Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

Annunci
Pubblicato in Presentazione | 10 commenti

La rivoluzione sessuale globale di Gabriele Kuby

Domenica 15 aprile, a Verona, GABRIELE KUBY  ha dialogato con un pubblico attentissimo su uno dei problemi antropologici più cogenti cioè “Distruzione della libertà in nome della libertà”. In due ore di piacevole conversazione ha dato un assaggio degli approfondimenti culturali, che sono presenti nelle sue varie pubblicazioni, tra cui “LA RIVOLUZIONE SESSUALE GLOBALE”.

“Il lavoro coraggioso di Gabriele Kuby è un invito ad agire rivolto a tutte le persone di buona volontà affinché intensifichino gli sforzi per preservare la libertà di religione, la libertà di opinione e in particolare la libertà dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni, così che la famiglia possa costituire il fondamento sul quale costruire una società sana” [Da quarta di copertina].

Pubblicato in Pubblicazioni | Lascia un commento

Le sbarre, le mie croci

Il giorno di Pasqua ho ricevuto in regalo un libro di poesie, che suggerisco di leggere e degustare. E’ il Libro di IOAN PLOSCARU, Le barre, le mie croci. Poesie dal gulag romeno (1951-1964), Ed. Feeria, Panzano in Chianti 2017.

“Composte a memoria nelle celle del carcere romeno di Sigher e trascritte dopo la liberazione, le poesie di Ioan Ploscaru ci raggiungono con il tono intimo e assoluto della verità: limitato e ferito dalle sbarre intrecciate contro un lembo minimo di cielo, lo sguardo sa scorgere la forma della croce, e in essa adora il Cristo. Escluso dalla vita, disprezzato e quasi annientato per la fede che non può e non vuole rinnegare, il vescovo prigioniero benedice e offre a Dio ogni manifestazione della vita: accoglie i colori dei fiori, saluta la partenza delle gru e i garriti delle rondini, ringrazia per il gelo, contempla il mistero di un fiocco di neve che gli si è posato sul palmo della mano mentre misura la cella estendendo le braccia. Profetizza un mondo nuovo, ricorda e spera al ritmo dell’anno liturgico, le cui feste non gli è permesso celebrare.

Vero poeta e vero cristiano, Ploscaru sa conquistarci, consolarci e rinnovarci nell’intimo: con la bellezza dei suoi versi e con l’umile fierezza della sua fedeltà di cattolico perseguitato”. [Da quarta di copertina]

Pubblicato in Articoli, Poesia | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

IL TEMPO DEL PADRE E IL TEMPO DEL FIGLIO – G.G. –

IL TEMPO DEL PADRE E IL TEMPO DEL FIGLIO – G.G. –

E un astronomo disse: Maestro, che dici del Tempo?

Egli rispose:

Vorreste misurare il tempo, il tempo che non si misura

ed è incommensurabile.

Vorreste regolare la vostra condotta e dirigere finanche

 il corso del vostro animo secondo le ore e le stagioni.

Del tempo vorreste fare una corrente

 sulla cui riva sedere guardandone il fluire” (Gibran, 1988).

L’uomo abita il tempo e percorre la sua traiettoria. – Nell’uomo sono compresi il tempo ciclico, scandito dalla suc­cessione delle stagioni, delle epoche della vita, da un inizio (la na­scita) e da una fine (la morte), e il tempo progettuale, che rompe quello ciclico ed è misurato dalle intenzioni dell’uomo. E’ una temporalità che si proietta verso il futuro, verso il per­seguimento di obiettivi, in cui l’oggi e il domani si commisu­rano con la scelta dei mezzi per conseguire gli obiettivi; di­mensione, in cui la connes­sione tra tempo e psiche è resa esplicita.

Il tempo progettuale è il tempo dell’uomo, in cui, come af­fer­mava Aristotele: “…soltanto l’anima o l’intelletto che è in essa hanno la capacità di numerare, risulta impossibile l’esistenza del tempo senza quella dell’anima” (Fisica, 22 a).

