Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

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INDICE – Contenuto del nuovo libro sulla famiglia – Gilberto Gobbi –

CONTENUTO DEL NUOVO LIBRO SULLA FAMIGLIA
USCIRA’ IN NOVEMBRE
Titolo: CREDERE NELLA FAMIGLIA. Un percorso nella relazione coniugale e nella formazione della famiglia

INDICE
PREMESSA
INTRODUZIONE
Parte prima
LA VITA DELLA COPPIA CONIUGALE E DELLA FAMIGLIA

Capitolo primo – FASI EVOLUTIVE DELLA COPPIA E DELLA FAMIGLIA
Capitolo secondo – ALLE RADICI DELLA FAMIGLIA – Il tempo del fidanzamento
Premessa
Conoscenza di sé e del partner
I fondamenti della personalità
Lo sviluppo della personalità
Comportamenti caratteristici delle tre fasi
Attese e richieste
I miti della coppia
Atteggiamenti di fronte al matrimonio
Il cammino verso la coppia coniugale
Capitolo terzo – IO SCELGO TE – La nuova coppia coniugale
Premessa
Definire i confini nella coppia
Definire i confini con l’ambiente esterno
I tre fattori dell’unione coniugale
Continuità e cambiamento
Individuazione e coesione
Vivere la libertà nella coppia
Capitolo quarto – UN AMORE CHE GENERA
Apertura responsabile alla vita
Il desiderio di maternità e di paternità
I percorsi della maternità e della paternità
Il legame madre/bambino e il padre
Il padre e il figlio
Capitolo quinto – UN EXTRATERRESTRE TRA NOI. La famiglia con figli adolescenti
Premessa
Di chi è il disagio?
Il significato della crisi adolescenziale
L’adolescenza è sviluppo
Capitolo sesto – ANCORA MANO NELLA MANO. La coppia nel tempo dell’anzianità
La sindrome del nido vuoto
La famiglia “lunga”
Il tempo passa

Seconda parte
LA FAMIGLIA CHE FA CRESCERE

Capitolo primo – LA FAMIGLIA SANA. Il clima psicoaffettivo che fa crescere
Premessa
La famiglia come unità
Caratteristiche della famiglia sana
I confini del nucleo familiare
La chiarezza del contesto
La gestione del potere
L’incoraggiamento all’autonomia
Il tono affettivo
Il raggiungimento degli obiettivi
I valori trascendenti
Capitolo secondo – LA FAMIGLIA INTERMEDIA
Premessa
Aspetti generali
I confini della coppia e della famiglia
La chiarezza del contesto
La gestione del potere
L’incoraggiamento all’autonomia
Il tono affettivo
Il raggiungimento degli obiettivi
Valori di riferimento
Capitolo terzo – LA COPPIA NARCISISTICA
Capitolo quarto– LA FAMIGLIA CHE EDUCA
Il luogo dove si cresce insieme
Sicurezza di base e stima di sé
Il comportamento affettivo dei genitori
Capitolo quinto – IL SACRO NELLA VITA CONIUGALE
Capitolo sesto – IL PONTE DOVE RE-INCONTRARSI

CONCLUSIONE – CREDERE NELLA FAMIGLIA
APPENDICE – Materiale di approfondimento

Imparare a dialogare
Questionario n. 1 – La forma di coppia ideale
Questionario n. 2 – Che cosa non accetta o ha difficoltà di accettare del coniuge
Il consulto di famiglia

ORIENTAMENTI BIBLIOGRAFICI
INDICE

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NERINA – Gilberto Gobbi –

NERINA – Gilberto Gobbi –
[Venerdì 6 settembre, in occasione del funerale di una mia prima cugina, sono passato e mi sono fermato nei luoghi di questo racconto, che sono andato a rileggere e che ripropongo. Sono ricordi di un bambino che vi ha vissuto in quei luoghi, ha visto con i suoi occhi e ha accarezzato la Nerina].

Anche lo zio, fratello di suo padre, maggiore di 15 anni, sposato con tre figlie, era riuscito a non lavorare nei campi. Aveva aperto un negozietto di frutta e verdura, dove vi era di tutto, dal pettine ai settimanali, dal ghiaccio in estate per l’amarena, il sabato e la domenica, al filo e ai bottoni.
Lui, papà e la sorella erano gli unici superstiti di nove figli. Quando i nonni paterni parlavano dei figli morti prematuri, lo facevano con rassegnazione, quasi con distacco: era la vita, il destino, e non ci potevano fare nulla. Allora, le nascite erano tante e molte le morti di bambini ancora in fasce. Pazienza!
Lo zio era stimato dalle persone e chiamato per dirimere contrasti nelle famiglie e tra vicini. Credente a modo suo, per tradizione, – e chi non lo era in quei tempi! –, in situazioni di rabbia infilzava una dietro l’altra tre o quattro parolacce, con disappunto di sua moglie e delle tre figlie.
Franco era invitato a non ascoltare e a non ripetere.
Il prete della piccola parrocchia, amico di famiglia come di tutti i paesani, lo capiva e qualche volta lo giustificava, perché lo zio si alzava prestissimo, alle tre della notte per andare al mercato ortofrutticolo di Verona ed essere tra i primi ad entrare all’apertura dei cancelli.

Partiva tre volte la settimana, sempre alla stessa ora, con la sua cavallina, attaccata al carro-baroccio. Nerina usciva dalla stalla quasi in punta di zoccoli per non disturbare le famiglie della corte che a quell’ora dormivano. Lo zio l’accarezzava, gli dava un bacio sul muso e l’attaccava al biroccio.
Nerina aspettava che lo zio salisse, si sistemasse e d’inverno si avvolgesse in un ampio tabarro nero, e quindi si avviva, passava un sottopasso e s’immetteva sulla strada provinciale.
Solo dopo un chilometro, lontano dalle abitazioni, iniziava a galoppare. Manteneva l’andatura per un certo tempo, quindi andava al passo, poi riprendeva il galoppo sino ai Magazzini Generali, mentre lo zio continuava a dormire.
Nerina si metteva dietro altri carri arrivati prima. Allora lo zio apriva gli occhi e rispondeva al saluto di altri fruttivendoli già presenti o in arrivo, estraeva un vecchio orologio dal taschino del panciotto, controllava l’ora, si riavvolgeva nel tabarro. Dopo aver ripetuto alla cavallina: “Brava, Nerina, brava…”, riprendeva a sonnecchiare sino al momento dell’apertura dei cancelli.
In estate, di norma, scendeva a fare quattro chiacchiere con gli altri fruttivendoli. Ve n’era uno con cui al ritorno faceva un po’ di percorso assieme sino al bivio, poi ciascuno prendeva la sua strada.
Prima, però, facevano a tempo a condividere due fermate e a “dire qualche giaculatoria presso due chiesette”, che aprivano prestissimo il mattino e chiudevano tardi la notte. Così erano da loro chiamate le osterie, “chiesette” dove bere un “graspìn”. Il rito era d’obbligo, la giornata non poteva procedere senza il liquido tonificante.
La strada si biforcava ed ogni cavallo riprendeva la sua.

Nerina si fermava altre due volte presso altre due “chiesette”. Lo zio faceva il pieno, saliva sul biroccio e si riaddormentava.
Nerina riportava calesse, merce e padrone a casa con i soliti ritmi, al passo, al galoppo, al passo, quindi svoltava a sinistra, entrava nel sotto¬passo per fermarsi in corte. I bambini uscivano allora dalle case per andare a scuola e salutavano Nerina. Tutti in paese la conosce¬vano e la salutavano
Quando Nerina s’infilava nel sottopasso, si udivano delle voci femminili venire dalla bottega, già aperta. Le tre figlie si precipitavano nel cortile. Una, la più robusta, pronta da marito, aiutava lo zio a scendere e spesso l’accompagnava barcollando in casa. Poi usciva ad aiutare le sorelle a scaricare e a sistemare le cassette, mentre la zia si prendeva cura del marito, d’inverso vicino al fuoco, che aveva attizzato qualche attimo prima, e d’estate sedendolo vicino alla porta a prendere aria.
Tutto avveniva secondo il rituale da anni fossilizzato e ripetuto dalle quattro donne con meticolosa scrupolosità, perché quando l’uomo si riprendeva, osservava se ogni cosa era stata fatta come “Dio comanda, ma non come vogliono le donne”.
Loro eseguivano, si rammaricavano e tra loro brontolavano, ma si prendevano cura di lui, che con quelle levatacce e anche con quelle bevute dava loro un certo decoro e agio economico. In paese erano considerate un buon partito.
Le prime due avevano già il moroso prima della guerra. Piangevano e sospiravano per le lettere che dal fronte tardavano ad arrivare. Terminata la guerra, entrambe entro l’anno e mezzo erano già maritate. Solo la terza doveva aspettare qualche anno in più. Il moroso se lo trovava in una serata danzante sull’aia delle scuole elementari, tra tanti pretendenti, nel 1947. Era la più carina delle tre, e la preferita dello zio.

Dopo la guerra, Franco ha passato più di un’estate nella casa dello zio, con varie e diverse motivazioni. Lo zio non aveva figli maschi, e un bambino che girava per casa, figlio di suo fratello, lo rinfrancava dall’eccessiva presenza femminile.

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LA PERCEZIONE DEL CORPO (IV^ Parte) – Gilberto Gobbi

LA PERCEZIONE DEL CORPO (IV^ Parte) – Gilberto Gobbi
(Appunti delle lezioni di psicologia dinamica presso la scuola per infermieri professionale di Verona e presso la scuola triennale di Psicomotricità di Verona).

