Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

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E’ lo spirito che guida il corpo – Silvio Brachetta – Recensione


È lo spirito che guida il corpo. Gilberto Gobbi su omosessualità e vita consacrata. Articolo di Silvio Brachetta.
10 marzo 2020By editorNOTIZIE DSC

Gilberto Gobbi intuisce che a monte della questione dell’omosessualità nel sacerdozio cattolico, assieme a diverse concause, c’è soprattutto il crollo della figura paterna. Il padre – ma anche il Padre, nel senso di Dio Padre – e stato tolto di mezzo dalla modernità, specialmente negli anni a seguito del Sessantotto. Non si tratta soltanto di rammentare la dottrina, pure importante, di Freud e della sessualità infantile, ma c’è qualcosa di più sostanziale: il Padre, nella Rivelazione e, a maggior ragione, nel sacerdozio cattolico, è un fattore ontologico; è costitutivo dell’essenza del cristianesimo.
Non si può, dunque, valutare il fenomeno dell’omosessualità nel sacerdozio, sul medesimo piano di altri ambiti sociali. Se il sacerdote ha qualcosa di freudianamente irrisolto con il padre (o, spiritualmente, con il Padre), ne va della fede stessa. Anche il fedele chiama “padre” il sacerdote e lo stesso prete, non di rado, si rivolge al confratello come “padre”. Nella Chiesa – scrive Gobbi – «nel momento in cui va in crisi la figura del padre, viene messa in discussione l’autorità del Padre Eterno».
Gobbi fa il quadro di una Chiesa assai sollecita, nei suoi pronunciamenti magisteriali, nello scoraggiare l’ordinazione al sacerdozio non solo di coloro i quali praticano abitualmente l’omoerotismo, ma anche di chi ha una semplice tendenza all’omosessualità. Dal 1961 alle ultimissime disposizioni di Papa Francesco, la Chiesa sconsiglia risolutamente l’ingresso di persone omosessuali nel sacerdozio, sia pure «nel dubbio». Si tratta di una serie di documenti pubblicati nell’arco di mezzo secolo (o di semplici affermazioni pontificie) puntualmente disattesi, nella prassi, dalle decisioni dei direttori spirituali; di coloro, cioè, che devono accertare l’idoneità del candidato all’ordinazione sacerdotale.
Il direttore spirituale, di solito, è di manica larga: è un formatore non «formato», che senza molti scrupoli dichiara idonei al sacerdozio omosessuali potenziali o praticanti. Il risultato di queste scelte dissennate si manifesta negli scandali degli ultimi decenni, poiché – osserva Gobbi – «il 90% dei preti condannati per abusi sui minori, sono preti omosessuali». C’è dunque «uno stretto legame tra l’omosessualità dei preti e gli abusi sessuali sui minori». Ma anche volendo considerare la sola dimensione soprannaturale, è sufficiente costatare quanto il pansessualismo dilagante sia in contrasto con la purezza e la castità richiesta a tutti i fedeli e, a maggior ragione, ai sacerdoti.
Il nucleo delle disposizioni magisteriali, nel merito, si possono riassumere nell’Istruzione del 2005, a cura della Congregazione per l’Educazione Cattolica e controfirmata da Benedetto XVI. In essa – ricorda l’autore – si vieta l’accesso al Seminario e agli Ordini Sacri per tre categorie di persone: «coloro che praticano l’omosessualità», coloro che «presentano tendenze omosessuali profondamente radicate» e, infine, coloro che «sostengono la cosiddetta cultura gay». E, infatti, non è solo una questione di omosessualità: una certa parte dei formatori ha ceduto all’omosessualismo, ovvero a quell’«ideologia del gender» o «queer», che sta imponendo ovunque – anche in certi ambienti ecclesiali – la sua visione del mondo, amorale e anticristiana.
L’omosessualismo o il pansessualismo hanno pervaso, nell’ultimo mezzo secolo, ogni settore della società e nemmeno la Chiesa ne è rimasta immune. Una certa idea libertaria del Decalogo si è fissata stabilmente nelle coscienze di laici e chierici, raffreddando la fede e inducendo gli stessi sacerdoti a trascurare con leggerezza il sesto comandamento. L’omoerotismo, a seguito di questo convincimento, non è più considerato un ostacolo insormontabile e nei Seminari molti preferiscono chiudere un occhio di fronte alle vocazioni legate, in qualche modo, all’omosessualità. Le disposizioni del magistero sono così ignorate e si preferisce, eventualmente, rimuovere il problema a posteriori, magari per mezzo della psicoterapia.
E, in quanto psicoterapeuta, Gobbi ha seguito alcuni di questi casi. Nel suo libro, ne descrive due, assai significativi. Il primo comincia con l’ordinazione presbiteriale del candidato e finisce con l’abbandono della propria omosessualità, ma anche del sacerdozio, perché il chierico chiede una dispensa canonica e va a convivere con una donna. Cos’era accaduto? Che il giovane si è accorto, nel periodo pre-vocazionale e, poi, durante gli anni del Seminario, che l’istituzione ecclesiastica è spesso latitante e carente, soprattutto nell’ambito della formazione. Il prete racconta a Gobbi che «al catechismo il sesto comandamento era stato solo accennato». In seguito, quanto al suo direttore spirituale, «non ricorda una volta che gli venga chiesto se ha le “normali” attrazioni verso le donne» o se abbia «guardato giornalini e film porno». Eppure, il suo caso è stato quello di un soggetto non solo orientato all’omosessualità, ma praticante ordinariamente l’omoerotismo.
Fu dunque ammesso al diaconato, «con qualche dubbio da parte di un solo superiore». Nella confessione, inoltre, era minimizzata la pederastia e la masturbazione, con la scusa che «Dio è misericordia» e che sant’Agostino sentenziò: «Ama e fa’ quello che vuoi». Tanta superficialità non poteva che portare al fallimento e, di fatto, il novello prete fallì e sì trovò a dover abbandonare la tonaca, a causa dell’inconsistenza vocazionale.
Il secondo è un caso di orientamento omosessuale, che non si è concretizzato in atti peccaminosi. Il sacerdote, grazie ad una buona direzione spirituale, alla confessione e alla psicoterapia, è riuscito ad ottenere il controllo delle proprie pulsioni. Come nella precedente, però, anche in questa situazione, tanto il candidato quanto l’istituzione ecclesiastica non hanno ritenuto che quelle che lui chiama le «tentazioni sinistre» fossero in «contrasto con l’ordinazione presbiteriale».
Il sacerdote, tuttavia, ha mutato parere nel tempo. Divenuto egli stesso direttore spirituale del Seminario maggiore, al momento di votare l’ammissione al sacerdozio di due giovani con tendenza e pratica omosessuale, espresse parere negativo, convinto che i due «non dovevano essere ordinati sacerdoti».
In entrambe le vicende, comunque, i candidati o gli stessi superiori comprendono (o intuiscono) che l’omosessualità è un problema, se non un ostacolo al sacerdozio. Pur nell’esistenza di diverse tipologie di omosessualità – che l’autore elenca – ci sono evidenze che non possono essere ignorate, come l’incompatibilità tra sacerdozio e la violazione sistematica dei comandamenti divini. Se non altro, i candidati hanno sempre cercato un aiuto nelle istituzioni e nel supporto psicologico.
Gobbi presenta la sessualità, nel suo testo, come positiva, cioè come «progetto di libertà» e non come elemento opprimente della vita umana. Il sacerdote, ad esempio, che voglia abbracciare il celibato, non dovrebbe mai praticare la castità «come obbligo, ma come scelta di libertà». È certamente possibile «rendere la sessualità libera nella sua conflittualità», ma solo «a condizione di portarla sotto la guida dello spirito». Non ha molta importanza, cioè, se la vocazione è orientata al matrimonio, al sacerdozio o verso altre strade, ma è sempre essenziale che sia lo spirito a guidare il corpo e non viceversa. Altrimenti – scrive l’autore – la sessualità regredisce «al livello della pura genitalità».
Sull’«onda della “rivoluzione sessuale”» sessantottina c’è stata una grande frattura, che ha danneggiato il singolo e la società. In particolare si sono affermati tre errori: «la scissione tra sessualità e procreazione, la sostituzione dell’identità psicosessuale con l’orientamento sessuale e l’aver affermato e proposto l’equiparazione tra eterosessualità e omosessualità». Un tale cambiamento di prospettiva – continua Gobbi – «è lentamente penetrato nella Chiesa cattolica ed è stato il cavallo di Troia» che ha messo in discussione la verità su Dio e sull’uomo, «creato a sua immagine, maschio e femmina». Al contrario di quanto sostiene il pansessualismo contemporaneo, il linguaggio del corpo, «parole e gesti, è fatto per corrispondere alla verità e non alla falsità, perché la perfezione dell’uomo sta nella verità».

