Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

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Gestualità e affettuosità nel fidanzamento – G.G. –

Friendship and love of man and woman

GESTUALITA’ E AFFETTUOSITA’ NEL FIDANZAMENTO

[RIPROPONGO QUESTE BREVI PAGINE IN MEMORIA DELL’HUMANAE VITAE]

Va ricordato che, non solo in questa fase di conoscenza – il fidanzamento -, ma sempre poi nella vita della coppia, è col corpo e attraverso il corpo che i due esprimono se stessi: la mano nella mano, il bacio, lo sguardo, lo stringersi stretti esprimono l’atteggiamento reciproco: ciò che pensano l’uno dell’altro e ciò che sentono per l’altro.
Il problema delle affettuosità tra fidanzati va inserito nel valore intrinseco del gesto sessuale e nel significato del fidanzamento. Le affettuosità, pertanto, viste con questa ottica, assumono vari significati.
Le affettuosità sono il linguaggio, con il quale l’Io si comunica all’altro, e mediante il quale può cogliere l’altro intimamente. Possono esprimere l’incontro confidenziale, che introduce i due a scoprire il senso reale della loro futura unione coniugale. Nel contempo sono un mezzo che consente di aumentare nei fidanzati la crescita dell’amore, e, secondo le modalità del dialogo tra uomo e donna con le loro differenziazioni, divengono strumento per maturare allo stato adulto l’amore oblativo, che trova gioia nell’amore dell’altro.
Sono anche la via che consente di instaurare una vita responsabile aperta ai futuri figli.

Vi sono dei parametri che indicano se le affettuosità tra i fidanzati sono espressione di autentico e crescente amore oppure di ricerca egoistica di piacere. Uno dei parametri è quello di evitare con molta sincerità e coraggio espressioni esterne di amore che siano, in realtà, un gioco sensuale di vicendevole strumentalizzazione. Ciò comporta vedere se ciò che viene chiamato “espressione d’amore” non sia in realtà egoismo camuffato, ricerca di gratificazione sensuale e pulsionale.
In tale contesto, vi è l’esigenza di rispettare le convinzioni religiose e morali di ciascuno, evitando di fare violenza morale perché siano fatte certe concessioni. Occorre rendersi conto che le affettuosità agite con egoismo bloccano o almeno ritardano la crescita psicoaffettiva individuale e della coppia.
Il concentrarsi sulle espressioni fisiche crea una circolarità che sposta l’attenzione più sulla gratificazione immediata che sull’approfondimento del dialogo e della relativa conoscenza e sulla capacità di autocontenimento e autocontrollo. La concentrazione sulle emozioni tende, con il tempo, a bloccare i due a questo livello e a trascurare la comunicazione psicoaffettiva con cui creare una vera e profonda intimità psicologica.

QUALCHE DOMANDA

Di fronte alle affettuosità occorre chiedersi:
– Che cosa significa quest’atto?
– Che cosa ne deriva? Premura, intenerimento, unione?
– I contatti fisici hanno significato di crescita? Indicano, cioè, che ci si vuole bene l’uno all’altro, che si è disponibili l’uno all’altro?
– I contatti fisici sono ricerca egoistica di piacere sessuale per mezzo del corpo dell’altro/a?

A proposito delle affettuosità e dei rapporti sessuali è stato scritto, anni fa, dal teologo moralista Valsecchi che “è l’amore come crescente volontà di appartenenza che deve giudicare e regolare i singoli gesti” (A. Valsecchi, Nuove vie dell’etica sessuale, ed. Querianiana, Brescia 1972). Questa è una bellissima frase ed è l’amplificazione di “ama e fai quello che vuoi”. Di norma, però, come viene intesa? Lascio giudicare a ciascuno, ma l’esperienza ci dice che è un’espressione facilmente manipolabile e adoperata a proprio “uso e consumo”. In essa vi è tutto il sapere etico, ma nel contempo è facilmente utilizzabile secondo i propri gusti. Di quale amore si tratta?
L’intesa più profonda e difficile, che devono attuare i fidanzati, è quella interiore. Se essi non costruiscono questa consonanza interiore, tutte le loro calorose espressioni fisiche, compresi i rapporti sessuali, sono soltanto dei “falsi d’amore”.
Ci si domanda: i rapporti sessuali prematrimoniali sono fatti veramente in nome dell’amore? Dell’ama e fai quello che vuoi? Oppure sono ricerca di piacere egoistico, di risposta alla mentalità corrente, di trasgressione alle proibizioni del passato, di provare e riprovare perché ciò procura piacere? Ciò può essere considerato un’autentica crescita nell’amore?
Ciascuno ha le sue risposte, che sono congruenti con la concezione antropologica, che ha dell’uomo e della sessualità umana. G. Gobbi, Sesso o Amore, Fede & Cultura, 2015, pp. 48/50).