LA PERCEZIONE SOGGETTIVA DEL CORPO
Il corpo si percepisce, in particolare, quando si sta male, perché la malattia si pone come minaccia del legame fra l’individuo e il suo corpo. Questo legame è antico e sta alla base di ogni ulteriore esperienza relazionale. La percezione del corpo procede in modo empirico secondo una prassi d’obbligo legata sia alla maturazione neurologica, sia alla storia delle prime sensazioni cenestesiche come modalità primarie di percezione interiore degli oggetti interni.
Il residuo della sopravvivenza del narcisismo infantile costituisce il nucleo della vita immaginaria dell’uomo attraverso la quale il corpo diviene l’immagine di sé, la rappresentazione di sé, l’oggetto d’amore. La malattia rompe il legame segreto con il corpo, rompe questo rapporto d’amore e lo trasforma in rapporto di opposizione e di antagonismo.
L’alleanza psiche-corpo si forma durante i primi anni di vita, durante la fase del “narcisismo primario”, come Freud definisce la prevalente attenzione a sé. All’inizio di questa fase vi è una prevalenza della istintività biologica che si osserva nei ritmi del sonno, della veglia, della fame. A partire da questa valenza biologica si va organizzando l’attività psichica.
Solo nell’età adulta vi è la chiara sensazione di dominare il proprio corpo, attraverso l’intelligenza, la volontà, la coscienza, cioè si osserva il prevalere dell’attività psichica su quella biologica. Ne viene che, quando la malattia intacca le basi biologiche su cui la vita psichica si va articolando, l’antica alleanza viene meno.
In quell’alleanza corpo-psiche è contenuto un equilibrio, un modo di vivere la vita, un modo di sentirsi nel mondo, un modo di essere Io. Non a caso uno dei sentimenti più frequenti che si riscontrano nei malati è la malinconia. Ma la malinconia è il sentimento dell’innamorato deluso, dell’innamorato che ha perso il proprio oggetto d’amore, quell’immagine “bella” e armonica su cui poggiava la sua sicurezza. Quando l’armonia si rompe è la sfiducia nel proprio corpo, alternativamente a quella nelle proprie capacità di vivere, che si infrange. Sopra questa perdita si articola, spesso, un su e giù di fasi depressive e di euforia.

LE ESPRESSIONI DEL CORPO
Si va facendo strada la convinzione che il sapere intorno al proprio corpo, alle sue modalità di espressione e alle sue capacità di entrare in relazione con la realtà in cui è inserito, permetta anche di conoscere come ci mettiamo in relazione con i nostri simili.
Ciò diventa tanto più chiaro se ci rivolgiamo alla nostra espressività del corpo, in quanto:
– il corpo esprime ciò che io sono, rivela me, rappresenta me, funge per me in tutti i vari modi in cui posso esprimermi ed essere;
– il corpo mi dà anche un “senso di avere”, cioè come mia apparte¬nenza: io ho un corpo. Ma non è un “avere” di cui posso disporre a mio arbitrio: appena mi riferisco al corpo perdo gradi di libertà, per¬ché il mio corpo mi preclude, mi impedisce. Quindi avverto che il mio corpo mi appartiene (specie quando mi sento costretto a fare qual¬cosa per lui) e lo sento estraneo e distante (come nel caso di una malattia fisica);
– il corpo è un organo di comunicazione, in quanto per definizione esso si muove, si atteggia, si esprime, si manifesta, si mette in rela¬zione: è cioè la rappresentazione dell’uomo che è nel mondo. Il corpo si muove nello spazio, abita lo spazio e nello spazio si mette in rela¬zione con le cose, le quali sono immerse passivamente nello spazio;
– il corpo è un organo operativo: è parte dei miei progetti di trasforma¬zione della realtà, diventa strumento di lavoro. Il corpo proprio è l’unica cosa che il mio Io può muovere liberamente e spontanea¬mente;
– il corpo è un organo senziente: io posso percepire una mano me¬diante l’altra, un orecchio mediante la mano, ecc.; in questi casi al¬ternativamente l’organo funge come oggetto e l’oggetto come or¬gano. La sua percezione è incompleta in quanto non riesco mai ad osservarlo distaccato dallo sfondo e nemmeno posso utilizzare a piacimento i sensi nello sforzo percettivo come invece posso per gli altri oggetti.
In questo tipo di relazioni con il corpo si vanno costituendo delle mo¬dalità di rapporto, che verranno utilizzate anche nell’articolazione dei rapporti con gli altri e con la realtà esterna in generale.

