Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

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UTERO IN AFFITTO: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO Dr. Sergio Stagnitta

PSICOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA

UTERO IN AFFITTO: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO  Dr. Stagnitta Sergio

Una riflessione psicologica su utero in affitto

 L’immagine è tratta da una delle copertine del libro “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che nel suo libro ha descritto una società futura, non troppo lontano per la verità, nella quale la procreazione è completamente sganciata dai rapporti sessuali.

 

Monica Ricci Sargentini è una giornalista del Corriere della Sera che, volendo capire meglio come viene gestita nei centri specializzati la maternità surrogata, ha deciso di prendere un appuntamento in un Centro Californiano.  Nel suo articolo racconta come si è svolto questo primo appuntamento, scoprendo fatti molto importanti (a fine post, vi lascio il link al suo racconto completo). Nella sua descrizione si presentano scenari ai quali io, e molto probabilmente molti come me, non avevano nemmeno pensato: uno mi ha colpito in particolare… La Sargentini ad un certo punto chiede: “ma se la mamma surrogata dovesse cambiare idea e tenersi il bambino?” La coordinatrice dei pazienti le risponde: “La mamma sei tu, lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto.”

Non commento subito e parto da alcune informazioni tecniche.

Si definisce utero in affitto o meglio, maternità surrogata, la pratica di procreazione nella quale una donna accetta di affrontare la gestazione e il parto per altri.

Ci sono due forme di maternità surrogata o “gestazione per altri” (GPA): la Surrogazione gestazionale, che consiste nel trasferimento nell’utero della madre surrogata di embrioni formati con il seme del padre e della madre (o di donatori nel caso di sterilità di uno dei due). Questa forma viene utilizzata da donne che non possono sostenere una gravidanza. La Surrogazione tradizionale, in cui il seme del padre è utilizzato per fecondare la madre surrogata che è quindi anche la madre biologica del bambino (forma praticata da coppie omosessuali maschili).

Chi può ricorrere a queste forme di maternità? In genere donne prive di utero o ovaie, donne che soffrono di patologie che metterebbero a rischio la vita della gestante e coppie di uomini gay.

Il primo mito da sfatare riguarda il collegamento, ormai praticamente quasi assoluto nei dibattiti pubblici e privati, che chi usufruisce dell’utero in affitto è gay. Qualche giorno fa ho letto una statistica ripresa dall’Ansa che riporta due dati molto significativi: il primo, che le gravidanze in affitto portate a termine aumentano, negli Stati Uniti, ogni anno del 20%; il secondo dato riguarda gli “utilizzatori finali” di questo metodo di procreazione, secondo la Sai (Surrogate Alternatives Inc.), sette su dieci sono coppie eterosessuali, il resto sono coppie gay e uomini single. Io ritengo che questo dato sia estremamente importante e significativo perché spesso, soprattutto in Italia, si prova a strumentalizzare i temi legati ai diritti civili e la procreazione, legandoli esclusivamente agli omosessuali, introducendo così una distorsione che spesso rende difficile ragionare in modo produttivo sulle diverse situazioni.

Svincolato quindi l’utero in affitto dalla sola pratica omosessuale possiamo ragionare in libertà sul valore della stessa da un punto di vista psicologico.

Il titolo del mio post “L’oscuro oggetto del desiderio” che riprende il titolo di un famoso film di Luis Buñuel, mette l’accento sull’aggettivo “oscuro”, nel senso che io non riesco a trovare nessun vantaggio nell’uso di questa pratica di procreazione nella ricerca di un desiderio di maternità o paternità.

Proverò di seguito ad argomentare la mia affermazione da tre punti di vista, tre angolazioni differenti ma, come capita spesso, legate le une alle altre:  il dono, il mercato e il corpo.

 

È solo un dono…

Molti affermano, e alcuni paesi tra i quali l’Inghilterra lo inseriscono in modo esclusivo nella propria legislazione, che la sola e giusta modalità per legittimare questa pratica è che sia un dono, ovvero che non ci sia alcun interesse economico. La maternità surrogata è legittima ed eticamente accettabile solo se si trasforma in un atto di generosità.

Rifletto, molto semplicemente, sul senso di un regalo; io posso donare qualcosa di mio, sono libero di regalare ad altri un oggetto, anche molto prezioso, tutti i miei beni, compresa la mia stessa vita, e nessuno può contestare la mia decisione. Il problema in questo caso è che il dono riguarda un essere umano che per giunta non è neanche nostro. Sì, perché i figli non sono una nostra proprietà privata, come avveniva nell’antica Roma, e allora come posso donare una cosa che non è mia? I figli sono affidati ai genitori i quali hanno il diritto/dovere di accudirli ed educarli, cercando di dargli gli strumenti per essere persone più possibile felici, facilitando, nella crescita, soprattutto l’indipendenza e la libertà, l’esatto contrario del possesso che prevede che una cosa comprata è mia per sempre.

Il concetto di dono si basa, quindi, sull’erronea concezione che l’utero sia una sorta di incubatrice, un luogo neutro che produce un prodotto, una proprietà, che si può scambiare, barattare o donare.

 

È solo libero mercato…

Il secondo aspetto è quello che in assoluto mi fa più rabbia, già la categoria del “dono” è molto ambivalente, figuriamoci quella della compra-vendita.