Silvio Brachetta

[Recensione del libro: Gilberto Gobbi, Uomini e donne di Dio. Omosessualità e formazione della personalità nella vita consacrata, Sugarco Edizioni, 2020, pp. 176, Euro 16,00]

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Recensione di “RADIO SPADA”

“Uomini e donne di Dio”: l’omoeresia nella Chiesa raccontata da uno psicologo
di Luca Fumagalli il 11 Febbraio 2020Nessun commento
di Luca Fumagalli

Durante il Concilio Vaticano II la mentalità relativistica del tempo, che di lì a poco sarebbe esplosa nella rivoluzione del ‘68, riuscì a penetrare anche in ampi strati del tessuto cattolico, modificando la concezione della sessualità, che da sacramento e mistero scivolò verso un vivere secondo le pulsioni soggettive.
A partire dagli anni Settanta e Ottanta nei seminari e nei conventi di tutto il mondo si iniziò così a considerare e insegnare la sessualità in un modo “nuovo”, un modo che si discostava sostanzialmente dal Magistero tradizionale della Chiesa. Tra le tante tesi erronee ha preso piede l’idea che esistano due orientamenti sessuali equivalenti, l’eterosessualità e l’omosessualità, e che quest’ultima non possa essere in alcun modo un ostacolo all’ordinazione sacerdotale e all’entrata nella vita religiosa.
Non a caso alcuni degli attuali protagonisti degli scandali nella Chiesa, sovente ai vertici della gerarchia, hanno svolto la loro formazione in quel clima di revisione generale della vita sociale ed ecclesiastica. Anzi, molti di essi, consapevolmente o meno, hanno coniugato le proprie vite secondo parametri personalissimi ed eterodossi, conducendo spesso una doppia esistenza, giustificandola, sino ad arrivare a elaborare una nuova antropologia fondata sulla cosiddetta “omoeresia” (il rifiuto del Magistero sull’omosessualità, negando che gli atti ad essa connessi siano contrari alla legge naturale).
L’omoeresia è diventata perciò il volto dell’omosessualismo penetrato nella Chiesa, in cui coerentemente sono presenti il sostegno e la diffusione della teorie “gay”, l’ordinazione, la promozione e la protezione di preti omosessuali, l’apologia della vita omosessuale e, in ultimo, la costituzione di lobby che dominano alcuni ambienti e provano a orientare la vita del gregge cattolico (emblematici in tal senso, per quanto diversi tra loro, i noti casi di Krzysztof Charamsa e del gesuita James Martin). Persino i recenti scandali legati alla pedofilia, dati alla mano, si rivelano essere per la maggior parte casi di efebofilia, cioè di omosessualità con una predilezione per i minorenni.
Questo e molto altro ancora è raccontato in Uomini e donne di Dio (Sugarco, 2020), pregevolissimo saggio dello psicologo veronese Gilberto Gobbi. In esso l’autore, dopo aver tracciato un profilo storico-culturale del fenomeno omosessuale nel mondo cattolico – portando anche la preziosa testimonianza di sacerdoti in difficoltà che si sono affidati alle sue cure – affronta nel dettaglio i documenti della Chiesa sulla questione, per poi puntare sull’analisi dell’identità psicosessuale del sacerdote, sul suo fondamentale ruolo di pastore, sul dono del celibato e sulla castità. Forte della propria esperienza professionale, Gobbi delinea un percorso convincente, senza peli sulla lingua, in cui scienza e Fede vanno di pari passo nel tentare di descrivere un fenomeno, come quello dell’omoeresia, che, oltre a indebolire il significato della missione sacerdotale, sta assumendo proporzioni sempre più inquietanti, ennesima manifestazione dell’infezione morale e teologica del modernismo.
Il libro: Gilberto Gobbi, Uomini e donne di Dio. Omosessualità e formazione della personalità nella vita consacrata, Milano, Sugarco, 2020, 176 pagine, Euro 16.
Link all’acquisto: http://www.sugarcoedizioni.it/uomini-e-donne-di-dio-omosessualita-e-formazione-della-personalita-nella-vita-consacratagilberto-gobbi/
Gilberto Gobbi, Luca Fumagalli, omoeresia, omosessualità, sacerdozio, scandalo, Sugarco, Uomini e donne di Dio