AVERE COSCIENZA DEL PROPRIO CORPO
Il rapporto fra la percezione del mio essere come soggetto e la percezione del mio corpo non è in pratica separabile, anche se per questioni di chiarezza didattica si pone l’attenzione ora più su un termine e ora più sull’altro. Si vuole ora fare il percorso attraverso il quale si riesce a raggiungere la coscienza del proprio corpo.
Per coscienza corporea si intende il risultato di apprendimento a partire da quando il bambino impara a percepire e a concettualizzare esattamente i suoi bisogni corporei, a soddisfarli in modo adeguato (indipendentemente dalla nutrice e dalle proprie fantasie inconsce), per contatto diretto e stabile con la propria fonte di esperienza di base, cioè con il proprio corpo.
Secondo Spitz, l’organizzazione della coscienza corporea evolve a partire da due sistemi: cenestesico e diacritico.
1) Alla nascita predominano le sensazioni del sistema cenestesico di tipo estensivo, diffuso e per lo più viscerale: effettore è il sistema muscolare liscio, mentre l’organizzazione nervosa interessa prevalentemente il sistema simpatico e parasimpatico.
2) In seguito si vanno organizzando anche le sensazioni del sistema diacritico di tipo intensivo, che interessano gli organi sensoriali: effettore è la muscolatura striata, mentre l’organizzazione nervosa è subordinato al sistema nervoso centrale. Si passa da una situazione caratterizzata da confusione e netta incapacità, anche neurologica, di cogliere differenze fra interno ed esterno, ad una organizzazione diacritica, di separazione fra mie sensazioni interne e quelle provocate dall’ambiente esterno.
La storia della “costruzione” del corpo, così come ce la rappresentiamo attraverso le sensazioni, è una storia a due: fra una parte di me che sento e un oggetto esterno che me lo fa sentire. La struttura di questa storia, specialmente nei primissimi mesi di vita, è sottocorticale, uguale per tutti perché segue la legge dei bisogni fisiologici del bambino, che sono geneticamente prestabiliti (es.: mangiare, dormire, evacuare). Sono diverse e individuali, invece, le sensazioni, le fantasie e i contenuti che provengono da questa relazione perché legati alla contingenza delle caratteristiche ambientali e alla successiva corticalizzazione.
La coscienza del corpo si va costituendo attraverso modalità di relazioni privilegiate, di volta in volta, con zone del corpo:
1) la zona orale,
2) la zona anale,
3) la zona genitale.
Va chiarito che le tre tappe indicate hanno un duplice significato per il presente discorso: uno neurologico, rivolto alla percezione del corpo attraverso la successiva maturazione delle varie parti; il secondo psicologico, rivolto ai legami affettivi e relazionali fra le parti del proprio corpo (percorso di identificazione).
Il neonato è particolarmente sensibile alle stimolazioni propriocettive, mentre lo è scarsamente per quelle esterne. Tuttavia si va instaurando subito, anche se lentamente, un rapporto fra interno-esterno, che pur nella indifferenziazione e nella confusione farà emergere de legami particolarmente significativi soprattutto per l’organizzazione del S.N.C.
I – La percezione nella fase orale – La storia del corpo comincia dalla bocca, che è la prima parte che entra, con qualche significato, in relazione con l’altro. Nello spazio orale avviene l’incontro più intimo e profondo tra il bambino e la madre attraverso l’alimentazione al seno come soddisfazione dell’istinto. Durante la poppata la soddisfazione si esprime attraverso un comprendersi reciprocamente, in cui il bambino prende la madre-seno con la bocca e nello stesso tempo la madre prende il bambino fra le braccia (comunicazione tonico-emozionale).
Attraverso la suzione del cibo si costituisce una diade, entro cui si instaurano i primi rapporti reciproci fra i due componenti. Alla base dell’assunzione del cibo c’è anche un’esperienza interpersonale ricca di implicazioni affettive ed emotive (interscambio affettivo ed emozionale).
Il rapporto semplice e primordiale, tra il disagio della fame e il piacere derivante dalla sua soddisfazione, diviene invece estremamente complesso attraverso le modificazioni operate dalle esperienze transizionali del rapporto nutrito-nutritore. Si tratta del Comunicazione tonico-emozionale ricca di implicazioni affettive ed emotive (soddisfazione/piacere/rilassamento o insoddisfazione/tensione/disagio)
Attraverso la soddisfazione dei segnali di fame il bambino impara a riconoscere e differenziare i suoi stimoli fisiologici, giungendo a discernere il significato ed a comprendere i comportamenti adatti per soddisfarli. Per questa via il bambino giungerà ad una iniziale coscienza della propria identità corporea.
Occorre anche sottolineare che ogni informazione di base (fame, freddo, sete) per divenire una percezione od una concettualizzazione individuale, deve essere confermata e legittimata nel rapporto interpersonale, soprattutto con le figure adulte come la madre, che sono la fonte di soddisfazione. La conferma nella prima infanzia avviene attraverso la soddisfazione del bisogno. Cioè il bisogno diviene un segnale emesso dal bambino che richiede soddisfazione e conferma la sua validità attraverso la soddisfazione del bisogno medesimo. Si può anticipare che la mancata soddisfazione del bisogno disturba la stessa capacità di cogliere gli stimoli corporei da parte del bambino.
La modalità di relazione bambino-nutrice costituisce uno schema, sul quale si collocherà qualsiasi altra comprensione. Le prime esperienze sensoriali, cioè, si costituiscono a partire dai dati percettivi rudimentali: gustativi, olfattivi, tattili, termici, di tipo cenestesico e si concentrano, in questa fase, intorno alla bocca.
Già con le sensazioni cenestesiche, che accompagnano l’instaurarsi di stati di tensione intensa e magari penosa (come la fame) e il suo placarsi con soddisfazione (nell’incontro con il cibo-seno), si è di fronte a un Io-fisiologico inteso come elementare coscienza di esistere. Questo primitivo “Io” utilizza e consolida alcuni modi di relazione istintiva che, riassumendosi nell’approccio generale della incorporazione, abbozzano ulteriori e più complessi rapporti. Dalla percezione dei bisogni fisiologici alla formazione di compotamenti normali e patologici.
La manifestazione obiettiva di questo stato di cose può essere rilevata dall’osservazione diretta del neonato allorché reagisce con il pianto e la eccitazione diffusa allo stato di dispiacere derivante da fame e sete. Il neonato, infatti, in tali circostanze, dopo un po’ di tempo di permanenza della frustrazione, arriva facilmente ad una espressività globale esasperata, che si traduce in una “burrasca vegetativa”. L’aspetto più appariscente di tale “burrasca” è lo stato dispnoico accompagnato da subcianosi o cianosi, che trova la sua origine in una coartazione del sistema respiratorio.
Si deve ritenere che tale condizione di impotenza motoria, dovuta nel bambino alla incapacità di disporre della modalità di fronte al pericolo, sia sotto forma di attacco che di fuga, lasci sedimenti notevoli nella psiche umana. Una delle rappresentazioni oniriche, infatti, più diffuse dell’angoscia è appunto espressa dalla situazione, in cui l’individuo si sente rincorso e soverchiato da rappresentazioni di pericolo incombente e volendo correre per sottrarsi al pericolo con la fuga si sente, invece, paralizzato. Come se il soggetto fosse ritornato ad una condizione neonatale e non disponesse più della sua mobilità volontaria.
La psicologia freudiana postula alla base del comportamento umano spinte dinamiche sotto forma di pulsioni istintive. La nozione di istinti si collega così alla nozione di Inconscio, nel senso che alle prime pulsioni istintive si collegherebbero motivazioni di comportamento che si sottraggono in gran parte alla coscienza del soggetto. Così anche i riflessi che nascono da eccitazioni provenienti dall’esterno trovano il loro significato se sono collegati in relazione alle tensioni istintive. Per esempio, il riflesso di orientamento bucco-linguale (detto anche dei punti cardinali, consistente nel fatto per cui la stimolazione cutanea periorale determina uno spostamento del capo e della bocca verso il punto stimolato) o anche l’altro descritto da Spitz come riflesso di orientamento (consistente nel fatto che quando, all’ottavo giorno il neonato, in braccio in una posizione orizzontale, gira la testa verso il petto della persona che lo tiene in braccio sia esso uomo o donna), trovano la loro conferma nell’istinto della fame. In effetti si è osservato che tali stimolazioni sono tanto più percepite quanto più sono vicine all’ora dei pasti.
Pertanto, i dati percettivi e motori diventano operanti solo in quanto trovano nella tensione istintiva una vera e propria istanza di confronto. Proprio in questa capacità si può trovare una prima espressione dell’Io di servirsi del controllo degli apparati percettivo-motori per scopi di selezione, di sintesi e di scarico rivolti all’autoconservazione. L’osservazione diretta del bambino conferma che l’attività istintiva si configura primariamente come fattore condizionante tutta l’attività percettiva e motoria. E’ così che Freud fonda l’origine dell’Io a partire dall’istinto.
Le esperienze di piacere e di dispiacere si collegano direttamente all’economia delle vicissitudini dell’istinto, che costituiscono fin dall’inizio la base fondamentale dello sviluppo delle funzioni dell’Io.
Si può osservare con degli esempi come le esperienze di piacere e dispiacere possono condizionare lo sviluppo della motricità e dello stato di vigilanza. E’ stato rilevato un fatto biologico molto speri-mentato: la ipertonia è in relazione a uno stato di dispiacere. Il contatto fisico diretto del bambino con la madre determina una diminuzione del tono. In modo particolare durante la poppata il bambino, nei primi mesi, tende a portare gli arti inferiori, abitualmente in stato di flessione e di ipertono, in una posizione di estensione, di rilassamento con una marcata diminuzione del tono muscolare. L’esperienza del piacere diminuisce, cioè, l’ipertonia.
L’instaurarsi dell’attività muscolare volontaria, collegata all’assunzione della posizione seduta, della prensione, della deambulazione, ecc., non diventa possibile se non dopo che il tono del neo¬nato e in particolare la ipertonia degli arti siano completamente scomparsi.
Lo stato di vigilanza in alternativa allo stato di sonno è alla base delle vicende di appagamento e di frustrazione. Infatti, il piacere le¬gato all’appagamento induce nel neonato il sonno, mentre il risveglio sembra inizialmente da collegarsi ad una condizione di carenza. L’esperienza di piacere ha un ruolo di inibizione sullo stato di vigilanza, mentre l’esperienza di dispiacere ha un ruolo di attivazione.
Come si può osservare, l’esperienza di piacere e dispiacere sullo stato di vigilanza e sonno è esattamente il contrario di quello esercitato sulla motilità. Da quanto si può osservare in tal modo le funzioni antitetiche, prodotte dall’esperienza di piacere e dispiacere, pongono all’Io il compito di strutturare e di sintetizzare opposte sollecitazioni attraverso l’integrazione di impulsi attivi, libidici e aggressivi.
E poiché lo stato di vigilanza, prodotto dalla frustrazione, è la condizione, che permette all’Io di impossessarsi degli stimoli provenienti dall’esterno e di sviluppare allora anche condotte motorie esplorative, l’esperienza del dispiacere sembra soprattutto sostenere, nello sviluppo precoce dell’Io, la spinta verso la realtà esterna (dire¬zione alloplastica), mentre l’esperienza di piacere sembra soprattutto destinata a mantenere l’organismo e l’apparato psichico nelle condizioni emostatiche ottimali di base, collegate allo sviluppo nel senso del narcisismo primario (direzione autoplastica).
C’è da chiedersi come queste intenzionalità primarie potrebbero assumere un significato intenzionalità affettiva se non fossero convalidate da contenuti percettivi adeguati alle richieste dell’istinto.
Secondo Erikson la modalità incorporativa tipica della zona orale è da estendersi anche alle altre parti del corpo e ne distingue due momenti.
1 – Momento orale recettivo: in senso lato comprende la zona orale e respiratoria in quanto non solo la bocca, ma tutta la superficie cutanea e tutti gli organi di senso partecipano alla modalità recettiva e sono desiderosi di ricevere stimolazioni piacevoli. Ma in questo periodo la bocca serve per una gamma di approcci che non si esauriscono nel ricevere e nell’assorbire, ma serve anche per mordere, per trattenere, per espellere (ad esempio sputando). La fase orale o incorporativa assume così un significato sociale che sta nel saper ricevere e accettare ciò che è donato (maturazione del sentimento di gratitudine).
2- Momento incorporativo-morsicante: benché presente già nel primo, raggiunge la sua manifestazione più completa in rapporto alla dentizione e con la componente sadico-orale. La captività si estende, in relazione alla posizione seduta che il bambino rag¬giunge verso il sesto mese alla manualità, agli occhi e all’udito.
Il prendere e trattenere le cose con la bocca, ma anche con le mani, con gli occhi e con l’udito arricchisce le percezioni e, trattenendole, le approfondisce.
Il culmine della fase orale morsicante si ha con lo svezzamento e con l’inizio della separazione progressiva dalla madre.
Nello stesso periodo il dolorosissimo spuntare dei denti, proprio nello spazio privilegiato per l’esperienza del piacere, fa sì che il bambino viva la situazione con particolare drammaticità: il bene e il male, il piacere e il dolore entrano nel suo mondo.