Vedremo, più avanti, ciò che la psicologia dice rispetto alla relazione madre-bambino e i danni di questa modalità di procreazione, qui però mi soffermo sulla dimensione sociale, quindi politica, dell’utero in affitto.La maggioranza degli stati che consentono la maternità surrogata, tranne poche eccezioni, come abbiamo visto, permettono anche che quest’ultima si possa quantificare in denaro. Si definisce un contratto nel quale la donna si impegna a portare avanti una gravidanza e cedere il bambino alla nascita ai “legittimi proprietari” in cambio di un compenso in denaro.

Ma chi può accettare un simile contratto? In generale mi chiedo: quale potrebbe essere la motivazione di una donna che accetta la richiesta di un estraneo a portare nel suo utero per nove mesi il suo bambino? Sarà un preconcetto, ma è difficile immaginarla benestante, felicemente sposata con prole e con una bella professione e disposta ad accogliere per nove mesi un bambino trascurando magari figli, marito e lavoro! Io penso, e credo di non discostarmi troppo dalla realtà dei fatti, che le donne disponibili a questa pratica semplicemente sono persone povere che “concedono” il loro utero per soldi. E allora provo rabbia perché questo legittima la prepotenza dell’uomo ricco sul povero, legittima lo sfruttamento del corpo degli altri (come nella prostituzione) a fini economici; solo perché io sono più fortunato e ricco posso permettermi di pagare una donna che per necessità si deve sottomettere ai miei desideri!

Non importa se la coppia sia composta da omosessuali, un uomo solo, una donna sola o una coppia eterosessuale, qui è in gioco il principio più profondo della dimensione umana: la libertà, che purtroppo molto spesso si perde quando siamo in difficoltà e con essa si perde anche la dignità. Nel mondo esistono milioni di bambini che vivono in condizioni al limite della sopravvivenza, in orfanotrofi, brefotrofi, bambini sfruttati, violentati, senza cure e molto spesso anche senza cibo, mi chiedo: ma perché mai noi dobbiamo soddisfare a tutti i costi il desiderio di maternità e paternità biologica, anche se questo calpesta l’altro e produce sofferenza? Qui è in gioco quindi non solo la dimensione psicologica, ma anche e soprattutto quella di classe di appartenenza, la casta che mi legittima la spesa di oltre 100 mila euro per portarmi a casa “l’oggetto, oscuro, del mio desiderio”.

Anni di lotta di classe, comunismo, emancipazione economica e culturale buttati al vento. Secondo me, prima ancora della destra ancorata ai tradizionali valori della famiglia si dovrebbero indignare gli uomini e le donne di sinistra, le femministe (ed infatti lo hanno fatto con diversi manifesti, come quello pubblicato da Libératione firmato da oltre 160 personalità), chi combatte le ingiustizie salariali, sociali, chi parla di uguaglianza di diritti: ecco perché ritengo che la mia riflessione non è, e non vuole essere, in nessun modo, una riflessione ideologica o di parte.

 

È solo un corpo…

“Noi siamo esseri relazionali”

Arrivo quindi alla terza e ultima riflessione, quella psicologica, sulla pratica dell’utero in affitto. La caratteristica più importante degli esseri umani, quella per la quale penso che valga veramente la pena vivere è che noi siamo esseri relazionali; fin dal concepimento siamo nati per amare ed essere amati.

Esistono innumerevoli studi che descrivono il profondo legame che si costituisce tra la madre e il bambino, ricerche che hanno dimostrato che il neonato riconosce e preferisce selettivamente la voce della madre rispetto a quella di altre donne; lo stesso per l’odore del suo latte e alcuni tratti comportamentali. Tutto è programmato affinché il bambino e la madre (in futuro anche il padre), si leghino tra di loro in nome di una protezione e un sano sviluppo.

Ricerche a parte, veramente esiste qualcuno che possa affermare con certezza che durante i nove mesi di gravidanza il bambino non venga fortemente influenzato dalla madre e che, anche se non riconosciuto razionalmente, non si crei tra i due un legame potente? Come si può pensare che il bambino sottratto a quella madre non produrrà in entrambi (madre e bambino) una ferita difficilmente sanabile, ancora di più quando da grande qualcuno gli dirà com’è nato?

Io, addirittura, mi spingo ancora oltre… Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi occupo anche di coppie e mi è capitato di avere in terapia donne e uomini che provavano ad avere un bambino, e così ho potuto verificare personalmente che la relazione tra genitori e figli nasce ancora prima del concepimento. Mi ricordo di una giovane donna che aveva deciso con il suo compagno, dopo un periodo di difficoltà, di avere un bambino. Ho capito che il suo desiderio si stava consolidando dentro di lei quando mi ha iniziato a parlare di come si immaginava sarebbe stato questo bambino, lo prefigurava nella sua mente, si immaginava il suo viso, le serata passate insieme e molto altro. Questi aspetti – i desideri, le fantasie, i legami, la costruzione di una maternità, la nascita e poi tutto lo sviluppo affettivo –  sono solo alcuni degli elementi che ci rendono e ci permettono di rimanere umani nonostante il progresso e i nuovi diritti acquisiti. Annullare queste spinte profonde vuol dire trasformare le persone in oggetti.

Naturalmente è chiaro che ci sono, come ho affermato prima, bambini che nascono in condizioni di grande disagio, che hanno avuto la fortuna di avere dei genitori adottivi affidabili, che si sono legati a loro con profondo amore, consentendogli di sanare la loro ferita. La genitorialità si costruisce ed è proprio vero che un bambino si lega alla persona che lo ama, anche se non è il genitore biologico. Io però mio chiedo perché farlo nascere già con questa ferita? Una cosa è sanare una ferita, altra cosa è crearla!