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A PROPOSITO DEI SACERDOTI E RELIGIOSI –

A PROPOSITO DEI SACERDOTI E RELIGIOSI –
LUIGI M. RULLA NEL 1985 SCRIVEVA:
“Da una parte i sacerdoti e i religiosi sono chiamati al giorno d’ggi ad un più grande e più esposto impegno sociale che esige in più un alto grado di integrazione, di consistenza, di forza e di costanza della personalità per, ad esempio, essere capaci di un vero dialogo, di una conoscenza realistica nell’orientamento per gli uomini, di autonomia affettiva, di creatività. Tutte qualità che sono intaccate dalle immaturità della persona (anche subconscie). Dall’altra parte le stesse vocazioni sacerdotali e religiose sembrano offrire meno credito e potere sociale, e più indifferenza ed opposizione.
Alcuni esempi concreti saranno sufficienti a delineare questa situazione di tesa opposizione nella vita del sacerdote e religioso contemporaneo: egli è chiamato ad una vita di obbedienza in un mondo in cui l’autorità è sempre più attaccata: egli è invitato ad abbracciare la castità in un momento in cui il mondo non solo continua o aumenta il suo culto dell’edonismo, ma anche la rivalutazione della dignità del matrimonio viene sempre più proclamata; egli deve vivere una vita spirituale più intensa come fondamento dell’aggiornamento mentre è in atto una grande attrattiva per la secolarizzazione (come una liberazione dagli influssi religiosi dell'”homo faber” che crea le sue struttura socio-economiche) o per l’uso di conforti materiali sempre più disponibili; egli deve basare i suoi valori personali sui dogmi mentre il mondo proclama la revisione di ogni cosa; in alcuni paesi, come cristiano deve vivere secondo i criteri di una società gerarchica (come la Chiesa) mentre può essere cittadino di un sistema politico democratico; egli, forse, vive con una grande disponibilità di beni mentre larga parte della popolazione del mondo muore di fame.
Come conseguenza è grande la tentazione del sacerdote e religioso di sottovalutare il valore intrinseco della vocazione o, per lo meno, egli sente meno l’influenza positiva e di sostegno degli oggettivi valori vocazionali; c’è una grande tentazione verso la soggettivazione dei valori e questo nel preciso momento in cui le richieste per una efficace presenza di valori oggettivi e autotrascendenti nella sua personalità è più necessario e urgente” [Luigi M. Rulla, Antropologia della vocazione cristiana 1 Basi interdisciplinari, 1985, pp. 288/289].

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Secolarizzazione e sessualità – G.G. –

Secolarizzazione e sessualità – G.G. –

Il fenomeno della secolarizzazione, come netto distacco della realtà umana, della vita dell’uomo e dei popoli da Dio, ha il suo momento centrale nell’acquisizione da parte dell’uomo del senso vivissimo della sua autonomia da tutte le realtà, che lo interessano. Ciò comporta il distacco dal legame con il sacro e quindi dalla dipendenza da Dio.

Nell’ambito dell’appropriazione dell’autonomia, vi sono la scoperta e la presa di coscienza che l’uomo ha della responsabilità: l’uomo si sente responsabile di fronte alla storia e alla costru­zione del mondo. Ne consegue l’esaltazione di tre caratteristiche della soggettività umana, che, mentre differenziano l’uomo dagli altri es­seri, nel contempo ne fanno l’essere superiore e onnipotente. Sono: l’autosufficienza, l’autosupponenza, l’autoreferen­zialità.

L’autosufficienza è l’atteggiamento di chi basta a se stesso e non ha bisogno di nessun altro, che gli sia superiore. Se ciò, inizialmente è uno sganciamento da ogni realtà più grande e l’acquisizione delle proprie possibilità, con il tempo porta all’esaltazione dell’individuo (individualismo) e quindi anche alla negazione di aver bisogno delle altre persone. Ne consegue il disconoscimento della stessa intrinseca realtà dell’uomo, cioè della sua interdipen­denza e inter­soggettività. E’ la negazione della socialità dell’uomo.