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L’altra faccia della teoria gender: “Nega ogni differenziazione e afferma il massimo arbitrio”

RIPROPONDO UNA MIA INTERVISTA DEL 3 FEBBRAIO DEL 2017 A Marco Tirinnanzi di >CULRURA E SOCIETA’ DI LUCCA.

L’altra faccia della teoria gender: “Nega ogni differenziazione e afferma il massimo arbitrio”

LUCCA – L’altra faccia della stessa medaglia. Dopo aver sentito il parere della dottoressa Ligeia Zauli, che si è dichiarata non contraria a far vedere Fa’afafine (lo spettacolo che andrà in scena il 28 marzo al teatro San Girolamo) a bambini di età pari o superiore ai 10 anni, Lo Schermo ha voluto proporre anche l’altra linea di pensiero, certamente diversa, nella tradizione di un giornale che le opinioni prova a costruirle, attraverso il dialogo e il confronto.
Spazio allora al Dottor Gilberto Gobbi, noto psicologo e psicoterapeuta veronese, le cui posizioni nei confronti della teoria gender sono decisamente scettiche. Un binario parallelo quello dei due specialisti, condivisibile per alcuni, per altri criticabile, ma pur sempre nel solco della scienza medica.

Dott. Gobbi, nel suo blog ha dichiarato che il gender è un’ideologia che “si è imposta con un nuovo linguaggio, nuove norme, così da invadere anche l’ambito educativo con la proposta/imposizione di nuovi contenuti, imponendosi con un successo impensabile in tutto il mondo, divenendo globalmente normativa, una imposizione dittatoriale”.

Vorrei fare una premessa. Si vuole a tutti i costi negare l’esistenza del Gender e si afferma che esistono solo “studi di genere”, in quanto vi è una serie di studi e ricerche sul genere e null’altro. E’ vero che vi sono questi studi, ma nel contesto vi è un filo conduttore, una stratificazione culturale e antropologica che unisce questi studi, per cui si può affermare che negli ultimi 50 anni è emersa l’ideologia del Gender con caratteristiche e connotazioni ben precise, che partendo dalla sessualità ha coinvolto il senso e il significato della procreazione, della famiglia, del matrimonio, della genitorialità, dell’utero in affitto, dell’affidamento e dell’adozione. Il Gender è la proposta di una nuova antropologia, cioè di una nuova concezione dell’uomo, che nega ogni differenziazione e afferma categoricamente il massimo arbitrio di ciascuno.

Nuova antropologia, la stessa che sostiene quando spiega che il gender “porta con sé una rivoluzione di valori e ideali e sta scardinando la cultura giudaico-cristiana, e impone una nuova visione antropologica dell’uomo”.

Uno dei principi fondamentali del gender è che “sesso” e “genere” non coincidono, perché biologicamente si può appartenere a un determinato sesso, ma scegliere un genere diverso a seconda della percezione di sé, che può essere modificato in qualsiasi momento. Il gender, infatti, sostiene che la persona è il risultato dei modelli e dei ruoli sociali, ignorando non solo il significato ontologico della persona, ma anche il modo e il percorso psicologico con cui elabora se stessa nel processo della propria identità.

Secondo lei la teoria gender, proposta nelle scuole, può entrare in conflitto con l’etica, quella che universalmente è riconosciuta come la morale? E tale teoria può creare o meno problemi nella sessualità del bambino?
La separazione del sesso biologico da quello psicologico (identità di genere) porta a concludere che il maschile e il femminile sono costruzioni puramente sociali. Sotto l’aspetto generale vi sarà la desessualizzazione della coppia (uomo/donna), per cui la maternità e la paternità non sono delle realtà in relazione con l’identità maschile e femminile, ma funzioni sociali. L’uomo è escluso dalla procreazione, che diviene proprietà della donna e, in una prospettiva già attuale, un’appropriazione e manipolazione della tecnica per soddisfare i “bisogni” dei singoli e delle diverse coppie ad avere a tutti i costi un bambino (figlio!). In sintesi, con il pensiero dominante dell’ideologia del Gender, che cosa viene insegnato al bambino e successivamente al ragazzo (secondo gli orientamenti dellOMS)? Questi aspetti. La sessualità è scissa dalla procreazione con la contraccezione e l’aborto; la coniugalità è dissociata dal matrimonio con la convivenza e con la costruzione di diverse “famiglie”, fondate sul “volersi bene” e il riconoscimento delle differenti “unioni civili”; la fecondità è dissociata dall’atto sessuale con la procreazione medicalmente assistita e la donazione dei gameti; la stessa gestazione è disgiunta dalla maternità con la maternità surrogata; vi è il riconoscimento del diritto per qualunque soggetto e coppia di adottare e di “farsi fare un figlio” (omogenitorialità).