 

Riferimenti

Se volete approfondire il tema del mercato dell’utero in affitto, vi consiglio di leggere questo breve racconto di una giornalista, Monica Ricci Sargentini, che ha contattato un centro Californiano per la maternità surrogata, ecco il link: “Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri” https://goo.gl/Yiegrm

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RIPORTO LA MIA INTERVISTA FATTA DA ” LoSchermo.it” di Lucca sul Gender e la rappresentazione teatrale FA’ AFAFINE
Lo Schermo.it pubblicita

L’altra faccia della teoria gender: “Nega ogni differenziazione e afferma il massimo arbitrio”

L’altra faccia della teoria gender: “Nega ogni differenziazione e afferma il massimo arbitrio”

gobbi (1)LUCCA – L’altra faccia della stessa medaglia. Dopo aver sentito il parere della dottoressa Ligeia Zauli, che si è dichiarata non contraria a far vedere Fa’afafine (lo spettacolo che andrà in scena il 28 marzo al teatro San Girolamo) a bambini di età pari o superiore ai 10 anni, Lo Schermo ha voluto proporre anche un’altra linea di pensiero, certamente diversa. Nella solco della tradizione di un giornale che le opinioni prova a costruirle attraverso il dialogo e il confronto.
Spazio allora al Dottor Gilberto Gobbi, noto psicologo e psicoterapeuta veronese, le cui posizioni nei confronti della teoria gender sono decisamente scettiche. Un binario parallelo quello dei dei specialisti, condivisibile, criticabile, ma pur sempre nel solco della scienza medica.

Dott. Gobbi, nel suo blog ha dichiarato che il gender è un’ideologia che “si è imposta con un nuovo linguaggio, nuove norme, così da invadere anche l’ambito educativo con la proposta/imposizione di nuovi contenuti, imponendosi con un successo impensabile in tutto il mondo, divenendo globalmente normativa, una imposizione dittatoriale”.

Vorrei fare una premessa. Si vuole a tutti i costi negare l’esistenza del Gender e si afferma che esistono solo “studi di genere”, in quanto vi è una serie di studi e ricerche sul genere e null’altro. E’ vero che vi sono questi studi, ma nel contesto vi è un filo conduttore, una stratificazione culturale e antropologica che unisce questi studi, per cui si può affermare che negli ultimi 50 anni è emersa l’ideologia del Gender con caratteristiche e connotazioni ben precise, che partendo dalla sessualità ha coinvolto il senso e il significato della procreazione, della famiglia, del matrimonio, della genitorialità, dell’utero in affitto, dell’affidamento e dell’adozione. Il Gender è la proposta di un nuova antropologia, cioè di una nuova concezione dell’uomo, che nega ogni differenziazione e afferma categoricamente il massimo arbitrio di ciascuno.

 

Nuova antropologia, la stessa che sostiene quando spiega che il gender “porta con sé una rivoluzione di valori e ideali e sta scardinando la cultura giudaico-cristiana, e impone una nuova visione antropologica dell’uomo”.

Uno dei principi fondamentali del gender è che “sesso” e “genere” non coincidono, perché biologicamente si può appartenere a un determinato sesso, ma scegliere un genere diverso a seconda della percezione di sé, che può essere modificato in qualsiasi momento. Il gender, infatti, sostiene che la persona è il risultato dei modelli e dei ruoli sociali, ignorando non solo il significato ontologico della persona, ma anche il modo e il percorso psicologico con cui elabora se stessa nel processo della propria identità.

 

Secondo lei la teoria gender, proposta nelle scuole, può entrare in conflitto con l’etica, quella che universalmente è riconosciuta come la morale? E tale teoria può creare o meno problemi nella sessualità del bambino?
La separazione del sesso biologico da quello psicologico (identità di genere) porta a concludere che il maschile e il femminile sono costruzioni puramente sociali. Sotto l’aspetto generale vi sarà la desessualizzazione della coppia (uomo/donna), per cui la maternità e la paternità non sono delle realtà in relazione con l’identità maschile e femminile, ma funzioni sociali. L’uomo è escluso dalla procreazione, che diviene proprietà della donna e, in una prospettiva già attuale, un’appropriazione e manipolazione della tecnica per soddisfare i “bisogni” dei singoli e delle diverse coppie ad avere a tutti i costi un bambino (figlio!). In sintesi, con il pensiero dominante dell’ideologia del Gender, che cosa viene insegnato al bambino e successivamente al ragazzo (secondo gli orientamenti dellOMS)? Questi aspetti. La sessualità è scissa dalla procreazione con la contraccezione e l’aborto; la coniugalità è dissociata dal matrimonio con la convivenza e con la costruzione di diverse “famiglie”, fondate sul “volersi bene” e il riconoscimento delle differenti “unioni civili”; la fecondità è dissociata dall’atto sessuale con la procreazione medicalmente assistita e la donazione dei gameti; la stessa gestazione è disgiunta dalla maternità con la maternità surrogata; vi è il riconoscimento del diritto per qualunque soggetto e coppia di adottare e di “farsi fare un figlio” (omogenitorialità).

 

In Fa’afafine si fa spesso riferimento a termini quali “Gender Fluid” e “Terzo sesso”, può offrirci una spiegazione?
Nello sconvolgimento della concezione della sessualità, si arrivato alla proposta molteplicità degli orientamenti sessuali sino alla teorizzazione della fluidità del sesso e all’affermazione che ciascuno, a seconda della situazione psicologica, può scegliere di volta in volta la propria identità sessuale. Di qui il Gender fluid. Come si comprende qualunque orientamento sessuale è una variante della sessualità, per cui tutto dipende dalla scelta che ognuno può e ritiene di fare.

