Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

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ESSERE CATTOLICI, OGGI – “La fede in Dio è gioia” – Gilberto Gobbi

JAz2ESSERE CATTOLICI, OGGI – G.G. –
“La fede in Dio è gioia”

“Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).

Premessa – L’argomento, così come è stato proposto, esula di norma dalle mie trattazioni. Per anni, su questi argomenti ho preferito riflettere e agire più che parlare.
Di fronte, però, alla bellezza e alla gioia del cristianesimo, alla gioia di essere cristiano-cattolico, ritengo non solo possibile, ma necessario esprimere ciò che penso.
Con ciò mi comprometto, come ho fatto nei vari periodi della mia lunga vita professionale sia nell’insegnamento sia come psicologo/psicoterapeuta.
Vi dirò probabilmente tante cose “ovvie”, scontate, in particolare per chi da anni cerca di vivere la propria fede cattolica con impegno, in tutti gli ambiti della sua vita quotidiana.
Ebbene, da anni sono convinto che occorre ritornare a proporre l’ovvio, l’evidente, a parlare del dato di realtà, a riportare le persone a ragionare con la propria testa, a ricordarci che l’uomo è un essere razionale, non tecnologico, ma razionale e affettivo, e come tale è intenzionale, cioè opera secondo obiettivi, mete da raggiungere, ed è un essere simbolico e come tale capace di scoprire significati e dare significato e senso alla vita propria, cioè dare risposte congrue agli interrogativi della vita. Noi siamo abituati a interrogare la vita, e facciamo fatica a renderci conto che invece è la vita a interrogarci: a noi spetta dare risposte.
Questa breve relazione sarà in parte anche un abbozzo interpretativo della realtà storica, fuori e dentro la Chiesa, e in parte una breve testimonianza di una vita spesa tra famiglia, professione e volontariato.

La gioia della fede – L’argomento è la gioia, non una gioia qualunque, ma quella gioia dovuta e conseguente alla fede in Dio.
Vediamo come nel linguaggio comune, la gioia è associata ad un’emozione, ad uno stato d’animo passeggero. Tuttavia, se approfondiamo e andiamo alla sua lontana etimologia sanscrita constatiamo che il suo significato originario ha un contenuto profondo e misterioso, che rinvia al termine di yuj, tradotto come “unione dell’anima individuale con lo spirito universale”. Ha in sé il senso della sacralità della gioia, che si è perso nel tempo, il legame del terreno con il celeste, dell’uomo con il divino e degli uomini tra loro.
Così, ripristinato il suo senso originario, percepiamo come la gioia investa indirettamente tutti gli aspetti della vita e ci riporti al concetto di “gioia di vivere” come sentimento edificante, avvertito da tutta la coscienza, in quanto coinvolge le dimensioni dell’essere. Da una semplice emozione, essa si trasforma quindi in sentimento, in stato; diventa una manifestazione dell’unione dell’anima individuale con una dimensione superiore. In questo modo la gioia invade tutto l’essere e connette “l’alto” e “il basso”, lo spazio interno e quello esterno, il soggetto e l’oggetto, l’individuo e gli altri.

Per inciso, ritengo necessaria una distinzione semantica tra gioia e felicità (concetti spesso confusi nella loro sinonimia).
La parola felicità, come viene intesa oggi, è per lo più associata al concetto di benessere e, più spesso ancora, ad uno stato di benessere materiale. L’emozione della gioia, invece, è connessa a qualcosa di profondo e trasforma immediatamente il modo di comportarsi di una persona, che è visibile nel cambiamento dell’espressione facciale, che è tra le manifestazioni più facili da decodificare e da riprodurre, come segno della gioia. La gioia inoltre si manifesta attraverso il sorriso e il riso.
Qui, però, stiamo parlando della gioia dovuta alla fede in Dio. Va sempre ricordato che la fede è discendente (va da Dio all’uomo) e come tale è un dono, mentre la religione è ascendente (dall’uomo a Dio), in quanto vi è una predisposizione alla trascendenza, all’apertura a Dio, cioè alla religiosità.
Noi sappiamo che per il cattolico la fede in Dio è una relazione personale con una Persona, il Cristo: è l’incontro con Lui, che è Alfa e Omega della vita gioiosa del cristiano.

Gesù e la gioia – Una breve panoramica e vediamo come Gesù insista molto sulla gioia: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).
Egli prega per i suoi discepoli “perché abbiano in sé stessi la pienezza della sua gioia” (Gv 17,13).
Si premura di assicurarli che la loro tristezza per la sua passione e morte si cambierà in gioia quando lo vedranno resuscitato e glorioso: “Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).
Esorta i suoi a pregare il Padre per provare la gioia di essere esauditi: “Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24).
Gesù si esprime con tenerezza e con forza perché chi lo segue comprenda la proposta di vita cristiana, che passa attraverso la croce e ha come sfondo e traguardo la gioia.
È terribilmente falsa la presentazione del cristianesimo come “nemico della gioia” (A. France) o “maledizione della vita” (Nietzsche).