Il tempo diviene la sostanza di cui l’uomo è fatto, il fiume che lo trascina. Il suo tempo termina con lui, ma un altro tempo, ini­ziato con lui e da lui, prosegue dopo di lui.

Così il padre vede passare il tempo sul volto del proprio figlio, che con la sua crescita ne scandisce la transizione. La paternità gli ri­vela la sua caducità: non vi è alcun  modo di pre­servarlo dalla morte. E’ attraverso il figlio che prova a con­trapporsi ad una realtà che è irreversibile. Ma le fasi della vita sono pressanti.

Il tempo delle pulsioni – Il figlio, con la nascita e la crescita, presenta al padre il suo tempo delle pulsioni;  il padre ricorda e rivive attraverso il tempo delle pulsioni del figlio, con cui si confronta. Ma il figlio non è lui e sollecita il padre all’incontro con se stesso, con i suoi primi anni di vita, con le relazioni con suo padre e sua madre; è il periodo dell’erotizzazione primaria, per riproporla nella relazione con il fi­glio, in cui vi è la sensazione di ripristinare sottili piaceri, quasi di fermare il tempo, che non cessa di scor­rere; un momento di  rivi­sitazione della propria storia infantile e adolescenziale.

Ciò gli permette di calarsi nel tempo, quello della funzione paterna per incontrare l’altro – il figlio -, che non abolisce il tempo, anzi se ne appropria. Nel vivere il suo tempo delle pul­sioni, il bambino prorompe vitalità, si proietta nella vita, pre­senta un dina­mismo, che diviene pegno della continuità dell’essere, forse l’eternità dell’essere umano. Generatività come eternità terrena. Il pegno, però, è solo illusorio, perché il bimbo, divenuto padre, si troverà ad af­frontare un altro tempo delle pulsioni del suo stesso figlio.

L’età adulta del padre è il tempo del compimento, che per­mette di ricomporre i frammenti, di rianodare i fili e di ripro­porre la continuità, perché altri occhi lo guardano e si atten­dono da lui altre cose.

La paternità è una realtà dell’esistenza umana, difficile da comprendere, destinata ad altri.

Il tempo dell’inconscio – Il padre condivide con il figlio il tempo dell’inconscio, de­gli spazi bui della memoria, individuale e collettiva.

Il tempo dell’inconscio è il lato oscuro, notturno, indeci­frabile della mente. Vi è l’impossibilità di far affiorare alla memoria il materiale delle proprie emozioni, sentimenti, fatti, avvenimenti e vissuti, positivi e negativi, ad essi collegati. L’oblio è un’esigenza psichica, che garantisce, protegge, tutela la vita nel suo divenire inevitabile e spietato, che ammette sol­tanto nostalgie e rimpianti.

L’inconscio strutturato del padre s’incontra, attraverso il pro­cesso transferale e controtransferale, con l’inconscio in fase evolu­tiva del figlio.

Il tempo dell’inconscio accompagna l’uomo per tutta la vita e ne condiziona le varie fasi. In questa dimensione proba­bilmente radica la sorgente della ricerca della felicità, dell’eternità e della fusionalità nell’Essere, radica la scintilla della divinità, che l’uomo sente, cogliendone solo indiretta­mente alcune balugini.

Se Dio è nell’inconscio, va cercato nella vita che fluisce, si so­stanzializza come scintilla divina in ogni figlio che viene al mondo e nella storia dell’umanità è divenuto Parola. Nell’inconscio vi è una Paternità che travalica la carne,  la Pa­ternità di Dio.

L’uomo, padre, che vive la sua paternità e riscopre in sé la Pa­ternità di Dio, può aiutare il figlio a sentire, percepire e vi­vere la vita in questa dimensione trascendente, con un  costante confronto tra le due paternità, quella umana e quella divina. Dio è Padre oltre la paternità umana. La sua Paternità diviene la riconciliazione oltre la temporalità, in un pre­sente vissuto, che coglie il passato e di­viene eternità.