II – La percezione nella fase anale – La seconda modalità di incontro originario con il proprio corpo fa riferimento alla zona anale, a cavallo del secondo anno di vita. Le funzioni evacuatorie si incontrano con l’educazione al controllo degli sfinteri. Dunque, le vicende interne del bambino si collegano alle va¬lutazioni di disapprovazione o approvazione da parte della madre. In modo più completo Erikson osserva che in tale fase si assiste ad una maturazione globale dell’apparato muscolare. Nelle funzioni del trattenere e del gettare gli oggetti, oltre che del trattenere o espellere le feci o le urine, si può chiamare questa fase: anale-uretrale-musco¬lare.
In questo periodo il bambino acquisisce la sicurezza del proprio corpo attraverso il controllo delle funzioni biologiche. Il piacere e il dolore vengono percepiti non più come accadimenti provenienti da non si sa che cosa, perché il bambino ha esplorato condotte precise che lo conducono verso oggetti che possono procurare piacere. Si è visto in prece¬denza, a proposito della genesi dei rapporti oggettuali, come questi possono fondare solo in presenza di un apparato anche elementare dell’Io. La funzione stabilita da Freud all’Io è di determinare il controllo sulle funzioni istintive contenute nell’Es. Tale controllo permette la reintegrazione delle soddisfazioni istintive attraverso comportamenti adeguati alla realtà. A tale controllo contribuisce in maniera determinante la maturazione neurobiologica.
Mentre nel primo anno di vita la difesa dagli stimoli di dispiacere è situata in una confusione tra reazioni istintive e immaturità motoria, nel secondo anno di vita l’acquisto di prassie più abili della mano e la possibilità di deambulare nello spazio permettono al bambino una di¬fesa attiva.
Si è osservato che solo alla fine del primo anno di vita il bambino re¬spinge con la mano gli oggetti percepiti come aggressori o comunque spiacevoli, esprimendo così una chiara reazione di difesa. Verso i 18 mesi il bambino riesce a gettare l’oggetto antagonista. Il gettare si integra sempre più nelle condotte aggressive del bambino contro l’oggetto nemico, diventando sempre più perfezionato sotto forma di lancio di proiettile nel periodo che va dai 3 ai 5 anni.
Perché il bambino possa effettivamente arrivare in modo autonomo a controllare progressivamente le tensioni penose attraverso lo scarico motorio, deve disporre del controllo della muscolatura striata che presiede alla attività volontaria, e di fatto che tale controllo possa essere attuato solo dopo che le primitive attività riflesse di tipo arcaico e sotto¬corticale siano scomparse (come avviene per le sequele di sviluppo della locomozione e della prensione). Ciò sembra confermare l’assunto della iniziale immaturità del sistema motorio sottoposto alla volontà, rispetto a una relativa maturità delle strutture sottocorticali e del sistema cenestesico. Le modalità ritentiva ed eliminativa divengono secondarie. Quando tale fase è superata positivamente si produ¬cono i sentimenti di sicurezza e fierezza; in caso contrario derivano i sentimenti di dubbio e di vergogna.

III – La percezione nella fase fallica – Questa fase (età intorno ai 3-5 anni) è caratterizzata dalle modalità di possesso e di incontro con la madre o con il padre, nota con il nome di situazione edipica.
Sotto l’incalzare di esigenze istintive più complesse, il bambino elabora fantasie di procreazione ed intuisce vagamente i rapporti affettivi e sessuali fra i genitori. Emerge un costante desiderio di identificazione con gli adulti con tinte altamente aggressive. Molti giochi “proibiti” dei bambini sono da intendere come imitazione ludica degli adulti e sono accompagnati spesso da riso.
Il modo di relazione intrusivo diviene dominante rispetto ai modi incorporativo, eliminativo e ritentivo, che hanno un ruolo ausiliario. Tale modalità intrusiva è riconoscibile negli attacchi fisici al corpo degli altri, nell’appropriarsi dello spazio attraverso movimenti bruschi, nell’ingresso nella quiete altrui attraverso grida, nelle cose sconosciute attraverso la curiosità.
Il corpo diviene uno strumento per la realizzazione dei propri desideri e dei propri progetti.

LA DIALETTICA PSICO-FISICA
Oltre alle differenze sensoriali che provengono dall’ambiente esterno, un posto preminente nella esperienza primitiva del bambino viene occupato dalle afferenze che provengono dall’ambiente interno.
Il neonato sembra pressoché isolato dalle stimolazioni provenienti dal mondo esterno da un’alta soglia di eccitabilità che costituisce una specie di barriera difensiva contro gli stimoli, mentre è particolarmente permeabile alle stimolazioni propriocettive cenestesiche: con¬dizione che costituisce il modello fisiologico di quello che si è chiamato il narcisismo primario verso il proprio corpo.
Se da una parte la maturazione del sistema nervoso avviene come spinta interna dello sviluppo, dall’altra va sottolineato che anche tale maturazione è fatta di esperienze esterne. L’attività del bambino nel primo anno di vita è essenzialmente sottocorticale. Il passaggio alla corticalità è anche un fatto di esperienza e non solo di maturazione neurologica.
Allo scopo di mettere in risalto questa condizione Spitz ha proposto una divisione funzionale del sistema nervoso in sistema cenestesico e sistema diacritico.
Il sistema cenestesico è sottocorticale e più precisamente localizzato nella regione pallido-striata, nel talamo e nell’ipotalamo; la sua maturazione precede nel tempo quella del sistema diacritico. Il sistema cenestesico è essenzialmente viscero e propriocettive, registra sensazioni vaste e diffuse, governa i muscoli lisci, i muscoli posturali e i muscoli della mimica e presiede, inoltre, alle emozioni viscerali e alle attitudini motorie e mimiche involontarie.
Il sistema diacritico, invece, presiede all’attività volontaria e al pensiero cosciente ricevendo le afferenze agli organi di senso: è cioè eterocettivo e anziché sensazioni diffuse elabora sensazioni localizzate, circoscritte, intense. Esso elabora la percezione diacritica in cui entrano in gioco i recettori a distanza, dei quali la vista è la più importante e rende disponibili le immagini visive.
Secondo la prospettiva di Spitz, nel neonato la zona orale diviene il punto primario di incontro tra le funzioni cenestesiche e le funzioni diacritiche. L’attività orale è da intendersi, pertanto, non solo con funzione di scaricare le interne tensioni penose (collegate alla fame e alla sete e alla soddisfazione dominante della tensione istintiva), ma anche come l’inizio di un orientamento sensoriale e l’abbozzo di una attività conoscitiva. L’incontro della zona orale con il seno costituisce l’esperienza di base nella quale gli accadimenti interni (collegati al dispiacere-piacere e percepiti dal bambino tramite il sistema cenestesico), si integrano con dati percettivi complessi.
La coscienza della corporeità si costruisce a partire dalla bocca attraverso quello che presentato in precedenza. Nell’ambito dell’impotenza motoria del neonato l’apparato muscolare di suzione è l’unico apparato motorio che sembra sufficientemente maturo alla nascita, nel senso che possiede la condizione ottimale del tono, che permette una funzione adeguata di rapporto con il mondo esterno e cioè il seno.
L’apparato muscolare, che presiede al sostenimento del capo e l’apparato della prensione, si organizzano primitivamente attorno all’epicentro orale nelle condotte di approccio al seno. Così anche le prime iniziative motorie della mano che tendono ad accarezzare il seno tendono a costruire le prime esperienze di possesso e di controllo dell’oggetto orale. Va osservato anche che il bimbo durante la poppata tiene gli occhi intenti al volto della madre, per cui la prima esperienza percettiva visiva si trova ad essere intensamente mescolata all’attività orale.
Durante la suzione, in un organo unico quale è la cavità orale, vengono riunite anche percezioni tattili, gustative, olfattive, termodolorifiche e cenestesiche profonde, per cui la bocca si presta a fare da ponte tra la percezione interiore e la percezione esteriore, in una mescolanza di recezione passiva e di percezione attiva: dapprima in una indifferenziazione cenestesica e poi in una più precisa differenziazione diacritica. Lo sviluppo psicomotorio del bambino segue la nota legge cefalo-caudale, per cui la maturazione progredisce dalla testa verso la estremità caudale per il tronco, e dalla parte prossimale alla parte distale per gli arti.
La grande conquista dei primi passi indipendenti, salutata con giubilo dai genitori, segna, oltre alla maturazione motoria, un punto importante di incontro e di integrazione del sistema cenestesico con il sistema diacritico. Si attua così la fine di impotenza motoria del bambino di fronte al mondo. Infatti si può osservare come nel corso del secondo anno di vita il bambino vada elaborando importanti prassie, che lo metteranno sempre più a contatto con gli oggetti del mondo circostante.
Il bambino “esce” dal corpo e utilizzerà sempre di più il proprio corpo come strumento e come oggetto. Il corpo è il primo oggetto che il bambino sperimenta.
Ma l’utilizzo del corpo come strumento presuppone una elaborazione intenzionale, un progetto, la capacità di stabilire rapporti, cioè, presuppone un’attività psichica.

ORIENTAMENTI BIBLIOGRAFICI
Erickson E., Infanzia e società, Armando, Roma 1973.
Freud A. L’Io e i meccanismi di difesa, Martinelli, Firenze 1961.
Freud. S., Opere, Torino.
Klein M., La psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze 1969.
Klein M., Il nostro mondo adulto, Martinelli, Firenze 1972.
Spitz R.A. (1957) Il non e il sì. Saggio sulla genesi della comunicazione, Armando, Roma 1970.
– (1958) Il primo anno di vita del bambino, Giunti-Barbera, Firernze 1972.
Winnicott D.W., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1974.
Winnicott D.W., Dalla psichiatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze 1975.
Winnicott D.W., Gioco e realtà, Armando, Roma 1974.