In Fa’afafine si fa spesso riferimento a termini quali “Gender Fluid” e “Terzo sesso”, può offrirci una spiegazione?
Nello sconvolgimento della concezione della sessualità, si arrivato alla proposta molteplicità degli orientamenti sessuali sino alla teorizzazione della fluidità del sesso e all’affermazione che ciascuno, a seconda della situazione psicologica, può scegliere di volta in volta la propria identità sessuale. Di qui il Gender fluid. Come si comprende qualunque orientamento sessuale è una variante della sessualità, per cui tutto dipende dalla scelta che ognuno può e ritiene di fare.

Alex, il protagonista, è un ragazzo che nei giorni pari si sente uomo e nei giorni dispari donna, quando s’innamora vuole esserlo entrambi. C’è il pericolo, secondo un punto di vista medico, che un bimbo o una bimba di dieci anni, dopo aver assistito allo spettacolo, ne escano turbati?
La storia, così come viene presentata, incarna perfettamente quanto sopra affermato circa la fluidità dell’identità sessuale. Il bambino di fronte a tale impostazione ne esce turbato, anche se lo dimostra e si chiude in sé. Ciò che gli è stato trasmesso diviene oggetto di turbamento e di pensieri non sereni, diciamo così. Perché? Partiamo da un dato reale, che la psicologia in questi cent’anni ha analizzato, approfondito e diffuso in migliaia e migliaia di pagine: il bambino di qualunque età ha bisogno di sicurezze circa la propria identità sessuale e quindi della propria identità di genere. Sicurezze che l’ambiente educativo (genitori e istituzione scolastica e sociale), deve confermare e riconfermare. Non è compito dell’educatore de-strutturare psicologicamente il bambino, anzi aiutarlo a capirsi e ad accettarsi nella sua profonda identità per favorire la sua collocazione nella realtà sociale che è profondamente connotata dalle differenze, in primis dalle differenza sessuali. E’ la prima differenza con cui impatta nel venire al mondo. Se l’educatore non fa questo, fallisce nel suo scopo.

Può entrare più nel dettaglio?

Il bambino si confronta sulla differenza sessuale sin dalla primissima infanzia. Chi ha figli piccoli, provi a chiedere a un bambino tra i 2 anni e mezzo 3, “che cosa sei?”. Vi guarderà meravigliato e vi risponderà con forza che “lui è un maschio”. Cosi la bambina della stessa età vi dirà che “è una femmina”. La percezione psicocorporea della diversità maschile e femminile e di conseguenza della identità di genere è già chiaramente presente a questa età. Questo è un dato incontestabile. Chi lo nega sa di mentire. Per la quasi totalità dei soggetti, questa percezione identitaria diviene sempre più chiara con gli anni e si rafforza col tempo, pur potendo avere qualche possibile sbandamento nella preadolescenza/adolescenza. Tutto ciò, per la stragrande maggioranza delle persone, diviene strutturata fondamentale con la giovinezza, attraverso l’identificazione maschile o femminile. Programmi “educativi” o spettacoli come quello di Fa’afafine possono incidere sulla psiche del bambino, che si trova di fronte a una proposta destrutturante della sua identità. Teniamo presente che non ha ancora fatto il salto di qualità dal dato del piacere a quello della realtà; non ha ancora acquisito determinati aspetti delle sue pulsioni. Non si conosce nelle tensioni e si sta aprendo alla vita nelle sue varie e articolate sfaccettature. Va rispettato nel suo stadio di sviluppo. Un’iperstimolazione e l’anticipazione di determinati stimoli e contenuti può bloccare lo sviluppo psicoaffettivo. Pertanto, un’impostazione dell’educazione all’identità di genere che tenda a mette in discussione l’identità psicosessuale del soggetto, lo destruttura e lo orienta verso una sessualità fluida, che gli permette da grande di poter fare le scelte sessuali secondo ciò che prova e desidera. Di età in età, acquisisce che vi è il genere, la differenza di genere, che non ha radici biologiche e si articola in vari generi/orientamenti, tutti positivi, e che le relazioni sessuali tra persone possono essere multiple secondo il proprio sentire.

Come scaturisce il percorso che porta alla formazione dell’identità sessuale? E quando avviene la divergenza tra maschio e femmina?
Il percorso della costruzione della propria identità sessuale inizia con l’inizio della vita. L’essere umano viene concepito dall’incontro di due cellule, provenienti da due esseri, i genitori, profondamente diversi e caratterizzati ciascuno da contenuti genetici differenti (maschile XY, femminile XX). Questo è il primo dato di realtà incontestabile: per avere un essere umano occorre il contributo di un maschio e di una femmina, l’integrazione tra il maschile-paterno e il femminile-materno. Cioè, alla base della formazione della personalità, vi è la genetica, vi è il sesso biologico, che permane come fattore primario e determinante dello sviluppo della personalità, nelle sue varie fasi, con la costante interazione e interdipendenza con il fattore psicosociale. Riscontri scientifici fanno ipotizzare l’esistenza di una psicologia maschile e di una psicologia femminile, in quanto i soggetti sono influenzati precocemente da fattori ormonali del testosterone fin dal periodo della gestazione, in una fase di vita non ancora condizionata dall’impatto ambiente/relazionale. Questo comporta che non sia possibile rifarsi allo sviluppo del bambino senza distinguere tra quello maschile e quello femminile. L’identità del sesso biologico sta alla base della formazione dell’identità psicosessuata e anche dell’identità di genere. Come si è detto, già tra i 2 anni e mezzo e tre il bambino ha chiaro la sua identità sessuale. Il processo di costruzione della propria individualità è un percorso lungo e fatico, che attraversa fasi diverse e approda a sponde diverse a seconda del percorso. Il bambino cresce tra le figure della madre e del padre e di altre persone. E’ parte integrante di un contesto psicosociale del nucleo familiare, è a contatto e si confronta con le figure differenti, il maschile e il femminile, il padre e la madre. Acquisisce il proprio schema corporeo, elabora dentro di sé la propria immagine corporea e il sé corporeo sessuato. Raffronta il sé corporeo sessuato con l’immagine che elabora e gli viene presentata di sé dall’ambiente. Come si vede è un percorso che, attraverso l’identificazione, la differenziazione e la separazione, richiede sempre la relazione e il confronto con l’altro, con l’alterità. Il riconoscimento e la formazione della propria identità, compresa quella sessuale, avviene attraverso questi processi psicologici.