 

Alex, il protagonista, è un ragazzo che nei giorni pari si sente uomo e nei giorni dispari donna, quando s’innamora vuole esserlo entrambi. C’è il pericolo, secondo un punto di vista medico, che un bimbo o una bimba di dieci anni, dopo aver assistito allo spettacolo, ne escano turbati?
La storia, così come viene presentata, incarna perfettamente quanto sopra affermato circa la fluidità dell’identità sessuale. Il bambino di fronte a tale impostazione ne esce turbato, anche se lo dimostra e si chiude in sé. Ciò che gli è stato trasmesso diviene oggetto di turbamento e di pensieri non sereni, diciamo così. Perché? Partiamo da un dato reale, che la psicologia in questi cent’anni ha analizzato, approfondito e diffuso in migliaia e migliaia di pagine: il bambino di qualunque età ha bisogno di sicurezze circa la propria identità sessuale e quindi della propria identità di genere. Sicurezze che l’ambiente educativo (genitori e istituzione scolastica e sociale), deve confermare e riconfermare. Non è compito dell’educatore de-strutturare psicologicamente il bambino, anzi aiutarlo a capirsi e ad accettarsi nella sua profonda identità per favorire la sua collocazione nella realtà sociale che è profondamente connotata dalle differenze, in primis dalle differenza sessuali. E’ la prima differenza con cui impatta nel venire al mondo. Se l’educatore non fa questo, fallisce nel suo scopo.

 

Può entrare più nel dettaglio?

Il bambino si confronta sulla differenza sessuale sin dalla primissima infanzia. Chi ha figli piccoli, provi a chiedere a un bambino tra i 2 anni e mezzo 3, “che cosa sei?”. Vi guarderà meravigliato e vi risponderà con forza che “lui è un maschio”. Cosi la bambina della stessa età vi dirà che “è una femmina”. La percezione psicocorporea della diversità maschile e femminile e di conseguenza della identità di genere è già chiaramente presente a questa età. Questo è un dato incontestabile. Chi lo nega sa di mentire. Per la quasi totalità dei soggetti, questa percezione identitaria diviene sempre più chiara con gli anni e si rafforza col tempo, pur potendo avere qualche possibile sbandamento nella preadolescenza/adolescenza. Tutto ciò, per la stragrande maggioranza delle persone, diviene strutturata fondamentale con la giovinezza, attraverso l’identificazione maschile o femminile. Programmi “educativi” o spettacoli come quello di Fa’afafine possono incidere sulla psiche del bambino, che si trova di fronte a una proposta destrutturante della sua identità. Teniamo presente che non ha ancora fatto il salto di qualità dal dato del piacere a quello della realtà; non ha ancora acquisito determinati aspetti delle sue pulsioni. Non si conosce nelle tensioni e si sta aprendo alla vita nelle sue varie e articolate sfaccettature. Va rispettato nel suo stadio di sviluppo. Un’iperstimolazione e l’anticipazione di determinati stimoli e contenuti può bloccare lo sviluppo psicoaffettivo. Pertanto, un’impostazione dell’educazione all’identità di genere che tenda a mette in discussione l’identità psicosessuale del soggetto, lo destruttura e lo orienta verso una sessualità fluida, che gli permette da grande di poter fare le scelte sessuali secondo ciò che prova e desidera. Di età in età, acquisisce che vi è il genere, la differenza di genere, che non ha radici biologiche e si articola in vari generi/orientamenti, tutti positivi, e che le relazioni sessuali tra persone possono essere multiple secondo il proprio sentire.

 

Come scaturisce il percorso che porta alla formazione dell’identità sessuale? E quando avviene la divergenza tra maschio e femmina?
Il percorso della costruzione della propria identità sessuale inizia con l’inizio della vita. L’essere umano viene concepito dall’incontro di due cellule, provenienti da due esseri, i genitori, profondamente diversi e caratterizzati ciascuno da contenuti genetici differenti (maschile XY, femminile XX). Questo è il primo dato di realtà incontestabile: per avere un essere umano occorre il contributo di un maschio e di una femmina, l’integrazione tra il maschile-paterno e il femminile-materno. Cioè, alla base della formazione della personalità, vi è la genetica, vi è il sesso biologico, che permane come fattore primario e determinante dello sviluppo della personalità, nelle sue varie fasi, con la costante interazione e interdipendenza con il fattore psicosociale. Riscontri scientifici fanno ipotizzare l’esistenza di una psicologia maschile e di una psicologia femminile, in quanto i soggetti sono influenzati precocemente da fattori ormonali del testosterone fin dal periodo della gestazione, in una fase di vita non ancora condizionata dall’impatto ambiente/relazionale. Questo comporta che non sia possibile rifarsi allo sviluppo del bambino senza distinguere tra quello maschile e quello femminile. L’identità del sesso biologico sta alla base della formazione dell’identità psicosessuata e anche dell’identità di genere. Come si è detto, già tra i 2 anni e mezzo e tre il bambino ha chiaro la sua identità sessuale. Il processo di costruzione della propria individualità è un percorso lungo e fatico, che attraversa fasi diverse e approda a sponde diverse a seconda del percorso. Il bambino cresce tra le figure della madre e del padre e di altre persone. E’ parte integrante di un contesto psicosociale del nucleo familiare, è a contatto e si confronta con le figure differenti, il maschile e il femminile, il padre e la madre. Acquisisce il proprio schema corporeo, elabora dentro di sé la propria immagine corporea e il sé corporeo sessuato. Raffronta il sé corporeo sessuato con l’immagine che elabora e gli viene presentata di sé dall’ambiente. Come si vede è un percorso che, attraverso l’identificazione, la differenziazione e la separazione, richiede sempre la relazione e il confronto con l’altro, con l’alterità. Il riconoscimento e la formazione della propria identità, compresa quella sessuale, avviene attraverso questi processi psicologici.