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LA PERCEZIONE DEL CORPO (III^ parte) – Gilberto Gobbi

LA PERCEZIONE DEL CORPO (III^ parte) – Gilberto Gobbi
(Appunti delle lezioni di psicologia dinamica presso la scuola per infermieri professionale di Verona e presso la scuola triennale di Psicomotricità di Verona)
L’origine dei rapporti oggettuali

Diviene importante, nell’indagine sulla costruzione dei meccanismi percettivi di relazione, studiare in che modo questi stessi si vadano costruendo. Per fare questo è necessario intendere il corpo come campo nel cui interno si organizzano le prime forme di relazione.
I primi oggetti, con i quali l’Io entra in relazione, sono le parti del proprio corpo. Il costituirsi delle relazioni oggettuali va di pari passo alla formazione dell’Io e alle sue funzioni tra cui, appunto, la percezione. Infatti, la percezione è possibile solo quando vi sia un soggetto in grado di percepire l’oggetto.
Secondo la “teoria degli istinti” “oggetto diventa il mezzo che per¬mette all’istinto di raggiungere i suoi fini”. Quindi in rapporto all’istinto l’oggetto è il fattore più variabile. Ad esempio, la fame si lega a tutti quegli oggetti che sono in grado di permettere l’appagamento come il seno, il succhiotto, l’acqua, il miele, ecc.
L’oggetto non è necessariamente esterno; può anche far parte del corpo stesso: ad esempio l’epidermide, che è una superficie capace di ricevere stimoli piacevoli, o il dito da succhiare sono in grado di appagare (in forma illusoria e per un determinato tempo) anche l’istinto della fame.
Gli istinti sono energia biologica messa a disposizione per l’evoluzione e la crescita del corpo. La strada che gli istinti trovano per ottenere soddisfazione, costituisce le prime forme dei rapporti oggettuali.
L’analisi della formazione delle relazioni oggettuali viene presentata attraverso il contributo di tre grandi psicologi: R. Spitz, M. Klein, D.W. Winnicott.

I – Il contributo di R. Spitz – Spitz ritiene che il soggetto (in questo caso il neonato) venga al mondo in uno stato di incapacità a differenziare e cioè in uno stato di indifferenziazione fra dentro e fuori. Le prime modalità percettive si costruiscono sulla base dei rapporti con l’oggetto primario che è il corpo. Secondo Spitz questo processo costitutivo si svolge attraverso tre stadi.
1 – Stadio preoggettuale – In questo stadio il bambino si trova nel cosiddetto periodo di indifferenziazione fra dentro e fuori durante il quale, ad esempio, “percepisce il seno che lo nutre come parte del suo corpo”.
2 – Stadio dell’oggetto precursore – Spitz osserva che nel terzo mese di vita il bambino presenta una risposta del tutto particolare e specifica: all’apparire del volto umano risponde con un sorriso, sempre che il volto gli sia presentato in movimento e in modo che ambedue gli oc¬chi siano visibili. La risposta del sorriso viene prodotta non solo con la presentazione del volto della madre, ma anche con la presentazione del volto di qualsiasi persona, che gli si presenti in movimento e di fronte. Infatti la presentazione del volto umano di profilo è percepita dal bambino “come volto” solo per certe persone.
Per questi fatti Spitz interpreta la risposta “sorriso” come la risposta ad una semplice forma “segnale” privilegiata. La forma del volto è rimasta intimamente associata alle esperienze di piacere derivanti dal rapporto con il seno, in uno schema di riflesso condizionato del tipo stimolo-risposta. Al terzo mese il bambino riesce a differenziare una forma “segnale” da tutti gli altri segnali. Con la risposta “sorriso” il bambino arriva ad isolare da un caos di stimolazioni senza significato un singolo elemento formale desti¬nato a diventare sempre più significativo. Ciò induce Spitz a far coincidere con il terzo mese di vita l’inizio di una primitiva attività dell’Io inteso, nella sua espressione primaria, come passaggio dalla passività alla attività e come inizio di una organizzazione di azioni intenzionali, che prendono il posto delle scariche disordinate di eccitazione diffusa. Il costituirsi di costellazioni sempre più complesse intenzionali, condurrà allo sviluppo dei diversi sistemi dell’Io.
3 – Stadio dell’oggetto propriamente detto – Intorno all’ottavo mese Spitz osserva che il bambino non risponde più con il sorriso in modo indiscriminato ad ogni volto umano che gli si presenta, ma distingue il volto amico da quello estraneo. Reagisce al volto estraneo con atteggiamenti attivi di rifiuto e alla mancanza del volto conosciuto con manifestazioni di angoscia e di pianto. Si osserva, cioè, che il bambino reagisce allo sconosciuto come ad un nemico anche se in realtà lo sconosciuto non si è mai comportato come tale. Questa capacità del bambino a differenziare il volto dell’estraneo dal volto della madre attua un successivo passaggio che è quello le¬gato alle manifestazioni espressive che la madre ha imparato a conoscere (i vari versi del bambino, le espressioni di richiamo in assenza del volto buono). Tali reazioni di richiamo diventano le prime forme di comunicazione che condurranno il bambino verso segnali semantici veri e propri. A questo stadio il bambino ha ormai focalizzato l’oggetto che gli permette di raggiungere i propri fini istintuali. Il primo oggetto di relazione è appunto la madre e quindi su essa si fondono le prime relazioni oggettuali. La relazione di angoscia all’ottavo mese sta a significare che nel bambino si sono stabiliti dei ricordi ben precisi e quindi questi ricordi hanno raggiunto un certo grado di astrazione come segno di capacità di riconoscimento.