In ambito psicologico, esistono bambini che soffrono di disturbi d’identità di genere?
Di fronte alla stragrande maggioranza dei bambini, che vivono la propria identificazione tra il sesso biologico e quello psicologico, vi sono anche, pochi, che vivono la disforia di genere. Si caratterizzano per la tendenza a identificarsi con il sesso biologico opposto, in età precoce. L’inadeguatezza tra le due dimensioni provoca disagio, di cui occorre prendere atto, verificarne la consistenza, essere molto attenti, consultare persone competenti e verificare nel concreto, con delicatezza, persona per persona, ciò che è più conveniente. Come sempre si tratta di non generalizzare. La generalizzazione provoca molteplici danni in ogni settore, in particolare là dove ci si trova ad operare con il bambino in crescita con problematiche particolari.

Ci tolga una curiosità, Dr. Gobbi, lei ha dei figli grandi ed è nonno, accompagnerebbe i suoi nipoti a vedere lo spettacolo?
Ho tre figli grandi e con famiglia, che certamente non porteranno i loro figli a vedere lo spettacolo, non perché glielo suggerisce il padre, ma perché hanno il buon senso di sentirsi loro padri responsabili dell’educazione psicosessuale dei propri figli. Per confrontarsi con i figli non c’è bisogno di questi spettacoli, ma di un’apertura critico-costruttiva alla realtà. Poi non ho mai ritenuto che la scuola abbia il compito sostitutivo dei genitori. L’ambito dell’educazione è molto delicato e quando lo stato se ne appropria si aprono orizzonti totalitari già visti.

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intervista di “LA FEDE QUOTIDIANA”

INTERVISTA DI “LA FEDE QUOTIDIANA”
Gilberto Gobbi: “Il relativismo ha modificato la concezione cattolica della sessualità”