Il tempo dell’Io – Per tempo dell’Io s’intende il periodo della conoscenza di sé, nelle varie dimensioni, e l’acquisizione della capacità di controllo delle pulsioni e dei processi psicobiologici.

L’Io è il centro focale, la ragione che organizza e che struttura la personalità, fa sintesi tra psiche e soma,  e mantiene l’individuo nella sua unità di persona. Costituisce la dimen­sione pratica, che fa i conti con le norme e la morale, si con­fronta con la realtà, agisce in essa  in forma attiva e trova un suo adattamento costruttivo per sé e per gli altri.

Il padre, per la sua funzione e il suo ruolo, rappresenta la ra­gione, l’orientamento, il controllo, la norma.

Il tempo dell’Io del padre è differente dal tempo dell’Io del fi­glio, perché i tempi delle due personalità sono diversi.

Il padre vive una fase temporale della sua vita, in cui l’Io do­vrebbe aver già conseguito una buona strutturazione e una soddi­sfacente capacità di controllo delle emozioni, divenendo guida per il figlio.

Il figlio, invece, è nella fase della costruzione dell’Io, come scoperta della vita, dei suoi ostacoli, delle oscillazioni ed ha a fianco a sé il padre, che nella sua mente è il conoscitore e l’ordinatore della realtà.

Mentre vi sarà sempre lo scarto tra le due temporalità,  nel contempo  dovrebbe diminuire in progressione quello psicolo­gico, dovuto al costante processo di maturazione dell’Io del fi­glio, che diviene ragione, orientamento, controllo, norma per sé e , a sua volta, per  proprio fi­glio.

L’Io chiama  alla responsabilità adulta di accettare e di ac­cettarsi, alla consapevolezza dei propri limiti e alla fantasia del loro superamento.

Il tempo dell’avvenire – Per la mente e per i sensi “il presente è anche presente del fu­turo”, (S. Agostino). E’ caratteristica dell’uomo pensare l’oggi, vi­verlo, proiettarlo nel futuro, immaginarlo, costruirlo dentro di sé, progettarlo, per tentare di realizzarlo.

Il padre ha davanti a sé un futuro limitato, mentre  il figlio con il suo tempo dell’avvenire, va oltre il tempo del padre, con un in­sieme di possibilità, di appassionato sviluppo, di colloca­zione nello spazio, di ideali da realizzare.

Vi sono, ancora una volta, due “avvenire”. Il padre ne ha  già consumato una sua parte, mentre il figlio lo ha tutto da­vanti, con percorsi e ritmi diversi da quelli del padre. Anche il tempo socio­culturale è differente. I suoi tempi sono passati, ora ci sono questi tempi, quelli del figlio.

La sfida dell’avvenire del padre e del figlio diviene il sim­bolo della disponibilità ad ascoltare e ad essere ascoltati e so­prattutto a ricercarsi e a incontarsi ancora.

Il tempo dell’avvenire non è soltanto quello del progetto, dell’ideale morto sul nascere, dello scrutare l’orizzonte, della ri­cerca del percorso, è un tempo che ha a che fare con il tempo del mito.

 Il tempo del mito – Il tempo del mito è profondamente connesso all’articolazione dell’avvenire, ma soprattutto è l’interpretazione della vita, anche la più modesta e semplice, come avventura umana, come ad-ventura, come viaggio, cammino, che si muove verso una ricerca di un fine, anche se momentaneo.

Si tratta di idee semplici ed elementari, di nuclei che orga­niz­zano le energie primarie della vita e di principi, che danno senso e signifi­cato. Le loro origini si perdono nei processi ar­caici dell’umanità e della singola persona, ma sono fonda­mentali per la stessa vita.