 

In ambito psicologico, esistono bambini che soffrono di disturbi d’identità di genere?
Di fronte alla stragrande maggioranza dei bambini, che vivono la propria identificazione tra il sesso biologico e quello psicologico, vi sono anche, pochi, che vivono la disforia di genere. Si caratterizzano per la tendenza a identificarsi con il sesso biologico opposto, in età precoce. L’inadeguatezza tra le due dimensioni provoca disagio, di cui occorre prendere atto, verificarne la consistenza, essere molto attenti, consultare persone competenti e verificare nel concreto, con delicatezza, persona per persona, ciò che è più conveniente. Come sempre si tratta di non generalizzare. La generalizzazione provoca molteplici danni in ogni settore, in particolare là dove ci si trova ad operare con il bambino in crescita con problematiche particolari.

 

Ci tolga una curiosità, Dr. Gobbi, lei ha dei figli grandi ed è nonno, accompagnerebbe i suoi nipoti a vedere lo spettacolo?
Ho tre figli grandi e con famiglia, che certamente non porteranno i loro figli a vedere lo spettacolo, non perché glielo suggerisce il padre, ma perché hanno il buon senso di sentirsi loro padri responsabili dell’educazione psicosessuale dei propri figli. Per confrontarsi con i figli non c’è bisogno di questi spettacoli, ma di un’apertura critico-costruttiva alla realtà. Poi non ho mai ritenuto che la scuola abbia il compito sostitutivo dei genitori. L’ambito dell’educazione è molto delicato e quando lo stato se ne appropria si aprono orizzonti totalitari già visti.

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Omogenitorialità, psicologo rompe il muro dei tabù – Ermes Dovico –

[ARTICOLO DA PUBBLICARE E DIFFONDERE IL PIU’ POSSIBILE] –

Omogenitorialità, psicologo rompe il muro dei tabù – 

di Ermes Dovico 23-01-2017

180528_104991866246398_702644_nÈ stato l’unico tra 19 psicologi che ha osato esprimere delle riserve sulla cosiddetta omogenitorialità, in uno studio pubblicato sul trimestrale Giornale italiano di psicologia. L’unico ad aver sottolineato che le varie ricerche citate per legittimare le famiglie con “due mamme” e “due papà” presentano problemi teorico-metodologici e non affrontano la fondamentale questione della generatività. Lui è Vittorio Cigoli, docente emerito di Psicologia clinica e autore di diverse pubblicazioni sulla psicologia della famiglia e della coppia. Il suo caso è emblematico di come un’ideologia, promossa da gruppi elitari, riesca a imporsi nella società (dalla psicologia alle altre scienze umane, dalla politica ai media, i metodi sono quasi sempre gli stessi),cercando di isolare chi la pensa diversamente e anestetizzando gradualmente l’opinione pubblica per raggiungere i propri fini. La Nuova BQ l’ha intervistato.

Professor Cigoli, può spiegarci come si è arrivati a questo blocco di opinioni a favore dell’omogenitorialità, mentre lei è stato il solo a sottolineare i rischi per i figli?

Il Giornale italiano di psicologia affronta sempre tematiche specifiche e, in questo caso, la direzione ha affidato la cura del tema dell’omogenitorialità al professor Vittorio Lingiardi, che si occupa dell’argomento da anni e si è fatto affiancare da un giovane collega, Nicola Carone. I curatori dell’articolo, di solito, contattano un certo numero di ricercatori per scrivere un contributo, mentre altri – come è successo a me – vengono contattati dalla direzione, che mi ha chiesto se ero disponibile a intervenire. Nel loro articolo a conclusione dello studio, gli autori hanno fatto la conta dei commenti per dire che questi “concordano nel ritenere che il genere e l’orientamento sessuale dei genitori non siano di per sé fattori di rischio per la stabilità e il benessere psicologico dei figli”.

Tutti i commenti concordavano, a parte il suo.

Sì, e nelle loro conclusioni gli autori hanno dedicato ben tre cartelle per replicare al mio contributo. Io penso che in questo modo abbiano strumentalizzato la rivista a scopo ideologico. Ora, io faccio ricerca da 40 anni e penso di poter esprimere un pensiero sul tema delle relazioni familiari senza che mi si tacci di pregiudizio. Mentre gli autori hanno puntato a fare una sorta di plebiscito, e penso che nemmeno gli altri colleghi siano felici di essere stati omologati così.

Gli autori, per corroborare la loro tesi sull’omogenitorialità, citano varie ricerche, di cui lei invece sottolinea le carenze metodologiche.

Buona parte di queste ricerche sono governate da persone e ricercatori omosessuali, anche famosi. Quella dell’omogenitorialità è diventata un’area quasi praticamente riservata. Di fatto, la ricerca viene quasi tutta concentrata su persone di etnia bianca, livello economico elevato e buon inserimento sociale. Gli autori spesso usano il tema della discriminazione, dello stigma, ma in realtà ci sono lobby importanti come LGBT e grant di ricerca dedicati.