Michele M. Ippolito 7 febbraio 2020 Italia, Ultime notizie Nessun commento

“Se in Internet cerchiamo «omosessualità e sacerdozio cattolico», troviamo migliaia di pagine dedicate a questo argomento: è pruriginoso e quindi appetibile. La Chiesa cattolica è stata coinvolta in scandali relativi all’omosessualità e agli abusi sessuali nei confronti di minori, in cui erano compromessi sacerdoti e vescovi. Ma la maggioranza di loro è fedele alla vocazione e vive la scelta del celibato con coerenza e in molti casi con santità. Rimane, invece, poco considerata la realtà nascosta dei sacerdoti e consacrati che, per il disagio derivato dalla disarmonia che avvertono nella loro vita, scelgono di intraprendere liberamente vari percorsi di aiuto”.
E’ presentato così, sui principali bookstore, il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta e sessuologo clinico veronese Gilberto Gobbi. In “Uomini e donne di Dio – Omosessualità e formazione della personalità nella vita consacrata” (Edizioni Sugarco, gennaio 2020, pagine: 176), sempre con rispetto delle persone, Gobbi affronta il problema del rapporto tra omosessualità e sacerdozio cattolico, analizzando la formazione psicologica della personalità, i documenti della Chiesa sull’argomento, e individuando le cause che hanno portato all’aumento di consacrati con orientamento omosessuale.
La Fede Quotidiana ha intervista il dottor Gobbi che è stato anche insegnante di psicologia alla scuola triennale degli infermieri professionali, per 20 anni collaboratore di un Consultorio familiare e fondatore del Ciserpp.
Gobbi, che è uno studioso delle problematiche sessuali e delle dinamiche di coppia e familiari, non è al suo primo libro. Infatti, ha all’attivo “Coppia e famiglia Crescere insieme” (1996), “Il padre non è perfetto” (1999), “Vorrei dirti tutto di me” (2006), “I bambini e la sessualità” (2010), “Sesso o amore. L’importanza dell’identità psicosessuale” (2014), “Sposarsi o convivere oggi” (2015), “Il bambino denudato. L’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS” (2016), “Credere nella famiglia” (2020).
Dottor Gobbi, nel suo nuovo libro affronta un tema delicato: l’omosessualità e la vita consacrata. Perché questa scelta?
Da anni, come psicoterapeuta seguo persone con problematiche sessuali sia individuali che in coppia. Mi sono venute persone con tendenza e orientamento omosessuale, tra cui persone consacrate (sacerdoti e religiosi). Di fronte alla situazione che si è verificata negli ultimi anni nella società e nella Chiesa, ho pensato che valesse la pena affrontare il problema dell’omosessualità nella vita consacrata in relazione alla formazione della personalità. Nell’introduzione al libro invito ad andare in internet su un motore di ricerca e scrivere “omosessualità e sacerdozio cattolico”. I link dedicati a questo argomento sono migliaia e migliaia e, di ora in ora, siti e blog aggiungono materiale sempre più dettagliato ed “esplosivo”. L’argomento è pruriginoso, scandalistico e quindi mediaticamente appetibile. Vi è modo di constatare come in “rete” ognuno sia libero di scrivere e raccontare tutto e di più, in particolare su questo argomento, che coinvolge aspetti importanti della Chiesa cattolica nelle sue varie articolazioni e, in particolare, persone con uno specifico mandato sacra¬mentale e pastorale: sacerdoti e vescovi. Sono coinvolti nel fenomeno omosessuale, in modi diversi, sacerdoti di città e di periferia, seminaristi, che decidono per la scelta sacerdotale tra ansie e titubanze, vescovi, responsabili di dicasteri vaticani e cardinali. A livello mediatico, la presenza dell’omosessualità tra i sacerdoti viene presentata prevalentemente nel suo aspetto scandalistico.
Negli ultimi anni è aumentata la presenza del fenomeno omosessualità tra i consacrati?
Per comprendere come sia stato possibile che negli ultimi decenni sia accresciuta la presenza del fenomeno dell’omosessualità nella vita consacrata all’interno della Chiesa, occorre analizzare il contesto storico-culturale, in cui si sono formati i sacerdoti, che oggi sono talvolta divenuti vescovi o cardinali, reggono Seminari o Università Pontificie, scrivono libri di teologia e morale, comunicano sulle pagine dei quotidiani laici e cattolici e sui vari media digitali.
Dottor Gobbi, a quale contesto storico si riferisce?
La radicalità del cambiamento simbolizzato nel ‘68, contrassegnato dalla relativizzazione di ogni realtà, usi, costumi, abitudini, valori, vita sessuale, ha coinvolto anche la Chiesa e, quindi, anche una buona parte delle istituzioni formative ecclesiastiche, come seminari, istituti e università religiose collegate al Vaticano e alle Congregazioni religiose. La mentalità relativista, sottile, impercettibile ma pervicace, è penetrata anche in ampi strati del tessuto cattolico, modificando la concezione della sessualità, che da sacramento e mistero della vita, è scivolata verso un vivere secondo le pulsioni soggettive, sganciata da un saldo riferimento alla Verità, accessibile e conoscibile dalla ragione e dalla fede.
Con quali conseguenze?
Sulla sessualità umana non ci sarebbe più una verità ricevuta da conoscere, accogliere e vivere con coerenza, nei limiti ed ambiti da accettare per viverla nel suo pieno significato, riconoscendo in essi il progetto originario di Dio sull’uomo e la sessualità. In questi anni, sotto la pressione della eccessiva “psicologizzazione” della sessualità, di fronte alla naturale pulsione sessuale da soddisfare, pena la possibile depressione, vengono ritenuti “normali” sia l’autoerotismo sia l’omosessualità. Per l’argomento del nostro libro, la relazione tra sacerdozio e omosessualità, è importante comprendere come in questi anni l’orientamento sessuale diviene più importante della differenza sessuata inscritta nel corpo e gli atti sessuali omoerotici vengono proposti come un’espressione della sessualità naturale, “liberata”, con pari valore e dignità degli atti eterosessuali. Va ribadito che il presupposto fondamentale è che l’eterosessualità e l’omosessualità siano due tendenze sessuali equiparabili e come tali espressioni equivalenti e buone della sessualità.
Alcuni alti prelati hanno dichiarato che l’80 percento degli abusi su minori è stato praticato da religiosi nei confronti di minori dello stesso sesso. È davvero così?
Non solo alti prelati, ma approfondite ricerche scientifiche dimostrano che, per una percentuale molto elevata di casi degli abusi dei preti americani, si tratta di efebofilia e non di pedofilia, e che il fenomeno riguarda non solo la Chiesa cattolica negli USA, ma la Chiesa a livello mondiale. Le ricerche hanno appurato che i sacerdoti efebofili hanno relazioni non con bambini, ma con ragazzi che hanno superato la pubertà, nella maggioranza dei casi, di sesso maschile, e sono ben più numerosi rispetto a quelli pedofili. Come si vede, se si vuole guardare con realtà e verità la piaga dolorosa degli abusi sessuali di alcuni sacerdoti e consacrati, occorre riconoscere che non si tratta generalmente di pedofilia, ma quasi sempre di efebofilia, cioè di omosessualità con una predilezione per i minorenni. Senza alcuna generalizzazione né identificazione tra omosessualità ed abusi, occorre tenere conto del dato di realtà e lasciarsene interrogare. Tuttavia, non è oggetto del libro l’analisi degli abusi sessuali. Gli abusi sessuali, in qualsiasi ambito avvengano e da qualunque ceto sociale siano fatti, sono sempre avvenimenti che hanno una risonanza sociale, ma – occorre essere chiari – provengono dall’intimo della persona, da una sua immaturità psicoaffettiva, da processi intrapsichici di incapacità di controllo del cervello e delle emozioni. L’attuazione delle pulsioni e l’incapacità di autocontrollo sono fenomeni di immaturità, che possono spingere le persone ad usare anche il proprio ruolo e la propria posizione per avvicinare e procurarsi l’“oggetto” desiderato, scaricare le pulsioni su persone inermi e assoggettarle, compiendo una grave violenza.
Su internet è stato scritto che negli Stati Uniti e in Svizzera esistono cliniche dove propongono un percorso agli omosessuali per riscoprire l’eterosessualità. Qual è la sua idea in materia?
Partiamo da un dato concreto, di realtà: ogni persona ha il diritto, e nessuno glielo può togliere, di farsi aiutare psicologicamente di fronte a problematiche che sente difficoltose e che gli creano dilemmi esistenziali. Detto questo, io so che il lavoro psicoterapeutico deve aiutare la persona a capirsi per poter fare delle scelte libere.
Molti lamentano uno sdoganamento della pratica omosessuale da parte di un certo ambiente della Chiesa (come quello di lingua tedesca). Che ne pensa?
Vi sono i documenti della Chiesa Cattolica che affermano con chiarezza la non ammissione al sacerdozio e alla vita consacrata delle persone con orientamento omosessuale, e nel mio libro vengono analizzati. Sul legame tra omosessualità e sacerdozio, è fondamentale conoscere l’atteggiamento della Chiesa durante i due millenni di storia. Ritengo che ciò permetterà di avere un quadro più completo del fenomeno. E’ risaputo che nel primo millennio del cristianesimo le pratiche omosessuali venivano condannate, ma non sono mai state elaborate analisi né filosofiche né teologiche del fenomeno omosessuale e neppure del rapporto tra sacerdozio e omosessualità. Durante questo primo millennio, vi sono state condanne dell’omosessualità come pratica sessuale da parte di Concili, Sino¬di e Papi. Già il Concilio di Elvira (305-306) stabiliva delle pene canoniche, che di epoca in epoca, sono state riconfermate. Per i sacerdoti e i monaci, che si macchiassero di tale peccato, erano previste delle pene molto severe e crudeli. La prima condanna della piaga omosessuale fra ecclesiastici e anche di quella dei preti che convivevano con donne, la si deve a San Pier Damiani nel 1049, con il Liber Gomorrhianus, che può anche essere ritenuto il primo trattato morale sulla sessualità. Poi si passa al 1568 con San Pio V, che condanna le pratiche omosessuali, ricondannate nel Codice di diritto Canonico del 1917.
Quali sono stati gli interventi della Chiesa nell’epoca moderna?
Si deve arrivare al secolo XX perché l’argomento divenga pregnante: la Chiesa attraverso i suoi organismi si è sempre espressa in modo molto chiaro, a partire dal un documento poco conosciuto del 2 febbraio del 1961, in cui per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica appare il divieto esplicito di ammettere ai voti religiosi e al sacerdozio le persone con tendenza all’omosessualità e alla pederastia. E’ il periodo in cui si diffonde nell’ambiente religioso cattolico la concezione che vi siano due orientamenti sessuali, come due identità sessuali, equivalenti e paralleli: l’eterosessualità e l’omosessualità. Questa visione sulla sessualità, contraria alla morale tradizionale, entra anche nei seminari e nei monasteri cattolici, in tutti i continenti. Ciò comporta una forte ricaduta sull’atteggiamento richiesto ai chierici circa la castità. Poi vi sono documenti della Santa Sede nel 1985, nel 1989, nel 1990, nel 2202 fino al 2005 a firma di Benedetto XVI. L’argomento viene successivamente ripreso nella sua totalità nella Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotali del 2016 a firma di Papa Francesco, in cui si riconferma che “La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay”.
Lei dedica una parte del libro all’identità psicosessuale del sacerdote. Perché?
Ritengo che si debba avere una visione globale della sessualità, E’ scientificamente corretto evidenziare le possibili e molteplici concause del sorgere e dello strutturarsi della omosessualità, in particolare è importante analizzare concretamente il contributo e l’incidenza fondamentale dell’ambiente familiare alla formazione della personalità e quindi dello stesso orientamento sessuale. Questo avviene per tutte le persone e anche per le persone consacrate. Il percorso della loro formazione, pertanto, deve tener conto dell’obiettivo per cui fanno determinate scelte che hanno da essere scelte di libertà, e come tali mature. Occorre avere chiarezza dei contenuti e della sacralità della scelta in conformità a Cristo.
Il libro ha una dedica particolare?
Questo libro è dedicato con affetto ai sacerdoti, alle loro parole capaci di far presente il Corpo di Cristo, in anima e corpo, e alle loro mani benedicenti e perdonanti, che segnano la vita del cristiano dalla nascita alla morte.