Il padre, che ha percorso un tratto di vita come ad-ventura, so­stenuto da queste idee, principi, nuclei vitali, non può se non pro­porsi con una continua tensione a vivere il presente e in esso il fu­turo. L’esperienza accumulata si intreccia con quella del figlio, che sta facendo il suo percorso. I miti, pur diversifi­candosi negli og­getti e nelle modalità, permangono, trasferen­dosi nella nuova gene­ra­zione. Sono i tempi dei miti ad essere diversi, tra padre e figlio; o il tempo, che  spinge il figlio a sce­gliere percorsi e professioni diffe­renti, aderire a ideologie e schieramenti politici diversi e a profes­sare pratiche religiose divergenti.

Il tempo dell’altro – Il tempo dell’altro si impone all’uomo che viene al mondo come realtà, con cui confrontarsi, come necessità costante che si ripropone quotidianamente nelle varie fasi della vita, come ten­sione persistente  di doversi commisurare e confrontare con le altre persone. In una giornata decine di persone si interse­cano con il suo tempo.

Il tempo dell’altro coincide con la scoperta, anche spiace­vole, che non si è poi così tanto onnipotenti, che vi sono dei limiti, che derivano dalla presenza di altre persone simili, che reclamano il loro spazio e il loro tempo.

Per il padre la scoperta del tempo dell’altro giace nei ter­ritori inconsci e forse appartiene alle zone definitivamente per­dute della memoria personale; ha radici remote, nella sua pri­missima infan­zia.

Il bambino si scontra con il tempo dell’altro, ciò significa il dover fare i conti con realtà diverse e comporta il porsi in un cam­mino di accettazione della loro differenza per arrivare suc­cessiva­mente ad accettare la propria solitudine.

Il figlio apprende che vi sono tanti “tempi” quante sono le per­sone con cui si relazione. Impara a rispettare il tempo dell’altro da come  vengono rispettati il suo tempo e i suoi ritmi; dovrà pure ca­pire che vi sono i tempi dei genitori.

 Il tempo “morto”  – E’ il tempo in cui il padre, cresciuti i figli, inizia ad assa­porare il gusto di non avere più nulla da dire e, paradossal­mente, lavora su se stesso. Non è il tempo della noia, ma di un rinnovato desiderio di vita, che diviene, di secondo in secondo, autobiografia proiettata nel vivere serenamente il quotidiano.

E’ un tempo, che diventa vita di relazione con se stessi e con gli altri, un dialogo interiore, rivolto all’interno di sé e aperto sul mondo e sulla trascendenza della vita stessa.

Può divenire il tempo della saggezza, della serenità, della di­sponibilità ad occuparsi della terza generazione e a saper vi­vere di comprensione ed acquisire equilibrio psicofisico, nell’accettazione delle trasformazioni, che il tempo del corpo gli evidenzia. Viene detto tempo “morto”, ma ritengo che do­vrebbe essere indicato come tempo di vita intensa, perché de­dicato all’interiorità, a ri-scoprire i sensi e i significati negli interstizi della vita, per lasciarli in eredità.

[Gilberto Gobbi, Il padre non è perfetto, ed. Vita Nuova, Verona 2004, pp. 129-134]

Pubblicato in Articoli, Pubblicazioni | Contrassegnato , , | Lascia un commento

IL PADRE NELL’ETA’ ADULTA DEL FIGLIO – G.G. –

 

Adult Son Helping Senior Father With Computer At Home

IL PADRE NELL’ETA’ ADULTA DEL FIGLIO – G.G. –

I figli sono grandi, vanno per il mondo, hanno una loro profes­sione e una loro vita relazionale, che li dovrebbe proiet­tare verso l’autonomia, economica e affettiva. La genitorialità assume altre dimensioni e connotazioni, mentre si affronta la sindrome del nido vuoto.