Oltre ai problemi metodologici, ci sono altri problemi relativi alla ricerca psicologica su questi temi?

Certo, il problema riguarda ciò che da psicologi possiamo dire: è la prima volta che la ricerca psicologica viene chiamata in causa per dirimere questioni che non sono meramente psicologiche. Perché quando si parla di famiglia e generatività, emergono necessariamente questioni di carattere antropologico, etico e filosofico. Chiedere alla psicologia di dare risposte definitive è strumentale. Le ricerche psicologiche a sostegno dell’omogenitorialità possono dire qualcosa solo entro una cornice cognitiva-comportamentale, in cui gli aspetti considerati sono l’adattamento e la qualità della relazione. Questa qualità della relazione viene valutata sulla base della percezione che ha il genitore o il bambino, cioè in nessun modo queste ricerche studiano la relazione dal vivo e non possono rispondere a domande fondamentali quali quelle sul concepimento, le relazioni generazionali, le organizzazioni familiari, il rapporto tra i generi che è, e da sempre, un fattore di rischio così come di fondamentale opportunità.

Insomma, sono ricerche che prendono in considerazione aspetti molto parziali.

Esatto. Questa tipologia di ricerche dà dei risultati, ma ha pure i suoi limiti e non può essere presa come scientifica in sé. Il punto sta proprio qui: quando viene sollevato un dubbio circa la problematicità di queste modern families, si viene immediatamente attaccati.

Nel suo contributo sulla rivista, lei ha sottolineato l’importanza della generatività e della sua differenza con l’educazione.

Sì, c’è differenza tra gli aspetti educativi, che sono specie-specifici nel senso che la specie umana si contraddistingue in quanto capace di educare, e gli aspetti generativi, che invece sono una specificità delle relazioni familiari. E la generatività è necessariamente legata alla differenza sessuale: dunque, l’omologazione dei sessi costituisce un problema. La generatività, infatti, ci dice tantissimo del rapporto tra le generazioni e sarebbe estremamente riduttivo considerare ciò solo come rapporto genitore-bambino perché il legame familiare interessa anche i nomi, le origini, la relazione con chi non c’è più, eccetera. Il vuoto delle origini, l’eliminazione del legame complica tutto.

Siamo arrivati a questo punto anche a causa della fecondazione artificiale, che asseconda un’ideologia che pretende di affermare l’irrilevanza della natura umana.

Gli interventi, come nel caso della maternità surrogata, non costano meno di 150/200 mila dollari. I fertility centers, ben presenti anche in Europa e non solo negli Stati Uniti, sono organizzazioni di business. Così, sono state create nuove forme familiari che si basano su una fecondazione extracorporea, sotto il dominio della tecnica. Si è fatto un salto che non è indolore. Sapere dello sperma e degli ovuli congelati, venire a sapere che dal punto di vista strettamente biologico puoi avere decine e decine di fratelli (e infatti ci sono dei siti in cui le persone si cercano), il fatto di avere una-due mamme biologiche e una cosiddetta sociale, la presenza o meno di figure maschili e l’anonimato o meno del donatore sono tutte domande che riguardano le conseguenze sui figli. Non ci si può dunque non fare domande a livello antropologico e psichico. Tutt’affatto dunque che un pregiudizio e uno stigma. Anche il tema ricorrente della donazione va riconsiderato con attenzione. Non è la stessa cosa della donazione di sangue o di organi.

Domande che però la ricerca dominante non si fa più?

È come se oltre 50 anni di studi sul valore della differenza sessuale, sulla generatività, sul rapporto padre-madre-bambino, venissero letteralmente messi a tacere, spazzati via dalla ricerca dell’omologazione (nessuna differenza). Le ricerche sulle modern families sono incentrate solo sull’adattamento e, in fin dei conti, sono un tentativo sottile di annullare il familiare come dimensione cruciale dell’umano. Per parecchi colleghi ricercatori non contano infatti la struttura e l’organizzazione, ma solo la qualità della relazione, se hai più o meno “amore”. Ora, loro chiamano “organizzazione” solo l’etnia, lo status socio-economico, non hanno l’idea antropologica dei legami. Sono tutti temi che il “Centro Famiglia” dell’Università Cattolica affronterà in un Quaderno che sarà pubblicato a breve con un commento mio e di Eugenia Scabini.

Perché si nega così ostinatamente l’importanza dei legami e delle origini per il benessere dei bambini?

Sostanzialmente, l’impresa è quella di andare al di là, di fare delle cose impensabili fino a poco tempo fa: quindi è proprio una sfida del limite, alla ricerca di una cosiddetta normalità.

Ma se si supera il limite naturale, si potrà mai trovare la normalità?

Eh, questa è appunto la domanda. Noi conosciamo il tema della “hybris”, i greci ce lo hanno insegnato, ci sono dei rischi. Io penso che una buona ricerca scientifica ne debba tenere conto.

Lei ha un’esperienza quarantennale e non si è fatto condizionare nella sua libertà di ricerca. Crede che per i colleghi più giovani e in generale per le future generazioni, alla luce dell’eco che hanno i temi dell’omogenitorialità, sarà più difficile non subire condizionamenti?