S. Paolo e la gioia – S. Paolo esorta i cristiani a conservare sempre e ovunque la gioia: “Fratelli miei, state lieti nel Signore” (Fil 3,1); pertanto: “Rallegratevi nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi: la vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4,4-5).
Paolo ci ripete che “Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17).
Quindi l’Apostolo giustifica questa sua insistenza sulla gioia del cristiano appellandosi proprio alla volontà di Dio: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18).
Così il cristiano deve essere gioioso perché lo Spirito di Dio produce in lui la gioia: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia…” (Gv 5,22).

La gioia di credere – Tutto il nostro essere è fatto per la gioia. La gioia è richiesta dalla stessa natura dell’uomo, è un suo bisogno, è un suo diritto. S. Agostino afferma che “Non si può trovare uno che non voglia essere felice”.
Quel che è vero per ogni uomo lo è a maggior ragione per il cristiano. Egli deve avere la sua tipica gioia dovuta alla fede.
Papa Benedetto XVI ci dice: “La gioia è una forma d’amore”, per cui dove si vuol che cresca la gioia, bisogna seminare amore.
Papa Francesco identifica la gioia del cristiano così: “È nel dono di sé, nell’uscire da sé stessi, che si ha la vera gioia” (…) “Non lasciatevi rubare la speranza. Quella che ci dà Gesù” (Domenica delle Palme 2013).
Paolo VI conferma che “la gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali”.
Gilbert Keith Chesterton dice: “La grande gioia non raccoglie boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissi sulla rosa immortale descritta da Dante. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo splendore stesso della giovinezza sta nella sensazione di avere lo spazio necessario per distendere le gambe”.
Il cristiano vive la gioia della Buona Novella, della Salvezza, del rapporto personale con Gesù, il Cristo, Salvatore e Risorto.
Così in Cristo la gioia è il frutto visibile di una fede viva e nella storia dell’uomo diviene il dono che il cristianesimo ha fatto al mondo.
Illuminata dalla parola di Dio e dalla sua grazia, la vita dei cattolici diventa una festa: essi sono davvero la Pasqua del mondo.

Connotazioni del periodo storico – Il cristiano-cattolico vive in questa società, questo è il periodo della vita che gli è stata data e concessa. In questa epoca gioca la sua presenza e testimonianza.
Una prima domanda: che cosa esige la fede cattolica?
D. Giussani, che aveva capito i segni del tempo, così si esprimeva:
“Il cristianesimo ha un grave difetto (ironia!): esige degli uomini vivi, degli uomini che usano la coscienza, la loro sensibilità e volontà, e che perciò non siano già alienati, incapsulati, incatenati da quella propaganda che è la più grande arma di ogni potere, ora resa irrimediabilmente efficace dalla scaltrezza e sofisticazione quasi infinita degli strumenti di influsso sul pensiero, dei mass media e del resto.[…] Dicevo in classe: ragazzi, Spartaco era uno schiavo e aveva i piedi legati da catene. Però aveva testa e cuore liberi. Adesso noi abbiamo le gambe libere ma la testa e il cuore schiavizzati dalla propaganda che il potere, di qualunque specie esso sia, opera” .
Il quadro della realtà d’oggi è fosco. Questo è il periodo postmoderno, come viene detto, ed è dominato da una antropologia post-ontologica, che si è dimenticato l’essenza della persona, la sua sostanziale realtà.
In sintesi, il periodo è caratterizzato da:
– dittatura del relativismo in ogni ambito, etico, morale, comportamentale, nei confronti della natura in particolare nel campo biologico;
– dominio del desiderio e del piacere individuale come autodeterminazione;
– soggettivismo che diviene negazione della soggettività e della differenziazione;
– possibilismo;
– massificazione e omologazione al pensiero unico;
– estrema scissione tra mente e corpo;
– tendenza ossessiva del prendersi cura del proprio sé, della propria mente e del proprio corpo;
– da una parte negazione della religiosità e dall’altra l’attuazione del sincretismo religioso, fondato su una religione fluida, a propria immagine, adattabile alle proprie esigenze, che comporti la soluzione dei conflitti religiosi.
In pratica: non vi è certezza né dell’oggi né del domani, perché tutto è modificabile e relativo. Un oggi e un domani fluidi. E come tale vanno vissuti dall’uomo postmoderno che si deve adattare a questo nuovo clima.

I fondamenti di questo nuovo umanesimo – transumanesimo – radicano e prosperano in un cambiamento radicale della percezione, che l’uomo ha di sé stesso e del suo relazionarsi con la natura e con il cosmo e della concezione della propria dignità. Sembra esserci la perdita della consapevolezza della propria dignità e dei propri limiti.
Vi è il progetto di una dominazione tecnica della natura. L’uomo moderno è morso dal dubbio su sé stesso, non è più sicuro che Dio gli abbia conferito una dignità superiore a quella degli altri oggetti della natura e quindi rimedia a ciò cercando di dominarla. È la testimonianza di una disperazione rispetto alla realtà dell’uomo, la perdita della fiducia e la ricerca spasmodica di una nuova realtà umana.
La tendenza è verso il miglioramento dell’uomo, della sua realtà psicologica, in modo che non abbia più bisogno della morale. Un uomo virtuoso, senza interrogativi sulla vita, che non abbia più bisogno di Dio. Un uomo senza peccato e senza colpa non ha più bisogno di Dio. Raggiunge l’autosufficienza. L’uomo, nel voler decidere da solo ciò che è bene e ciò che è male, lascia la sapiente guida del Dio che lo ama e, senza rendersene conto, accoglie come consigliere l’astuta serpe!