Con l’uscita dei figli dal nucleo familiare i due genitori si ri­trovano a vivere per loro stessi. Non é facile, perché dipende dalla moda­lità con cui hanno vissuto le fasi precedenti. L’uomo vive, tra l’altro, il periodo del pensionamento e del “tempo libero”, del tempo per sé. Occorre un nuovo ridimen­siona­mento della vita della coppia e sociale.

Vi è un fenomeno, che viene attualmente esaltato dai mass me­dia: la scoperta dei nonni e la loro presenza accanto ai ni­poti, per aiutare i figli. Il fenomeno non è nuovo, anzi, è una re­altà, la cui memoria si perde nelle generazioni del passato.

Se ritorno indietro nel tempo, quando ero piccolo, i nonni ave­vano un’importante funzione di supporto alle famiglie dei figli. Sia durante la seconda guerra che dopo, molti nipoti erano accuditi dai nonni, mentre i padri e le madri erano occu­pati nel lavoro e anda­vano a prenderli, alcune volte, anche a sera inoltrata. Vi erano an­che allora divergenze sull’educazione tra nonni e madri e padri, che soffrivano di sensi di colpa per  l’abbandono “necessario” dei figli.

Mio nonno aveva una sua funzione, una presenza di deli­cato sostituto  paterno, di compagno di giochi, di coinvolgi­mento nel raccontarci le storie della prima guerra mondiale. La nonna era buona e vi­gile, accudiva, sgridava, ci lavava, ci fa­ceva mangiare – con lei si mangiava tutto, o quasi. Aveva una saggezza, che le ve­niva dalle situazioni sofferte e da una pro­fonda fede. Sapeva vo­lerci bene e farsi voler bene e, assieme al nonno, ci insegnava l’educazione, a rispettarci e a rispettare. Noi bambini si andava da lei a dirimere i contrasti.

Un giorno, d’estate, eravamo nella corte una decina di bam­bini dai 4 ai 7 anni, cugini e figli di vicini. Si giocava e, come qualche volta avveniva, ci fu un litigio. La nonna si pre­sentò sulla porta. Tutti corremmo verso di lei per spiegare l’accaduto. Ciascuno pretendeva di avere  ra­gione. Eravamo in cerchio  attorno a lei. La nonna aspettò che tutti ci calmas­simo. Poi, guardando ciascuno negli oc­chi e tendendo la mano verso ognuno incominciò a chie­dere: “ Hai ragione tu? E an­che tu? E anche tu?” Tutti ri­spondevamo “sì!”. Finché ar­rivò alla più piccola: “Anche tu hai ragione, vero?” “Sì, nonna!” E lei: “Lo sapete, vero, che la ragione è dei mussi (asini)?…”  E rivolta a ciascuno ripeteva: “Sei un musso, tu? Sei un musso tu?…” Ognuno rispondeva: “Io no, nonna… Io no, nonna!…”. Lei rientrò in casa e noi riprendemmo pacifi­camente a giocare.

Il nonno, che aveva assistito alla scena dall’alto del fie­nile, sorrideva, masticando tabacco.

La relazione di un padre con figli adulti comporta delle scelte, che tengano conto della loro autonomia e quindi di non invischiarsi in situazioni, che vadano a creare inutili proble­matiche relazionali. Acco­glienza e accettazione, ancora una volta, non significano che si debba con­cordare su tutto ciò che i figli decidono.

Trattare i figli da adulti e responsabili comporta anche sa­per chiedere loro dei consigli e un aiuto, quando necessario, e dare aiuto, quando richiesto. Il dialogo, iniziato nella prima in­fanzia e conti­nuato nell’adolescenza e nella giovinezza, fa da supporto alla relazione. Il padre im­perfetto può acquisire quella saggezza, che gli deriva dall’esperienza della vita, da un suo lavorio interiore, dalla scre­matura delle problematiche e dalla convinzione che ognuno ha da farsi la propria vita e che possiede i supporti psicolo­gici interiori per affrontare le varie situazioni. Un sano ottimismo paterno dif­fonde serenità e sup­porta più di un nevrotico interessa­mento.