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Conclusione – NON ABBIATE PAURA

Presento la conclusione del libro “Uomini e donne di Dio
Conclusione – NON ABBIATE PAURA
Questo percorso ci ha permesso di analizzare il rapporto tra sacerdozio (vita religiosa), omosessualità e formazione della personalità. Come si è visto, negli ultimi decenni, sull’onda della «rivoluzione sessuale» del ’68, l’ambito su cui si è giocato il vero, profondo cambiamento antropologico in materia di sessualità, sono stati la scissione tra sessualità e procreazione, la sostituzione dell’identità psicosessuale con l’orientamento sessuale e l’aver affermato e proposto l’equiparazione tra eterosessualità e omosessualità, come due dimensioni naturali della sessualità umana, con lo stesso valore, espressioni della libertà dell’uomo di vivere «come si sente», svincolato da ogni limite naturale, morale e sociale. Anche grazie alla spinta dell’ideologia omosessualista, l’orientamento sessuale è divenuto più importante dell’identità sessuale e si è sostituito alla differenza sessuale inscritta nel corpo, come dato di natura da riconoscere e assumere nel lungo percorso di formazione della propria identità psicosessuale. Gli atti sessuali omoerotici sono stati così giustificati come una delle varie espressioni della sessualità «liberata» e naturale, con pari valore e dignità, superando i limiti imposti dal dato di fatto della binarietà sessuale (maschile e femminile), data dalla natura. Questo cambiamento è lentamente penetrato anche nella Chiesa cattolica ed è stato il cavallo di Troia, che ha messo in discussione uno dei punti fondamentali dell’antropologia cristiana e della conseguente morale sessuale, fondata sulla Tradizione e sulla Sacra Scrittura: l’uomo, come vertice della natura, è stato creato da Dio a sua immagine, maschio e femmina, e chiamato a essere fecondo nell’incontro e nella complementarietà della differenza sessuale, come dono d’amore reciproco. Si è formata così una mentalità che ha coinvolto nelle sue strutture l’atteggiamento di una parte della Chiesa, in particolare nei confronti della formazione alla sessualità sia dei laici come dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa. Ciò ha significato anche una maggiore presenza di persone con tendenze omosessuali nei seminari e nelle istituzioni formative alla vita consacrata. Le conseguenze si sono viste pure nella moltiplicazione degli abusi sessuali nei confronti di minorenni (efebofilia) da parte di sacerdoti e religiosi, in varie parti del mondo. Solo dopo anni vi sono state le prese di posizione ufficiali della Chiesa, fino alle ultime dichiarazioni dell’attuale Pontefice. Come è stato riportato in precedenza, ma vale la pena ribadirlo, l’atteggiamento ufficiale della Chiesa, circa la vita religiosa, il sacerdozio e l’omosessualità è il seguente: «La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dal l’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate» (Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri (4 novembre 2005).
Non vi possono essere dubbi. Le dichiarazioni ufficiali sono chiare; tuttavia, come si è visto, non sembrano essere accettate da tutti all’interno della Chiesa. In questo scardinamento generalizzato della morale sessuale, logicamente sono coinvolti i sacerdoti, con la loro formazione e la scelta della vita celibataria, che è loro richiesta, di qualunque orientamento. Si è visto come da parte dei formatori vi debbano essere idee chiare sia sulla formazione della personalità, sia su quella dell’identità psicosessuale. L’approfondimento del mistero e dell’enigma della sessualità umana, del suo modo di crescere e di maturare, richiede che vi sia un’oculata conoscenza da parte del candidato della consistenza o inconsistenza tra i suoi bisogni profondi, i suoi atteggiamenti e i valori/ideali sacerdotali e religiosi. La conoscenza di sé nella situazione è il frutto di un cammino di maturità, che permette di fare scelte libere e maturanti. Ciò da parte di ognuno, per il bene proprio e per il bene della comunità. In questo tipo di percorso, il clericalismo non ha ragion d’essere, se non per quella debolezza umana che, anche al più umile degli uomini, concede un pur minimo uso del potere, derivante dalla posizione sociale occupata. Come emerge anche dalle due storie presentate, è il modo con cui viene vissuto il percorso formativo che porta a sfociare o meno nella doppia morale sessuale e quindi nella doppia vita.
Mi sento di concludere confermando quanto ho scritto nell’Introduzione: prendere in mano la propria storia umana e vocazionale, con umiltà e profondità, con sincerità e fiducia, vale sempre la pena, perché consente di fare scelte di vera libertà, quali che esse siano, evitando di condurre una «doppia vita». Essa, oltre che di scandalo, è sempre fonte di infelicità, per sé e per gli altri e contraddice la natura intrinseca della sessualità, dono e vocazione di Dio per l’uomo e la donna, progetto di felicità da scoprire e vivere nella realtà concreta della vocazione a cui ciascuno è chiamato. Quello formulato, lo ribadisco ancora, non è un giudizio negativo sulle persone, ma il risultato di constatazioni e di analisi del dato di realtà, nella sua evidenza. Ai sacerdoti, ad ognuno, lo ripeto, voglio bene, qualunque sia la situazione vissuta. Con molti mi sono intrattenuto, la sera tardi, dopo l’incontro con i fidanzati, nel mio peregrinare nelle varie parrocchie della diocesi. Ho ascoltato le loro problematiche, i loro ideali, le loro angustie, le incomprensioni del laicato e dei superiori. Le stanchezze e la solitudine. Poi me ne tornavo a casa a immergermi nell’affetto della mia famiglia. Queste pagine le dedico, con affetto, a ciascuno di loro, alle loro parole capaci di far presente il Corpo di Cristo, in anima e corpo, e alle loro mani benedicenti e perdonanti, che segnano la vita del cristiano dalla nascita alla morte. Un invito conclusivo a me, a voi, sacerdoti e laici, qualunque sia il percorso umano e cristiano che stiamo vivendo. L’invito di fare nostre le parole di Benedetto XVI ai giovani: «Cari amici, che nessuna avversità vi paralizzi! Non abbiate paura del mondo, né del futuro, né della vostra debolezza. Il Signore vi ha concesso di vivere in questo momento della storia, perché grazie alla vostra fede continui a risuonare il suo Nome in tutta la terra” (Dall’Omelia di Benedetto XVI alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2011). [Gilberto Gobbi, Uomini e donne di Dio. Omosessualità e formazione della personalità nella vita consacrata, Sugarco Edizioni, MIlano 2020, pp. 155-158]