Certo, come dicevo prima è come se la psicologia si fosse schierata, quasi rinunciando a 50 anni di ricerche psicosociali e cliniche sulle relazioni familiari. Il mondo è sempre stato fatto di pressioni e di lobby, che di solito portano al conformismo, che è la strada più facile: tocca ai giovani prendersi la loro responsabilità nel rispetto della differenza.

 

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IMPORTANZA DELL’AFFETTIVITA’ – G.G. –

Gli studi sull’infanzia del secolo scorso hanno messo in evidenza l’importanza che lo sviluppo af­fettivo ha, nell’età evolutiva, ai fini di un futuro equilibrio psichico.

searchL’affettività è considerata il substrato d’ogni altro aspetto evolutivo. E’ un fattore determinante sia per come l’individuo vive le situazioni e reagisce ad esse  sia per la comunicazione e i rapporti interpersonali, quindi per la socializzazione. Di qui, svi­luppo affettivo e crescita sociale sono interdipendenti e in­se­parabili tra loro. Spesso seguono gli stessi processi evolutivi, altre volte, invece, si discostano a scapito della maturità com­plessiva del bambino.

Sappiamo che l’affettività è la sfera dei sentimenti e delle emozioni, che interagisce con la sfera intellettiva e con quella motoria. Caratterizza il modo con cui viene vissuta la realtà e la  colora.

L’interdipendenza delle tre dimensioni tra loro (sfera affettiva, motoria ed intel­lettiva), ci permette di capire come un deficit nel processo maturativo di una dimensione incida profondamente anche sul processo maturativo delle altre.

Detto questo, diviene intuitivo come  la sessualità non sia una dimensione dello sviluppo dell’uomo a sé stante, ma una realtà che inerisce a tutte e tre le sfere della persona ed è parte integrante della vita umana.

Proprio perché umana, la nostra sessualità è intrisa d’affettività e di senti­mento e nel contempo è permeata di ra­zionalità. Non è puro istinto, né solo emozione, tanto meno pura razionalità.

Una buona matura­zione sulla linea affettivo-sessuale è in­trinsecamente con­nessa ad una buona matu­razione globale. Non sempre, però, nella vita della singola persona, ad un buon sviluppo delle capacità intellettive corrisponde un’altrettanta matu­rità affettivo-sessuale.

Ognuno, compreso il bambino piccolo, è un essere ses­suato. Se la ses­sualità, com’è stato affermato, permea tutta la vita della persona, essa è una realtà viva e profonda, presente nella persona fin dall’inizio del concepimento, e segue le sue naturali fasi di svi­luppo.

Gli studi di psicodinamica su bambini evidenziano l’esistenza di una sessualità infantile, che non si deve, però, porre sullo stesso piano di quella degli adulti, che è caratteriz­zata da un oggetto e da uno scopo ben definiti. Lo sviluppo della sessualità segue tutte le tappe evolutive della vita e della maturazione e maturità.

La sessualità umana, pur avendo come fine specifico della matu­rità l’obiettivo di porsi al sevizio della finalità generativa e della relazione d’amore tra un uomo e una donna,  e di localizzarsi, pertanto, nella zona genitale, subisce un processo evolutivo durante il quale può cambiare fine e oggetto secondo le tappe della vita.

Passa, cioè, da una erogeneità diffusa e legata a tutto il corpo, propria del bambino, a delle manifestazioni parziali dell’adulto, ri­ferite alla stimolazione di zone somatiche  ero­gene definite. Le forme parziali d’erotismo divengono ele­menti della sessua­lità genitale adulta, quando il piacere ses­suale è al servi­zio della riproduzione e della vita affettiva di coppia.

Oltre che nel fine, la sessualità adulta e infantile si distin­gue anche dall’oggetto.

All’inizio della vita non vi è distinzione tra “sé” e “fuori di sé”, tra Ego e mondo esterno. La libido è con­centrata sul corpo stesso del soggetto, che è oggetto d’amore (narcisi­smo prima­rio): il bambino è al centro del mondo e da tale col­locazione trae la sua gratificazione. Solo in seguito, con la se­parazione tra “sé” e “fuori di sé”, la libido potrà investire sia gli oggetti esterni sia la persona stessa del soggetto (narcisismo seconda­rio). Il bambino esce da sé, si decentra, si proietta verso l’altro, impara a voler bene. Il percorso di maturità sarà proiettato verso la capacità di donazione e la possibilità di atti­vare rela­zioni d’amore.

Può accadere che un individuo non raggiunga una com­pleta matu­rità psicosessuale per permanere in forme di eroti­smo parziale e immaturo.

Questi nuclei di immaturità sono dovuti a blocchi evolutivi e alla fissazione della libido a stadi infantili e adolescenziali così che la sessualità non si evolverà verso stadi più maturi , per cui, quando il soggetto incontrerà difficoltà o traumi nel corso dell’evoluzione stessa, facilmente regredirà agli stadi di fissa­zione.

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IL SIGNORE E’ VICINO: AUGURI DI OGNI BENE

IL SIGNORE E’ VICINO: AUGURI DI OGNI BENE

Avvento 2012 (2)

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IL CONFLITTO DI COPPIA E LA SEPARAZIONE – Gilberto Gobbi –

searchIL CONFLITTO DI COPPIA E LA SEPARAZIONE – Gilberto Gobbi –

Di norma, i due arrivano alla separazione e quindi al divorzio di fronte a un conflitto di coppia, che appare insanabile. Ritengono, pertanto, opportuna questa soluzione, per il bene di tutti (per la coppia e per i figli, se ve ne sono).