La presenza al figlio diviene discreta, attenta, fiduciosa e deli­cata, sotto tutti gli aspetti, psicologici, relazionali ed eco­nomici, senza l’ansia di volersi sostituire nell’affrontare le dif­ficoltà della vita, anche quelle di coppia. Il figlio sa che può contare sul padre, sulla sua di­sponibilità, confidenza e discre­zione. Il padre sa che può contare sul figlio, che vive la propria vita.

Le vite, del padre e del figlio, continuano a intersecarsi  nella diversità e nella differenza dei ruoli e delle funzioni.

Il/la figlio/a, che diviene padre o madre, svolgerà a suo modo la funzione genitoriale, ripeterà con i propri figli, in una percen­tuale ab­bastanza alta, senza volerlo, errori fatti dai suoi genitori con lui/lei.

Il padre vede, capi­sce, non redarguisce, tiene tranquilla la mo­glie, esprime le sue per­plessità, non interferisce: sa che an­che suo/a fi­glio/a sta imparando a divenire genitore “imper­fetto”. Può essere l’occasione del grande riavvicinamento per una nuova ri-com­pren­sione generazionale.

Pubblicato in Articoli, Educazione, Famiglia, Pubblicazioni | Lascia un commento

Chi va in psicoterapia? – G.G. –

Molti anni fa, alla fine degli anni sessanta, all’inizio della mia attività, andare dallo psicologo e ancor più dallo psicologo cli­nico (psicotera­peuta), significava essere considerato “matto”. Di fronte al consiglio di andare dallo psicologo, veniva rispo­sto: “Non sono mica matto, io!”. Il massimo che le persone si permettevano era di fare i test at­titudinali ai ragazzi della terza media presso un Centro di Orienta­mento Scolastico e Profes­sionale. Quando la disfunzione psicologica era abbastanza grave, da creare problemi relazionali e di disadatta­mento, chi veniva consultato era lo psichiatra, perché con le pastiglie se­dasse la persona.

In questi 50 anni tante cose sono cambiate. La figura pro­fessio­nale dello psicologo e dello psicoterapeuta ha avuto il suo ricono­scimento, ha acquisito una sua identità e una sua vi­sibilità psicosociale.

Chi va in psicoterapia?

Non solo chi vive problemi psicologici disfunzionali ma chiun­que voglia conoscersi meglio, affrontare alcuni aspetti della persona­lità, ritrovare un nuovo equilibrio psicofisico.

Chi vuole prendersi cura di sé.

Pubblicato in Pubblicazioni | Lascia un commento

Il cammino verso i matrimonio – G.G. – 

Il cammino verso i matrimonio – G.G. – 

Uno degli obiettivi fondamentali del periodo di fidanzamento è la cono­scenza dei due, del loro mondo esterno ed interno, ambientale, psi­coaffettivo e valo­riale. Occorre porre le basi di una conoscenza e di una accettazione re­ciproca, che dovrebbero continuare ad approfondirsi ul­terior­mente durante le varie fasi della vita della coppia e della famiglia.

Si dice che la psiche delle persone sia misteriosa ed insondabile ed anche imprevedibile. Lo sa bene chi fa per professione l’entrare in que­sto me­ravi­glioso e misterioso mondo dell’animo umano.

Non è semplice conoscersi e conoscere, accettarsi e accettare.

La persona, però, ha molteplici modi di disve­larsi e farsi conoscere: il linguaggio, gli atteggia­menti, i comportamenti. La comunicazione verbale e non-ver­bale permette al partner di scoprire parte dei contenuti e dei vissuti. Occorre avere dispo­nibilità all’osservazione e all’ascolto e non avere fretta d’in­terpretare, perché si corre il rischio di at­tribuire all’altra persona pen­sieri e vissuti propri e non suoi. E’ questa una prassi quoti­diana della comunicazione e della re­lazione, sia coniugale che con le al­tre persone.