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Redazione

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Contenuto del libro

CONTENUTO DEL LIBRO
“Questo è un libro sulla famiglia.
Esce vent’anni dopo quello scritto nel 1999, Coppia e famiglia. Crescere insieme, che ha avuto una buona accoglienza e diffusione. Tuttavia, dopo tanti anni, riteniamo che il contenuto di quella pubblicazione debba essere non solo rivisitato, ma reimpostato e riaggiornata con le ricerche degli ultimi quarant’anni sia da un punto di vista psicosociale sia sotto l’aspetto dell’approfondimento psicologico delle dinamiche psicoaffettive della coppia e della famiglia.
Il lavoro si divide in due parti. Una prima parte si addentra nella formazione della coppia, nella scelta dell’incontro e va alla radice della costituzione della famiglia. In essa, un primo capitolo affronta le varie fasi della vita della coppia coniugale, partendo dal primo approccio della coppia, il periodo del fidanzamento, come una fase fondamentale e importante per il proseguo della vita della coppia. Il secondo capitolo vede la coppia aperta alla vita nelle sue diverse e varie implicazioni. Poi segue la coppia con adolescenti, con le varie complicazioni. Quindi, il trascorre del tempo, vede la coppia ancora mano nella mano, ad affrontare le dinamiche della vita che passa, con le problematiche del nido vuoto e del periodo dell’anzianità.
La seconda parte è dedicata all’analisi del clima psicoaffettivo proprio della coppia sana, con le molteplici caratteristiche che essa comporta e le problematiche connesse alla creazione di una realtà familiare che faciliti la crescita e lo sviluppo di persone sane. Un primo capitolo analizza il clima psicoaffettivo della coppia coniugale, in cui cresce e si sviluppa la maggioranza delle persone, quella che viene chiamata “la famiglia intermedia”. Segue, quindi, la famiglia come “il luogo dove si cresce assieme”. Il libro termina con un’appendice, costituita da questionari e proposte di lavoro sulle dinamiche relazionali e sulla percezione del clima psicoaffettivo del proprio nucleo familiare. Nella dinamica dell’argomento trattato hanno una loro specifica funzione: quella di attivare e mantenere il dialogo all’interno della coppia e della famiglia e di migliorare la relazione tra i membri. Non vi può essere dialogo senza ascolto. Sono mezzi che permettono di ascoltare ed esprimere e i propri sentimenti e, allo stesso tempo, di ascoltare i sentimenti, le emozioni del coniuge e dei figli.
Un ultimo consiglio: suggerisco una lettura lenta, se possibile, fatta assieme. Così, il tempo della lettura diviene tempo per voi, marito e moglie. Di norma si dice che non c’è tempo per la coppia coniugale. Invece, se effettivamente tenete a voi e alla vostra famiglia, un tempo, breve, ma lo trovate come continuazione del vostro amore. Nel tempo occorre sfidare il tempo, per averlo per volersi bene”. (Introduzione, 8-9)

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