II – Il contributo di M. Klein – La posizione di Spitz parte dalle osservazioni compiute sul comportamento del bambino. La sua teoria si basa soprattutto sulla indifferenziazione dello stato iniziale del bambino e sulle successive differenziazioni. E’ interessante confrontare tale posizione con le osservazioni di M. Klein, che parte dai vissuti del bambino, cioè dall’interno del bambino, presupponendo, diversamente da Spitz, l’esistenza di un “Io corporeo” capace di avere delle sensazioni primarie. La diversità fra i due autori si può ravvisare nell’impostazione più marcatamente neurologica (sistema cenestesico e sistema diacritico) di Spitz, e in quella più psicodinamica della Klein. La Klein sostiene che le prime esperienze del neonato, per quella condizione di immaturità funzionale di una parte del suo sistema nervoso, possono essere concepite come prevalentemente appoggiate a sensazioni interocettive e propriocettive e alla funzione di nutrizione che si esplicita attraverso i comportamenti di incorporazione e di espulsione. Questi sono da intendere come i primi accadimenti somatici sopra i quali si vanno costruendo le prime vicende psichiche relative all’esperienza di piacere e di dispiacere.
Da tutto ciò viene, secondo la Klein, una prevalente organizzazione del mondo interno (costituito dalle sensazioni propriocettive e interocettive), rispetto alla organizzazione dei rapporti con il mondo esterno. Perciò le primitive percezioni degli oggetti troverebbero fondamento non tanto nella realtà esterna, quanto invece nelle sensazioni interne. Il proprio corpo è il primo e unico oggetto che il bambino speri¬menta per molti successivi rapporti con il mondo esterno. Ad esempio, il primo oggetto di relazione è il seno, ma a questa primitiva esperienza partecipano anche afferenze di equilibrio, di temperatura, epidermiche, percettive. Si può affermare che la percezione visiva del volto della madre, che il bambino guarda intensamente durante la poppata, si costruisca sopra uno sforzo di sensazioni orali. La Klein ritiene che gli stimoli percettivi provenienti dall’esterno non siano di per sé i soli fondamenti degli oggetti esterni. L’ipotesi dell’esistenza nel neonato di esperienze originarie di appartenenza, guidate dal principio del piacere, spiega che la risposta del sorriso al volto della madre andrebbe al di là della percezione di un segnale esterno. La percezione del volto della madre, legata per esperienza al vissuto di piacere durante la poppata, costituisce più la presentificazione dell’esperienza del piacere legata all’oggetto buono che la rappresentazione del volto come oggetto esterno. La presenza del volto umano presentifica, quindi, l’oggetto buono generato dalla soddisfazione, così come l’assenza della figura umana espone il lattante alla possibilità di vivere la presentificazione dell’oggetto cattivo, generato dall’esperienza interna primitiva del dispiacere.
La Klein è convinta che l’attività percettiva sia in sé e per sé insufficiente a far vivere gli oggetti e che, quindi, è il mondo dei desideri a indurre primitivamente il bambino ad appropriarsi o ad alienarsi gli stimoli. Gli schemi, pertanto, di appartenenza-piacere e di estraneità-dispiacere sono alla base dell’attività percettiva.
Il desiderio, fondato sull’istinto, di essere riempito dalla poppata, verrebbe realizzato dalla percezione del seno in una sequenza del tipo: l’istinto anima il desiderio, il desiderio anima il fantasma del piacere che solo la presenza reale del seno è in grado di soddisfare e la cui as¬senza produce frustrazione. Se il riconoscimento del seno o del volto è legato all’esperienza di piacere orale che esso comporta, la percezione visiva avrebbe un fondamento di tipo orale. La Klein è portata a vedere nel rapporto orale, che risponde a esigenze istintive, il primo articolarsi di relazioni con gli oggetti esterni.
Il bisogno di presenza umana non è solo legato allo stato di sazietà o di fame, ma ad una funzione di conferma dell’oggetto buono fantasmatico, nato dalla soddisfazione orale. Parallelamente l’assenza si lega alla frustrazione, al dispiacere in quanto mancanza di conferma. La fame viene vissuta, in assenza del seno, come un essere divorati “dai morsi della fame” attraverso l’animazione del fantasma di un seno cattivo. La base biologica di tale animazione dei fantasmi nell’esperienza psichica, sembra risiedere nel sistema cenestesico che, sulla base delle sensazioni diffuse, contribuisce ad una assimilazione globale dei contenuti dell’esperienza. Il fatto, cioè, che la cenestesi corrisponda a sensazioni diffuse che riflettono, più che la realtà esterna, la modalità primaria di esperienze interiori, costituirebbe la fonte sia delle esperienze globali originarie, sia dei primitivi oggetti fantasmatici.
Le sequenze della costituzione dell’oggetto se¬condo M. Klein seguono il seguente schema:
1) Indifferenziazione “Io-oggetti”. Questo momento è caratterizzato dalla modalità dell’appartenenza e della con-fusione dell’Io con gli oggetti.
2) Discriminazione fra piacere/appartenenza e dispiacere/assenza. L’esperienza di appartenenza dell’oggetto si lega a quella del pia¬cere, mentre l’esperienza di assenza produce dispiacere e quindi la frustrazione tende ad alienare l’oggetto che produce dispiacere.
3) Riconoscimento dell’oggetto. L’oggetto sostenuto dall’istinto dapprima si anima in forma illusoria nell’Io e poi si riconosce in un oggetto reale esterno. Questa esperienza è accompagnata dal piacere.
4) Non riconoscimento dell’oggetto. L’oggetto animato che non trovi soddisfazione è vissuto con dispiacere come oggetto interno persecutorio ed estraneo.
5) Esperienza oggettuale. Avviene quando l’Io ha raggiunto la propria autonomia come sog¬getto di fronte agli oggetti esterni.
Da questi processi di separazione e di fusione, di dispiacere e pia¬cere si vanno creando i primi oggetti parziali fantasmatici: il seno buono (pre¬senza-piacere) e il seno cattivo (assenza-dispiacere). Va ribadito che il seno, nella sua realtà oggettiva, non è noto al bambino e quindi il seno buono e il seno cattivo esprimono due oggetti in¬terni del bambino, oggetti che il bambino ricava dal suo vissuto di pia-cere e dispiacere, di appartenenza o di alienità più che da un dato oggettivo.
In questo modo l’Io primitivo del bambino si trova impegnato a risolvere il problema creato dal fatto che la sua esperienza con il seno reale, che è mediata dall’esternalizzazione degli oggetti interni, viene ad assumere il significato di oggetto parziale buono e di oggetto parziale cattivo. Il bambino cioè si trova nella condizione di doversi difendere dall’oggetto cattivo e di voler difendere l’appropriazione dell’oggetto buono in una attività di scissione che tenta di separare la propria esperienza interna dall’esperienza con il seno reale (fase schizo-paranoide).
Si è detto in precedenza che la presenza interna cattiva viene vissuta come qualcosa di alieno da sé, mentre la presenza buona come qualcosa che viene incorporata. Attraverso l’esperienza nel tempo si legheranno questi due momenti alla presenza reale della madre e all’assenza reale della madre. Pertanto, la relazione con gli oggetti cattivi si realizza in funzione dell’assenza. La risposta del sorriso, già descritta da Spitz, potrebbe essere interpretata come il superamento delle ansie persecutorie derivanti dalla mancanza dell’oggetto buono.
La percezione del volto costituisce una smentita alle ansie persecutorie del bambino. La presenza reale del seno buono nel rapporto con la madre è tale da poter circoscrivere l’animazione degli oggetti interni cattivi.
Su questo sfondo l’esperienza con la madre, condizione inderogabile di sopravvivenza, ha il significato di salvazione e di dono, offrendo al bambino una presenza buona che assicura al bambino e al seno una reciproca presenza. Tale condizione sembra confermata sia dalla risposta del sorriso sia dal fatto che verso il secondo mese il bambino comincia ad interrompere la poppata per sorridere al volto della madre per poi riprendere la poppata e di nuovo sorridere in più riprese, come se la sua gratitudine fosse intimamente legata al rassicurarsi che il succhiare non fa scomparire il volto della madre.
Il contenuto dei fantasmi persecutori e le primitive angosce di annientamento, generate dall’assenza dell’oggetto, possono essere risolto solo dalla presenza del seno reale. Questa presenza reale che sta di fronte all’animazione fantasmatica dell’oggetto buono sia interno sia esterno, crea l’effettiva possibilità di sopravvivenza del bambino come entità psicologica perché lo salva dall’angoscia. Verso il quarto/quinto mese l’aumentata capacità di investire la realtà attraverso canali percettivi di¬ventati più maturi servirà a rinforzare la presentificazione dell’oggetto buono in confronto all’oggetto cattivo.
Per sopravvivere e controllare la primaria angoscia di annienta¬mento, il bambino non deve più dunque controllare e annientare l’oggetto persecutorio fantasmatico, ma controllare e conservare la madre come oggetto reale e come oggetto totale. Mentre in un primo momento la soddisfazione istintiva era il problema più importante del bambino, verso i 4/5 mesi egli può invece accettare meglio la frustra¬zione dell’istinto, purché possa disporre della presenza della figura materna che gli faccia compagnia, e può reagire con dispiacere alla sua assenza reale anche se ha soddisfatto i suoi bisogni istintivi biologici.
La madre appare, quindi, come quella figura di stabilità all’interno della frustrazione fantasmatica che porterà al prevalere del rafforza¬mento dell’Io proprio in relazione alla unicità, stabilità e identità della figura materna reale.
La madre diventa così l’oggetto d’amore, la figura privilegiata che si è andata distaccando dallo sfondo ambientale ancora confuso. Se le prime relazioni oggettuali erano riportate all’interno delle sensazioni cenestesiche, ora il relativo costituirsi dell’Io e dell’oggetto dell’amore ma¬terno comincia a differenziare un sé da un non-sé, non vissuto internamente, ma come oggetto reale esterno.
La creazione della realtà esterna e del mondo degli oggetti avrebbe un significato “depressivo”, come dice la Klein, perché si attuerebbe a spese di un sacrificio della realtà interiore a profitto della realtà esterna.
La vita interna comincerà a perdere i suoi caratteri di realtà oggetti¬va¬mente vissuta, mentre il carattere di realtà sarà sempre più rivolto al mondo, attraverso l’investimento delle sue rappresentazioni percettive destinate a diventare le vere istanze di realtà. Questo divorzio fra il mondo esterno e il mondo interno a tutto beneficio del primo sembra trovare la sua origine nel secondo semestre, in una fase che la Klein chiama “posizione depressiva”. Conseguenza di questo divorzio, secondo la Klein , è il costituirsi di quell’interno “paese straniero” che è l’inconscio, nel quale verrebbero segregate progressivamente tutte le istanze della vita fantasmatica direttamente collegate al sentimento di alienità.
In un primo momento il corpo viene vissuto come un campo nel quale si giocano tutte le sensazioni e le possibili percezioni in una indifferenziazione di interno e di esterno; in un secondo momento, attraverso la mediazione della madre, si passa a differenziare un sé da un non-sé reale. La figura materna raccogliendo tutte queste caratteristiche che prima il bambino rifletteva all’interno del suo corpo, apre la possibilità di stabilire relazioni con l’esterno.
E’ da vedere ora con quali modalità dall’oggetto d’amore esterno privilegiato, e cioè dalla madre, si passa all’investimento libidico di altri og¬getti e cioè alla conoscenza del più vasto mondo circostante.

III – Il contributo di Winnicott – Per primo Winnicott si è posto il problema del passaggio dal “seno” ai primi oggetti “non seno”. Tale passaggio sarebbe mediato da quelli che Winnicott chiama oggetti transizionali.
Per oggetti transizionali si intendono i rapporti oggettuali che co¬prono tutta l’area delle esperienze precoci che stanno tra i fenomeni autoerotici del succhiarsi il pugno o il pollice e quelli attinenti alla manipolazione di giocattoli, di copertine, di bambole, ecc.
Tale esperienza è transizionale perché ha per oggetto qualcosa che, per il modo in cui è vissuta dal bambino, si distingue sia dal rapporto con l’oggetto privilegiato materno sia dal rapporto con gli oggetti reali.
Caratteristica dell’oggetto transizionale è quella di non far parte del corpo del bambino e nello stesso tempo di non essere pienamente riconosciuto come appartenente al mondo esterno. L’oggetto transizionale da oggetti in sé e per sé aspecifici, permetterebbe al bambino di usufruire di un primo possesso di un oggetto (non Sé) nella fase di transizione dall’inconsapevolezza primaria alla consapevolezza dell’oggetto come appartenente al mondo.
Il significato dell’esperienza transizionale può essere dedotto dal fatto che il bambino usa un pezzo di lana o una coperta come mezzo per conciliarsi il sonno oltre che per tenersi compagnia. Per questa ragione Winnicott pensa che l’esperienza transizionale sia impiegata dal bambino come una difesa da ansie relativa all’assenza reale della madre, attraverso una prima riproduzione autonoma di una presenza significativa che sostituisce la presenza della madre. Gli oggetti transizionali permettono una rappresentazione, per così dire illusoria, del seno ma¬terno, che può essere manipolato, avvicinato o allontanato dai gesti che il bambino compie. L’oggetto transizionale, quindi, non starebbe al po¬sto di un seno reale, ma di un seno illusorio.
Accanto all’oggetto transizionale si vanno costituendo dei fenomeni transizionali, quali: vocalizzazioni, balbettio, emissione di suoni che il bambino impiega, per esempio, per prepararsi al sonno, che vanno in¬tesi ugualmente come esperienze transizionali.
Gli oggetti transizionali, secondo Winnicott, vengono vissuti in un’area neutrale di esperienza. L’oggetto transizionale permette di condurre alla presentificazione, cioè di rendere “reale” un intero oggetto fantasmatico buono. Nella fase di passaggio dalla opzione schizo-paranoide a quella depressiva in cui è il principio di realtà a prevalere su quello interno, gli oggetti transizionali hanno il grosso significato di mediazione che rende meno drammatica la separazione tra il mondo interno e quello esterno. L’esperienza di illusione sarebbe quindi primaria e sarebbe indispensabile per rendere possibile la disillusione collegata al principio di realtà.
In sintesi, i vari contributi concordano nel definire che:
– in un primo momento i rapporti oggettuali si vanno costituendo a partire da una situazione indifferenziata tra interno ed esterno, fra Io e non-Io;
– in un secondo momento attraverso lo sviluppo del sistema diacritico e le modalità di piacere-dispiacere in rapporto alla presenza o assenza, si formano le prime differenziazioni e le prime forme di riconoscimento degli oggetti;
– in un terzo momento avviene lo sviluppo della capacità a riconoscere il rapporto fra mondo interno e mondo esterno. Infatti, se all’inizio qualsiasi volto, purché presente, fa sorridere il bambino (esperienza di illusione), in seguito solo il volto privilegiato può produrre soddisfazione (esperienza di realtà).
I rapporti con gli oggetti si differenziano secondo il grado d’autonomia dell’Io e cioè in un primo tempo la regola è quella degli istinti biologici, poi della differenziazione piacere/dispiacere (pre-senza/assenza), infine dell’autonomi reciproca dell’Io e del mondo degli oggetti.
L’attività di proiezione del mondo interno sul mondo esterno è una caratteristica di base nella relazione fra Io e oggetti.