L’autosupponenza è consequenziale, in quanto l’uomo con la sua presuntuosa arroganza dà per scontata la sua onnipotenza e chiude il cerchio con l’autosufficienza: l’uomo diviene misura di se stesso e criterio primo e ultimo (alfa e oméga) di valutazione del bene e del male. L’onnipotenza esalta l’uomo e le sue caratteristiche sino alla completa desacralizzazione, che comporta non solo la scissione dal sacro, ma anche la negazione del sacro e la dichiarazione della la morte di Dio.

Entro tale concezione antropologica riduttiva, si colloca la nuova visione della sessualità. Innanzitutto vi è la negazione del legame della sessualità con il sa­cro, quindi l’appropriazione di essa per un uso al servizio e in fun­zione dell’uomo. Così il sesso va spiegato e attuato al di fuori del rap­porto con Dio, in quanto il suo reale significato non è religioso, ma antropologico, cioè, entro i limiti del senso e del significato che gli dà ogni l’uomo, che è autoreferenziale. E’ lui, ciascun uomo, che dà storicamente il senso e il significato alle cose e, quindi, anche alla sessualità.

Il sesso è una realtà dell’uomo, che se ne serve per realizzare se stesso, al di fuori di qualunque comandamento di Dio e di qua­lunque interferenza religioso-ecclesiastica. La Chiesa come lo Stato non ha alcuna ragione di intromettersi in un affare che di per sé è di stretta competenza del singolo.

In questo senso, la contemporanea radicale affermazione dell’uomo si pone come totale rifiuto del trascendente e nel contempo come estrema erotizzazione della vita. Anzi, l’erotismo viene presentato con  una particolare funzione, quella di  liberare dalle regressioni sessuali e dalle nevrosi, che condizionano la li­bera scelta dell’uomo nell’agire e nell’assunzione di responsa­bilità.

Da ciò emerge un particolare non trascurabile, che va evidenziato, cioè che l’autonomia dell’uomo nell’ambito della sessualità è posta al servi­zio del singolo, dei suoi meccanismi, pulsioni  e processi, e non tanto della specie umana. Si comprende, allora, come il controllo delle na­scite, con vari metodi e mezzi, ponga l’uomo, ogni singolo, al centro di sé, della propria autonomia decisionale e solo marginalmente responsabile del futuro della specie.

Per la secolarizzazione, i rapporti sessuali dei giovani e degli adolescenti rientrano nella norma dell’agire. In quanto, non si vede perché, una volta raggiunta la maturazione fisica sessuale, l’adolescente e il giovane non possano espletare tale ca­ratteristica, che permette di fare esperienze, di relazionarsi e di sca­ricare le tensioni, che altrimenti potrebbero creare delle disfunzioni psicologiche. Il sesso è una funzione fisiologica e, come tale, ha bisogno di essere soddisfatto. Non solo, ma ogni tipo di sessualità secondo l’istinto individuale diviene una prassi.

Con lo sganciamento dal sacro, la scissione tra procreazione e amore, tra sesso e sessualità, sono conseguenti. Non vi è da rendere conto a nessuno.

A maggior ragione, sempre nell’ambito della secolarizzazione, i rapporti sessuali prematrimoniali hanno da esserci, perché assol­vono a funzioni fondamentali della costituzione della coppia, come modalità di conoscenza dei due e come suggello dell’amore rela­zionale, che necessita di segni fisici concreti. In più, non si vede perché si debba attendere dopo la celebrazione del matrimonio. Prima o dopo, nulla cambia.

D’altra parte la celebrazione del matrimonio, sia religioso sia civile, è solo una cerimonia, una pura formalità esteriore, che nulla aggiunge all’amore tra un uomo e una donna: né l’intervento della Chiesa – del sacerdote con il rito religioso – né quello del funzionario civile ag­giungono qualcosa di essenziale alla relazione della coppia. Sono i due a stabilire il contenuto e a decidere la loro vita. Né la Società civile né la Chiesa hanno qualcosa da dire. E’ un affare solo privato.

In più, se i rapporti sessuali fanno parte della vita relazionale, non vi sono impedimenti per chi sce­glie il matrimonio civile o la convivenza. In tali ambiti non si pongono problemi etici.

