici, presentano tratti di immaturità affettiva, che implicano veri e propri arresti dello sviluppo affettivo. Quindi si può dire che nel rapporto sessuale l’isterico è sempre incline alla soluzione di esso in un ambito realmente autoerotico (servirsi dell’altro è autoerotismo, non è autoerotismo soltanto il servirsi di sé; la mancanza di oblatività in fondo è autoerotismo).
Ovviamente nell’analisi si questi problemi quello che conta non è tanto il comportamento in se stesso, quanto lo studio delle fantasie che accompagnano il comportamento.

Nell’età scolare dell’adolescente si moltiplicano delle situa¬zioni che portano all’autoerotismo, occorre cogliere proprio nell’ambiente le cause determinanti del fenomeno:
• le nascita di un fratellino,
• la carenza di attenzione da parte dei genitori,
• il tempo che si trascorre da soli,
• il bisogno inappagato di compagni di gioco, ecc. ecc.
• la scuola stessa costituisce una problematica completamente nuova, irta di difficoltà: le competizioni, le integrazioni di gruppo, il trasferimento sugli insegnanti delle immagini parentali, difficoltà nello studio, il rendimento scolastico, ecc.

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