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PORNOGRAFIA

PORNOGRAFIA
“(…) Dare una definizione di pornografia è piuttosto complicato dal momento che si presente sotto varie forme. Basti pensare ai cartelloni pubblicitari, alle vetrine dei centri commerciali alle riviste che si trovano alla cassa delle drogherie, agli spot televisivi, ai film. Persino la musica e la letteratura sono invase da contenuti pornografici” (Antonio Morra).

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LA PERCEZIONE DEL CORPO (II^ parte) – Gilberto Gobbi

LA PERCEZIONE DEL CORPO (II^ parte) – Gilberto Gobbi
(Appunti delle lezioni di psicologia dinamica presso la scuola per infermieri professionale di Verona e presso la scuola triennale di Psicomotricità di Verona)
CONTRIBUTI DI ALCUNE DISCIPLINE ALLA PERCEZIONE DEL CORPO
I – La prospettiva neurologica
La neurologia dà una definizione associazionistica della corporeità, intesa come schema corporeo che si va costruendo gradualmente nel corso dell’infanzia dai contenuti tattili, cinestesici, articolari, visivi.
Lo schema corporeo risulterebbe essere una funzione fisiologica dei complessi percettivi primari integrati a livello corticale in uno schema percettivo complesso. L’impostazione neurologica non riesce a spiegare come le motivazioni personali, i ricordi, la situazione emotiva, i propositi di azione, cambiando ad ogni momento, determinano una diversa integrazione dei dati sensoriali e, di conseguenza, una di¬versa immagine del proprio corpo. Ne è un esempio il fallimento della neurologia nel trattamento e nella diagnosi dell’isteria.
P. SCHILDER tenta di risolvere questa opposizione fra lo schema corporeo, inteso come esperienza soggettiva e quello inteso come struttura esclusivamente integrata dei dati sensoriali, affermando: “Con l’espressione ‘immagine del corpo umano’ intendiamo il quadro mentale che ci facciamo del nostro corpo, vale a dire il modo in cui il corpo ap¬pare a noi stessi. Noi riceviamo delle sensazioni, vediamo parti della superficie del nostro corpo, abbiamo impressioni tattili, termiche, dolo¬rose, sensazioni indicanti le deformazioni del muscolo (…) Ma al di là di tutto questo vi è l’esperienza immediata dell’esistenza di una unità corporea, che, se è vero che viene percepita, è d’altra parte qualcosa di più di una percezione: noi la de¬finiamo schema del nostro corpo o schema corporeo…”.
La lezione di Schilder va ricordata perché storicamente rappresenta, forse, il primo tentativo sistematico di contaminazione fra diversi orientamenti scientifici nel tentativo di circoscrivere fenomeni neurologici o psichiatrici non solo in termini funzionalistici, ma anche col linguaggio della psicologia, della psicoanalisi e della sociologia. Schilder, però, non chiarisce come possa avvenire l’incontro di una causalità di tipo fisiologico con una di tipo psicologico.Anche nella forma più avanzata, la concezione neurologica non riesce a inglobare con i modello dello schema corporeo tutte le manifestazioni psichiche del soggetto.

II – La prospettiva fenomenologica
Nell’ambito degli studi psichiatrici, il filone fenomenologico appare come il più originale e attento ai problemi posti dalla corporeità (Biswanger e Cargnello). In questo orientamento, che si fonda sulla fenomenologia di Husserl, l’esperienza del corpo vissuto si qualifica attraverso vari livelli. Si pone:
– ad un primo livello il corpo sensazione come strumento della percezione;
– ad un secondo livello il corpo funzione come fondamento della identità della propria persona;
– ad un terzo livello il corpo come espressività, come tramite di comunicazione;
– ad un quanto livello il corpo come essere sessuato, come modalità di strutturare l’esterno verso di sé.
In questa prospettiva il corpo diventa un “campo” in cui si scambiano e si intersecano le sfere dell’essere un corpo e dell’avere un corpo, cioè del corpo come soggetto e come oggetto.

III – La prospettiva farmacologica
La più recente farmacologia ammette che i diversi aspetti del com¬portamento dipendono dalla messa in funzione di una serie di circuiti cerebrali e accetta che l’attività di questi circuiti possa svolgersi non solo genericamente grazie ai mediatori dell’impulso nervoso, ma an¬che che essa sia, in qualche modo, condizionata dalla disponibilità di questi a livello dei recettori sinaptici. Quindi, ragionevolmente, suppone che a diversi atteggiamenti comportamentali possano corrispondere diverse situazioni biochimiche in sede del S.N.C. Il sistema biochimico funge da substrato al comportamento umano inteso come manifestazione di equilibri chimici.
Da ciò deriva la necessità di correlare i diversi aspetti del comporta¬mento alla biochimica centrale, e gli effetti dei diversi farmaci ad un loro possibile corrispettivo biochimico.
Sarebbe, inoltre, opportuno approfondire quanto la corporeità, nella accezione del sistema neurologico e psichiatrico, sia rapportabile a quello biochimico, e come dal punto di vista scientifico vengano giustificate le reciproche connessioni fra i diversi sistemi per quanto riguarda l’attività terapeutica.

IV – La prospettiva psicodinamica
La psicoanalisi abbandona la nozione di schema corporeo legata alla neurologia, come struttura mentale con funzione integrativa dei dati sensoriali, per quella di immagine del corpo, che sottolinea l’importanza della funzione simbolica per la rappresentazione del corpo nell’economia psichica del soggetto e nella sua esistenza.
La possibilità di articolarsi dello psichico sul fisiologico, attraverso il “misterioso salto” dalla mente al corpo, viene mediata dalla nozione di investimento libidico.
L’investimento libidico, in quanto pulsione diretta verso un oggetto, comporta una “percezione” dell’oggetto stesso: da questa dialettica soggetto-oggetto, vissuto-conosciuto, emerge l’immagine corporea come rappresentazione simbolica, come conglomerato di rappresentazioni portatrici di significati diversi e giocanti ruoli diversi nel rapporto del soggetto con se stesso e con gli altri.
Le modalità di costituzione dell’Immagine corporea, secondo Freud, ricalcano le fasi dello sviluppo della libido. In tal senso la formazione dell’Io corporeo è da intendere come aspetto particolare della formazione dell’Io.
Più avanti lo studio della relazione oggettuale permetterà di precisare il ruolo svolto dai fattori maturativi neuro-biologici e l’azione strutturante della realtà esterna nella formazione dell’Io e, quindi, nella formazione dell’Immagine del corpo.
Secondo la psicologia genetica, l’Immagine del corpo si realizza at¬traverso processi diacritici di differenziazione dell’interno dall’esterno. Tramite l’osservazione dei comportamenti del bambino nei primi mesi di vita si enucleano le tappe, attraverso cui il soggetto arriva a percepire dapprima alcune aree del proprio corpo e poi il suo corpo come intero:
– solo dopo i 5 anni il bambino comprende che gli altri possiedono le stessi parti del corpo che ha lui;
– solo a 6/7 anni si precisa l’orientamento spazio-temporale;
– a 11 può essere oggettivato, cioè il ragazzo comincia a rifletterci sopra e a farsene un problema, che durerà per tutta l’adolescenza.
La psicologia genetica, con particolare riferimento all’opera di Wallon e di Piaget, ha dato un notevole contributo allo studio della evoluzione dell’Immagine corporea, tenendo presente contemporaneamente sia i processi integrativi neurologici, sia quelli di relazione fra la formazione dell’Io e il vissuto della propria corporeità, secondo fattori di ordine percettivo, affettivo e sociale.
CONSIDERAZIONI PRATICHE
Anche se le osservazioni condotte sui vari contributi sono state necessariamente rapide e non esaustive, è possibile, tuttavia, osservare che lo studio del corpo si viene specificando a seconda:
1) del particolare punto di vista in cui si pone il ricercatore (cioè “il corpo in quanto…”);
2) degli strumenti di analisi adottati (biochimici o neurologici o psicologici);
3) delle operazioni compiute sull’oggetto scientifico.
In conclusione, si pongono alcuni problemi da affrontare:
– in quanto studiosi si è di fronte a numerosi “oggetti-corpo” e questo pone già una difficoltà di comunicazione interdisciplinare (drammaticamente vissuta nelle équipes socio-sanitarie);
– come operatori:
a) si è in dissonanza nella relazione con “il soggetto malato”, in quanto viene utilizzato un linguaggio parziale (in senso specialistico) nei confronti della espressività globale dell’individuo che si ha di fronte e con cui ci si mette in relazione; e
b) si è, da un punto di vista operativo, in posizione di grande con¬fusione tra operatori nello scambio dei vari contributi scientifici perché derivano, come si è detto, da metodologie difficilmente rapportabili fra loro.
Un modo per diminuire l’incertezza e la confusione è quello di ripercorrere le tappe della costruzione dell’Immagine del corpo e del corpo vissuto.