Ma anche per lo stesso matrimonio sacramento, ci si domanda che cosa venga legittimato dal rito. La risposta data è che certamente non è un rito che decide della moralità del comportamento di una per­sona e di una coppia. Un rito, religioso o laico, non può essere determinante dell’amore reciproco dei due, che matura in se stesso e, senz’altro, non subisce un sostanziale mutamento da una cerimo­nia.  Se il rito nulla aggiunge, non si vede perché si debba attendere ad avere rapporti sessuali. Si può anche fare a meno di attendere.

Sinteticamente, appare con chiarezza come la secolarizzazione abbia inciso profondamente sul significato della sessualità e sul suo uso, aprendo la giustificazione a qualunque tipo di sesso, ridotto ad esercizio fisico, deciso dai singoli. [Gilberto Gobbi, Sesso o amore, Fede & Cultura, 2014, pp. 14/17].

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ATTEGGIAMENTO DEI GENITORI E SVILUPPO SESSUALE – G.G. –

ATTEGGIAMENTI DEI GENITORI E SVILUPPO SESSUALE – G.G. –

Gli atteggiamenti dei genitori circa la sessualità e le relazioni personali hanno una profonda incidenza sullo sviluppo della personalità del bambino. Alcuni sono atteggiamenti  manifesti ed altri celati, che traspaiono dalle situazioni particolari e complessive del clima relazionale della famiglia. I figli percepiscono il “bene” o il “male” dell’essere donna e uomo, assumendo così gli comportamenti positivi o negativi circa l’identità psicosessuale.  E’ facile capire che la continuità di tali atteggiamenti può contribuire alla formazione di una conseguente disfunzione sessuale futura. Se, per esempio, una donna è stata abituata a considerare il rapporto sessuale come un dovere, può avere sensi di colpa a causa dei propri desideri e per la soddisfazione nelle relazioni sessuali. La sua risposta sessuale futura sarà inibita: se a ciò si aggiunge l’idea che il rapporto può essere un’esperienza dolorosa, facilmente si avrà il vaginismo.

Gli atteggiamenti sbagliati dei genitori e certe esperienze o eventi cruciali dello sviluppo possono indurre una fissazione o una regressione libidica, le cui conseguenze saranno visibili in seguito. Un rapporto disturbato con i genitori, per esempio, privo d’affetto e di calore, può creare delle difficoltà nello stabilire relazioni intime nell’età adulta. Moltissimi studi sulle disfunzioni sessuali confermano, appunto, l’importanza della figura materna e paterna per la formazione della sessualità adulta.

Anche un’informazione inadeguata contribuisce quale fattore predisponente della disfunzione sessuale. Non è tanto l’informazione come tale che contribuisce allo sviluppo normale o disfunzionale della sessualità, quanto l’informazione come elemento del processo formativo maturante. Sia un’informazione carente che un’iperinformazione (fuori tempo, luogo e contenuto) sono inadeguate e contribuiscono al sorgere di disfunzionalità sessuali per le attese sbagliate circa il sesso. Le attese possono ingenerare richieste sproporzionate ad una relazione sessuale.

Precoci esperienze sessuali traumatiche contribuiscono allo sviluppo di difficoltà sessuali nel resto della vita. Tuttavia non è chiaro quante volte ciò possa accadere. Le ricerche in merito sono contrastanti e mettono in risalto la qualità dei successivi incontri sessuali: le esperienze positive probabilmente tendono a cancellare gli effetti dei traumi sessuali precoci, mentre quelle negative a rinforzarle.

Altro fattore di predisposizione è la precoce insicurezza circa il proprio ruolo psicosessuale, vale a dire l’insicurezza circa l’atteggiamento che la persona ha nei confronti del proprio corpo, dei genitali e soprattutto nei confronti dei suoi pensieri ed impulsi sessuali. La scansione dello sviluppo fisico e il vissuto relativo durante l’adolescenza influiscono in modo particolare. L’anticipo o il ritardo nello sviluppo delle caratteristiche fisiche può creare sentimenti di inadeguatezza. Non va dimenticata l’influenza dell’atteggiamento della famiglia verso la sessualità, dei principi religiosi e degli stimoli socio-ambientali, che possono presentare modelli di sessualità spesso conflittuali. Un disagio circa la sessualità nell’età dello sviluppo può protrarsi nell’età adulta, con possibile incidenza sulla strutturazione di disfunzioni. [Gilberto Gobbi, Vorrei dirti tutto di me, 2008, pp. 220/222]

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Il segreto della felicità – G.G. –

IL SGRETO DELLA FELICITA’ – G.G. –

Il segreto della vita, della felicità sta nel raggiungimento dell’armonia dei vari elementi che costituiscono l’esser umano: il corpo, la psiche e i valori. La felicità è una melodia suonata all’unisono in cui le note dei vari elementi si esaltano, s’intersecano, si combinano, si fondono in unità.