Sinteticamente, di fronte al conflitto di coppia, le modalità di soluzione possono essere:

  • affrontare il conflitto attraverso una dinamica relazione aperta per costruire sul positivo,
  • oppure arrivare alla separazione,
  • oppure accantonare il dissidio per un bene maggiore, per i figli, e attendere la loro maggiore età per la separazione.

Ogni coppia sceglie una propria modalità di risoluzione.  Vi è, però, la necessità di superare il disagio che sta sperimentando, per cui è utile che il conflitto venga contestualizzato e compreso nel suo significato alla luce di più livelli di osservazione, che comprendono i seguenti aspetti:

  • la verifica della relazione e delle reti che intercorrono nella famiglia. Questo permette di collocare ogni membro nella sua realtà relazionale, di tener conto della sua maturità psicoaffettiva e del grado di coinvolgimento nelle dinamiche conflittuali presenti nella coppia e nei figli; significa collocare le storie personali di ogni membro all’interno della storia del nucleo familiare;
  • l’analisi della storia evolutiva e delle fase del ciclo vitale che il nucleo sta attraversando. Ogni nucleo familiare ha un inizio, un percorso, fasi diversificate (coppia appena costituita, coppia con figli piccoli, con figli adolescenti, con figli maggiorenni, coppia con sindrome del nido vuoto, ecc.);
  • le storie personali dei suoi componenti e quelle delle famiglie d’origine.

La contestualizzazione permette di comprendere quale sia la migliore strategia da sceglie nella famiglia per la risoluzione del conflitto. La comprensione della comunicazione e dei blocchi, che sottostanno alla relazione della coppia, permette di confrontarsi con il percorso che il nucleo familiare ha fatto e quindi con la fase del ciclo vitale dello stesso. Ciò fa emergere l’entità del conflitto e la sua possibile soluzione. Le storie personali dei componenti indicano le modalità che ciascuno ha avuto nel passato nell’affrontare i problemi, i conflitti e le difficoltà della vita, in particolare quelle relazionali. La stessa storia delle famiglie d’origine permette di cogliere aspetti indicativi delle radici costitutive della personalità dei due e le implicazioni consequenziali sui vari membri.

In una coppia una situazione di piena ostilità rappresenta un evento critico, cioè una crisi in cui vi è una forte frattura tra il desiderio e la realtà.Sappiamo che quando due si sposano o vanno a convivere sono profondamente coinvolti, di norma, spendono se stessi, si giocano la vita, in quanto investono se stessi, in pensieri, desideri, attese, richieste, proiezioni, progettualità. Ed è in questo investimento, più o meno totale, che emergono le differenze, le difficoltà di accettazione, gli allontanamenti, quindi i litigi e le conflittualità, che possono sfociare in una decisione di separazione, ritenendo impossibile la continuità della convivenza.

L’insoddisfazione della vita relazionale ha varie concause e ha radici sia nella vita psicoaffettiva pregressa (conscia e inconscia) di ciascuno dei due e sia nella modalità con cui ognuno vive la relazione di coppia.

Quello che effettivamente interessa per la domanda iniziale è che i due vivono spesso in un costante clima di conflitto, a volte sordo e inespresso, a volte espresso anche in forme aggressive, verbali e non. Un signore sui 45 anni, sposato da diciassette, con una figli di 13, da due anni ha una relazione extra. Per caso la figlia, tramite telefonino, viene a conoscere questa relazione e la comunica alla mamma, che ovviamente qualcosa aveva intuito, dalla tranquillità con cui il marito si comporta in casa, esce, non chiede prestazioni sessuali: sembra appagato. Da quel momento quello che non era avvenuto nei diciassette anni precedenti, si avvera: la signora manifesta picchi di rabbia e espressioni di aggressività, che in passato c’erano ma contenute, e richieste forzate di rientro. Era sempre stata energica, ma lui la sapeva prendere e le cose si sistemavano. Con la nuova situazione, tutto il taciuto pregresso  esplode da parte dei due in una aggressività che nessuno dei due si riconosceva fino ad allora. Così, mentre lui cerca di dilazionare l’uscita di casa in vista di una possibile revisione del suo coinvolgimento esterno, la signora si precipitata da un avvocato e sollecitato con imperio la sua uscita da casa. Quello che interessa sottolineare sono le dinamiche aggressivi verbali e non, che si scatenano, facendo emergere il sommerso e il non detto da parte di entrambi. Il clima creato non permette di affrontare la conflittualità con una certa modalità.

E’ una delle tante situazione che vengono vissute dalle coppie, con conseguenze molteplici, perché nella separazione non sono coinvolti solo i due, ma la situazione si estende ad altre persone: i primi ad essere coinvolti sono i figli. Una prima constatazione, amara, ma reale, è che i figli, di fronte alla conflittualità della coppia, fanno l’esperienza di osservare e sperimentare come gli adulti risolvano i conflitti, di come siano in disaccordo, litighino e sappiano affrontare la separazione.

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Referendum – Verona

PROVINCIA DI VERONA – REFERENDUM –

Abitanti / Elettori: 923.664 / 684.292

 

– Risultati Referendum Costituzionale 2016 –

  • 859 sezioni su 859 (100%)
  • Ultimo aggiornamento: 05 dicembre 2016 ore 02:27
39,1 %
203.569 voti
No 60,9 %
316.956 voti
  • Schede bianche: 970
  • Schede nulle: 2.530
  • Schede contestate: 12

Risultati Referendum Costituzionale 2016

  • Affluenza: 76,6 %

(a chiusura delle operazioni)

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