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LA PERCEZIONE DEL CORPO (I^ parte) – Gilberto Gobbi

LA PERCEZIONE DEL CORPO (I^ parte) – Gilberto Gobbi
(Appunti delle lezioni di psicologia dinamica presso la scuola per infermieri professionale di Verona e presso la scuola triennale di Psicomotricità di Verona)
La somatologia – La relazione di base, che si va costituendo a partire dal concepi¬mento fino alla morte, è quella con il nostro corpo. La somatologia è la scienza del corpo. Ma quando parliamo di corpo a che cosa ci rife¬riamo? A un insieme di organi e di apparati, o a un insieme di sensa¬zioni e pensieri o a tutta la globalità?
Il corpo appare come un’area di comune interesse di molteplici attività sociosanitarie come quelle biologiche, mediche, psicologiche, sociologi¬che. Alla base di ogni approccio terapeutico, preventivo o riabilitativo, vi è quindi da ritrovare una specifica definizione del corpo.
Quanti e quali corpi – Esemplificando, si può osservare che il corpo, nelle sue qualità funzionali, è campo della neurologia, mentre come tramite della comunicazione, è campo della psicologia, e infine della anatomia come insieme di organi e apparati. Esiste, quindi, un corpo per ogni scienza? Ma allora di quale corpo parliamo e su quale corpo operiamo? In effetti, il corpo inteso in senso generale e aspecifico, così come si dà nell’esperienza quotidiana, non è oggetto di studio scientifico; esso lo diventa solo quando viene osservato da un particolare punto di vista. Nella definizione dell’”oggetto”, che diviene campo di indagine della scienza, l’epistemologia ha chiarito che l’indagine scientifica non si oc¬cupa di “cose” in generale, ma di cose “in quanto…”. Il corpo, inteso come “cosa” dell’esperienza quotidiana, diventa oggetto della scienza quando lo prendo in considerazione da uno specifico punto di vista. Ad esempio: il corpo “in quanto” funzione del sistema nervoso è oggetto della neurologia; “in quanto” organo vivente, è og¬getto della fisiologia; “in quanto” essere psichico, della psicologia; “in quanto” sistema chimico, della farmacologia, ecc.
Per un primo tentativo di riunificazione dei vari “oggetti” scientifici che fanno riferimento al corpo, viene proposta una nota definizione di Hus¬serl, seguendo il lessico della lingua tedesca:
1) Koerper (corpo), inteso come assimilabile al mondo naturale, è oggetto di studio di anatomia, fisiologia, neurologia, biologia, ecc.
2) Leib (corpo-proprio), inteso come “mio corpo”, “propriamente umano”, così come si offre nella sua espressione familiare e quoti¬diana, è oggetto di studio della psicologia.
Risulta che, mentre il termine corpo (Koerper) nell’accezione scientifica dell’anatomista, del fisiologo, del naturalista in genere, è univoca nel suo significato, al contrario il corpo-proprio (Leib) riveste un significato diverso a seconda del modo di essere del singolo individuo.
In tal modo Merleau-Ponty afferma che il “corpo-proprio, nella buona e nella cattiva salute, è sempre un precorrente abbozzo della nostra esistenza” perché in relazione con il futuro e con la storia dell’individuo.
Per meglio comprendere il complesso rapporto del Koerper e del Leib contribuisce la domanda di Zutt. Egli ritiene che, per meglio comprendere le differenze, ci si possa chiedere: che cosa si trova “dentro” il Koerper e “dentro” il “Leib”?
“Per quanto Leib e Koerper siano tra loro non-rapportabili, la loro non rapportabilità (la loro diversità essenziale) si può additare anche in questo che riteniamo il loro interno. L’interno del Leib è l’essenza individuale dell’uomo che si manifesta in carne e ossa, mentre l’interno del Koerper è dato dalle strutture e dagli organi con le loro funzioni: strutture e or¬gani di cui consiste come continuità di parti”. “Ne di¬scende che, anche se il Leib si manifesta in diversi aspetti, ognuno di essi rivela una globalità umana; il Koerper, invece, è un insieme di parti contigue che si possono pensare anche a se stanti, nessuna della quali corrisponde a una qualsiasi realtà umana”.
In sintesi, ogni manifestazione psichica fa riferimento all’unitarietà della persona, mentre le manifestazioni organiche possono essere considerate in modo isolato.
Per superare questa non-rapportabilità è necessario integrare i poli della tradizionale distinzione tra corpo e mente. Si dovrà quindi partire da premesse, che permettono di integrare le funzioni del corpo e della mente come espressione globale dell’esistenza.
Possiamo dire che nell’esperienza il corpo si manifesta come:
– Corpo organico (C.O.), inteso come oggetto, insieme di organi ed apparati anatomici;
– Corpo vissuto (C.V.), inteso come soggetto, espressione dell’Io, presa di coscienza delle sensazioni;
– Immagine del corpo (I.C.), intesa come rappresentazione sintetica delle relazioni, dei legami, del riconoscimento globale o parziale del corpo nel rapporto con l’Io, con gli altri e con la realtà (soggettiva e oggettiva). L’immagine del corpo si presenta come un ponte capace di mettere in relazione il corpo organico (Koerper) con il corpo vissuto (Leib).
Viene proposta un’esemplificazione per meglio chiarire la funzione dell’immagine del corpo: se il bambino succhia il dito in assenza della madre, il dito rappresenta simbolicamente la soddisfazione orale che il bambino riceve dalla madre. Ma il dito non essendo la madre, rappresenta una parte del corpo del bambino che sta a testimoniare la relazione con la madre. Questo dito non è né il dito della madre, né il dito dell’anatomia, ma l’immagine del dito. E questo dito è un possesso in¬separabile dal corpo del bambino e dalla sua esperienza. Il medesimo esempio si potrebbe estendere ad ogni parte del corpo.
Mediante il contributo di alcuni autori, viene illustrato attraverso quale processo si vada costruendo l’immagine del corpo.
D.W. WINNICOTT – Egli, partendo dal postulato che l’Io non è integrato dalla nascita al corpo, individua il processo attraverso il quale avviene la graduale acquisizione, da parte della psiche, del sentimento di “abitare” il proprio corpo.
Tale processo avviene secondo tre modalità:
1) di integrazione, come processo di unificazione dell’Io;
2) di personalizzazione, come momento in cui l’Io si localizza nel proprio corpo con il sentimento di abitare la propria specificità corporea;
3) di realizzazione, come acquisizione del senso di realtà nel tempo e nello spazio.
Winnicott sottolinea che i confini del proprio corpo, cioè i confini del corpo-casa, si costituiscono attraverso relazioni. Poiché l’esistenza di una persona implica sempre la presenza di un altro, si può far risa¬lire la costituzione dei confini al rapporto privilegiato ma¬dre/bambino.
In questo “campo” di relazioni si va costruendo l’I.C., che appartiene ad un’area intermedia di esperienze non definibile né come soggettiva o oggettiva, né come esterna o interna. Questa area è popolata di oggetti transizionali, che possono essere: parti del corpo (dita, pollice, ecc.) oppure oggetti privilegiati (giocattoli), i quali rappresentano simbolicamente i rapporti intrattenuti, le gratificazioni o le delusioni ricevute. Se, come già affermava Freud, l’Io si costruisce attraverso le esperienze del corpo, l’esperienza corporea si modella nell’ambito della relazione primaria fra madre e bambino, e in seguito con una più vasta realtà.
Per Winnicott, quindi, l’immagine del corpo, appare come una rappresentazione sintetica delle molteplici relazioni del corpo con le parti in¬terne e con la realtà esterna.

G. PANKOW – Egli si interessa ancora più a fondo dei legami di unità che caratterizzano l’immagine-corpo. L’autrice, in una sorta di “dialettica del corpo abitato”, ravvisa due funzioni unificanti (di tipo simbolico):
1) di riconoscimento del legame fra una parte del corpo e la totalità del corpo;
2) di comprensione del contenuto e del significato di tale legame.
Viene proposto un esempio sulla funzione unificante dell’I.C.: se paragoniamo ragazzi paralizzati, che non dimostrano alterazioni e disgregazioni dell’I.C., con ragazzi psicotici, che dimostrano alterazioni e disgregazioni dell’I.C., abbiamo la verifica che nei primi, nono¬stante la paralisi, vi è il riconoscimento della totalità del corpo e del significato delle relazioni, nei secondi, nonostante l’integrità fisica, questa si è persa e frantumata. Il corpo simbolizzato nell’immagine, più che un corpo anatomico o vissuto, è soprattutto un corpo “intero” o “spezzettato”, riconosciuto come totalità integrata o come insieme di frammenti isolati.
Nell’immagine del corpo, presentata dalla Pankow, vanno a con¬fluire le caratteristiche strutturali del corpo biologico e quelle del corpo vissuto (Leib) in una sintesi dialettica, che trova la sua integrazione nei para¬metri spazio-temporali, in quanto nell’immaginario si prefigurano gli schemi di adattamento fra mondo interno (tempo) e mondo esterno (spazio).
Dopo queste premesse orientative, vengono presentate alcune osservazioni sui contributi dati da alcune discipline con lo scopo di far emergere i diversi presupposti dai quali partire per definire la corpo¬reità.

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