Così il vero segreto è scoprire, conoscere e usare gli elementi che compongono l’uomo, quale essere-in-sé ed essere-nel-mondo. L’uomo ha già tutto quello che gli occorre per sapere che cos’è la vita per lui e per ricercare quella fusione e quell’unità che lo fac­ciano star bene con sé e con il mondo.

Il segreto della vita è già scritto dentro di ognuno, perché il se­greto è nella vita stessa, nel modo di leggerla, di affrontarla, di vi­verla, di dare risposte ai suoi interrogativi. Già dentro di noi, nel profondo dell’esistenza, nell’inconscio, vi sono implicite e struttu­rate le risposte alle domande insistenti di ricerca di senso e di signi­ficato, anche quando le situazioni e i vissuti frappongono ostacoli e filtri alla lettura e alla percezione dei contenuti profondi della vita.

La ricerca del segreto della vita si tramuta nella ricerca del se­greto della felicità.

L’uomo vuole essere felice e spende l’esistenza per questa ricerca. A volte succede che egli non si scruti, non si ascolti e si perda in un errare vagabondo per strade, che allontanano e complicano la ricerca stessa. Non ascolta nel silenzio dell’interiorità il tipo di co­municazione e di combinazione tra loro dei suoi elementi costitutivi: il corpo con le sue emozioni e vissuti, l’intelligenza con le sue com­prensioni, relazioni e socialità, e i valori con la proiezione ideale di realizzazione e la spinta alla progettualità.

L’ascolto interiore è una dimensione psicologica delicata, spesso disturbata dai rumori degli oggetti, interni ed esterni, che spingono il soggetto o verso un vagare centrifugo denso d’esterio­rità,  in cui ri­cerca surrogati della felicità, o verso un avvitamento su di sé, ca­rat­terizzato da uno sprofondare ossessivo nello stagno emozionale.

L’armonia degli elementi tra loro (corpo, psiche, valori) crea stadi di serenità, fa sentire felici: tutto funziona, l’equilibrio è rag­giunto, il percorso della vita è sereno. Ciò, però, avviene in un tempo limitato e l’armonia si dissolve, per poi continuare la ricerca di nuovi orizzonti e stadi di vita, in cui l’armonia si ricomponga e si riappropri della sua consonanza con nuove esplosioni di felicità. Così ancora e poi ancora: gli elementi sono tra loro dissonanti, il corpo non è più consonante con lo spirito e con l’ideale di sé; quindi l’armonia si ricompone, l’unità è ritrovata e la gioia riesplode.

L’esistenza dell’uomo è così.

L’accettare con apertura la realtà della vita situa la persona in un atteggiamento costruttivo, di crescita, di superamento delle diffi­coltà, di possibilità progettuale. In ciò si colloca la prospettiva di fe­licità, o meglio di momenti di felicità, d’espansione di sé, di vita vis­suta, di pienezza effusiva, di grazia abbondante.

Sono momenti in cui “il naufragar…è dolce”, il cielo sereno, il mondo interno tranquillo e quello esterno sospeso in una luce sof­fusa, che attutisce i rumori. Ogni cosa al suo posto, dentro e fuori. In quei momenti ci si sente felici, si possiede la felicità, per poi ripren­dere il percorso quotidiano con le sue piccole cose positive e nega­tive, nell’attesa d’altri momenti felici.

Probabilmente pochi termini, come quello che connota la feli­cità, sono così densi di significati e coinvolgono nello stesso tempo tante e profonde emozioni e molteplici affetti. Felicità è un gran conteni­tore, che come parola astratta può significare tutto e niente, e come vissuto psicologico del soggetto può avere un valore immenso che coinvolge il soggetto nella sua totalità dell’esistere.