Una buona e sincera conoscenza di se stessi, delle proprie modalità di giudizio, delle ansie e dei pro­blemi di immaturità, ed una chiarezza interiore circa i propri valori, ideali ed attese, sono la base della di­spo­nibilità di ascolto e di comprensione.

Pubblicato in Articoli, coppia, Famiglia | Contrassegnato , , , , | 1 commento

LA SINDROME DEL NIDO VUOTO –

La sindrome del nido vuoto – G.G. –

 I figli raggiungono un’età, in cui entrano ed escono dalla famiglia. La fre­quenza dell’università o l’impegno lavorativo li portano a vivere molta parte della giornata – anche della notte – fuori casa e alcune volte anche alcuni giorni della settimana. Da tempo i figli  non se­guono la domenica i genitori.

Il loro rientro in famiglia, di norma, è breve. Fuori li at­tendono gli amici, la ragazza, il ragazzo, i divertimenti. Per alcuni la casa è utilizzata come “casa-albergo”.

La coppia genitoriale va verso i 60 anni ed oltre. Non hanno più il con­trollo dello spazio e del tempo dei figli, mentre si ritrovano ad avere molto tempo da passare accanto l’un l’altro. Hanno tempo da dedicarsi per parlare, aiutarsi e anche scontrarsi senza l’eventuale presenza “benefica” di un figlio.

La situazione vissuta viene chiamata “sindrome del nido vuoto”, cioè un complesso di sintomi, che stanno ad indicare la presenza di un malessere. Il clima relazione e psicoaffettivo si è modificato. Tante abitudini e rituali, che per anni con la presenza dei figli hanno caratte­rizzato la vita dei due, sono modificati. La stessa relazione coniugale è soggetta a dei cambiamenti, che possono far emergere vecchi problemi di coppia e l’insoddisfazione di varie frustrazioni subite o ritenute come tali.

I due si trovano di fronte ad avere il tempo propizio per fare cose desiderate, ma in precedenza ritenute impossibili per le varie circo­stanze della vita. Tanti problemi sono superati se i due reinvestono se stessi nella relazione di coppia, ritrovando finalmente spazio e tempo per la stessa. Vi sono tante cose da dirsi e da fare assieme; può essere riattivato un dialogo, speso sospeso, ma sentito come essenziale per la vita coniugale. Può divenire un periodo di progettualità, di recupero dell’intimità, dell’affettività, della condivisione, dell’apertura maggiore verso l’esterno con l’impegno nel sociale.

Questo riapprofondimento della coniugalità facilita il nuovo com­pito genitoriale, per adeguare ed approfondire il dialogo tra le genera­zioni, con i figli cresciuti e diventati grandi. I figli, anche se sono “grandi”, hanno bisogno di una presenza discreta e disponibile per una loro maggiore responsabilizza­zione verso l’autonomia. Il legame della coppia genitoriale continua ad essere, inconsciamente, un modello positivo o negativo per i figli, che necessitano anche in questa età di vedere i genitori che si vogliono bene, che hanno fiducia nella vita, che affrontano con entusiasmo e realismo le difficoltà e che assieme ricercano il bene del figlio, senza sostituirsi.

Affinché “il nido vuoto” non svuoti la coppia, occorre che i due siano ulteriormente disponibili ai cambiamenti, tra cui la presenza di un’altra persona, che i figli scelgono come loro coniuge.

Nel contempo la coppia si trova di fronte alla generazione prece­dente che è diventata anziana e che ha bisogno di aiuto, sostegno e cure particolari. L’impegno richiede disponibilità, dedizione e anche sacrifi­cio. Non è un compito facile, tuttavia rientra nel debito psicoaffettivo, che ogni generazione dovrebbe avere nei confronti della precedente.

Pubblicato in Articoli, coppia, Famiglia | Lascia un commento