E’ una parola usata in tante accezioni ed ha un largo uso sia nel linguaggio filosofico, sia in quello sociologico e psicologico e sia in quello comune e popolare.

Alla felicità si associano tanti altri termini, alcuni sinonimi ed altri con una loro specifica connotazione. Troviamo: beatitudine, benessere, prosperità, gioia, soddisfazione; e per contro: infelicità, sventura, disgrazia, dolore, tristezza.

La dimensione positiva è pure espressa da una serie di aggettivi, come: felice, beato, contento, lieto, fausto, fortunato, mentre quella negativa è indicata da: infelice, sfortunato, sventurato, misero, po­vero, triste, depresso, sfavorevole, negativo, inopportuno, intempe­stivo.

Ciò fa riflettere perché ciascuno dà un suo specifico significato e contenuto alla parola felicità, in quanto vuol trovare nel conteni­tore ciò che ritiene più consono a sé.

[Gilberto Gobbi, Le anse del fiume – Ricordi, emozioni e pensieri di uno psicoterapeuta veronese, pp. 106/107]

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UN GRADINO ALLA VOLTA – G.G. –

UN GRADINO ALLA VOLTA – G.G. –

Ogni giorno occorre salire al quinto piano del nostro palazzo.

Non è previsto l’uso dell’ascensore, perché non ci è dato.

L’unica possibilità che abbiamo è la scala, con i suoi gradini e le sue rampe.

Come faremo ad arrivare al quinto piano?

Un gradino alla volta, uno dietro l’altro; una rampa alla volta, una dietro l’altra.

I più duri sono i gradini delle prime due rampe, perchè si tratta di farsi i muscoli, attivare i polmoni, dosare le forze, saper utilizzare tempi e ritmi, il riposo e la ripresa.

 

 

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DIMENSIONE PSICOAFFETTIVA DELLA SESSUALITÀ – G.G. –

DIMENSIONE PSICOAFFETTIVA DELLA SESSUALITÀ – G.G. –

La dimensione psicoaffettiva è un elemento costitutivo determinante della sessualità umana. Può essere definito come la tendenza globale dell’uomo verso la donna e della donna verso l’uomo. Il dato reale è che il mondo affettivo dell’uomo è particolar­mente reattivo a quello della donna, e viceversa. Benché ogni persona tenda alla propria identità e autonomia e nel contempo alla propria differenziazione, vi è una tensione insita nell’uomo e nella donna all’attrazione e al completamento. Somiglianza e complementa­rietà, iden­tità  e diversità, sono fattori intrinseci dell’uomo e della donna.

L’umanità non è solo l’uomo o solo la donna, ma uomo e donna assieme. La spe­cie umana nell’ordine dinamico trova la sua espressione nella du­plice sessualità, nell’essere mascolino e nell’essere femminino.

Tutto ciò è costituito e supportato dall’affettività come capa­cità “reattiva” agli oggetti e alle situazioni della vita. Il mondo psicoaffettivo umano è connotato da emo­zioni, sentimenti, passioni: con i suoi molteplici aspetti, l’affettività, si estrinseca nell’ambito sessuale come attrazione o re­pul­sione nei confronti dell’altro “sesso”.

Questa tensione affettiva verso l’altro sesso presuppone una serie di doti, che trasformano l’attrazione in innamoramento, ricerca di condivisione, di coesione, d’unità, di soddisfazione reciproca nella dimensioni psicologica e fisica.

L’attrazione affettiva, che non si ferma all’aspetto fisico-geni­tale, interessa tutto l’uomo e tutta la donna, coinvolgendo il mondo affettivo delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni e quello dei valori: della persona, come valore in sé.

Viene spesso affermato che l’attrazione fisica e affettiva sia una caratteristica della fase iniziale di conoscenza e del matrimonio e che con il tempo e l’abitudine questa attrazione diminuisca. In particolare viene sottolineato come vi sia  da parte dell’uomo un guardarsi attorno, al di là della propria finestra e del proprio giardino, e che anche le donne vogliano provare emozioni diverse da quelle abitudinarie. Mi permetto di ricordare che, se il tempo segna le sue tracce sui corpi, perché divengono meno attraenti e affascinanti, lo stesso tempo dovrebbe anche favorire l’attrazione affettiva e fisica reciproca, stimolata dall’intimità, dalla comprensione e dalla complicità, che accrescono l’intesa psicologica e il linguaggio dei corpi.

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