Scienza e tecnologia – Nel secolo XX era già stata teorizzata con una certa frequenza la previsione della progressiva perdita del fenomeno religioso fino ad ipotizzarne la scomparsa, o quasi. E si era fatta prepotente la possibilità/necessità del sincretismo religioso.
Va riconosciuto che, per un tempo piuttosto lungo, l’ipotesi della perdita religiosa è stata oggetto di dibattito e di prese di posizione, spesso schematiche e troppo semplicistiche, che non hanno permesso di comprendere nella sua reale ampiezza il cambiamento di larghi strati della popolazione nei confronti del cristianesimo.
In alcuni ambienti, però, l’ipotesi della scomparsa della religione è stata letta come l’esito finalmente prossimo di una maturazione della persona e un adattamento più o meno generalizzato alle esigenze di una cultura caratterizzata dal progresso scientifico. Il mancato approfondimento delle motivazioni delle trasformazioni in atto nei confronti della religione ha ulteriormente accentuato l’atteggiamento scientifico-fideista e la tendenza di aderire acriticamente al mito del progresso scientifico e alla contrapposizione irriducibile tra fede religiosa e conoscenza/razionalità. Pertanto, nell’ambito scientifico e razionale, cioè a livello antropologico-culturale e sociologico, il persistere della “domanda religiosa” viene quasi sempre interpretata e quindi valutata come manifestazione di una tendenza regressiva di ampie fasce dell’umanità, cioè il cosiddetto “reflusso religioso a fasi ancestrali.
Contemporaneamente tra gli studiosi delle varie discipline sociali si è diffusa la convinzione che la nostra epoca sia caratterizzata dalla scienza e dalla tecnologia. Di conseguenza, con un diverso grado di consapevolezza, si è anche costituita la mentalità della relativizzazione del concetto di natura e allo stesso tempo la coincidenza del concetto di cultura con quello di tecnologia.
Questi due aspetti hanno un’influenza imprevedibile sull’immaginario umano in vari campi, in particolare su quello etico-valoriale e sulla stessa comprensione dei fenomeni storici passati, in cui il riferimento religioso era profondamente connesso ad una gamma vasta di fenomeni naturali. Il mancato riferimento religioso potrà accentuare lo stato di incertezza sulle proprie radici e sulla propria collocazione nel mondo.
Ne consegue il crollo di una buona parte dell’universo simbolico del passato, in cui il linguaggio privilegiato era caratterizzato dall’esperienza religiosa. Su tale esperienza la persona, fino a pochi decenni fa, cresceva e poneva le basi della propria vita individuale e sociale, perché il concetto di natura aveva un grande potere aggregante e il tempo era commisurato su dimensioni comprensibili da un procedere prevedibile. Ora la persona si vive, suo malgrado, come spettatore, senza un suo specifico potere di intervento, in un orizzonte in cui tutto tende alla dissolvenza. Senza il riferimento religioso, un intero patrimonio artistico, letterario, musicale, architettonico, che ha formato il mondo interno di generazioni, d’improvviso diviene significativo per pochi e comunque in senso totalmente diverso. Per molti è un patrimonio insignificante, da guardare, ma incomprensibile, se non come retaggio d’un passato arcaico. In tale situazione la logica tecnologica ha un peso determinante sui cambiamenti epocali che stiamo vivendo, in particolare sta riducendo sempre di più il valore e il significato della soggettività e, per quanto sembri paradossale, tende a considerare la soggettività più un fattore di disturbo che un valore.

Legittimare l’umano – Rémi Brague, filosofo francese, afferma che “ogni volta che la società ha fatto fuori il divino, l’abbiamo visto tornare sotto la forma di dei poco simpatici; richiedono tutti un sacrificio umano”.
Occorre, pertanto, legittimare l’umano, apportare valide ragioni alla sua sussistenza, per poter continuare ad esistere.
Occorre tornare a parlare di virtù, di comandamenti o più semplicemente di bene. Non siamo noi a far sì che una cosa sia buona. È per questo che oggi occorre riparlare di principi non negoziabili e proporli con forza e convinzione.

Su questo Papa Benedetto è intervenuto con molta chiarezza e fermezza il 30 marzo del 2006: “Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:
– tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;
– riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione;
– tutela del diritto dei genitori di educare i figli.

Benedetto XVI prosegue con fermezza:

“Questi principi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa”.

In contrapposizione, l’attuale società, invece, propone:
– eutanasia,
– eugenetica,
– fecondazione eterologa,
– aborto libero,
– gender nelle scuole.
– liberalizzazione delle droghe,
– adozione Gay,
– eliminazione dell’obiezione di coscienza,
– matrimonio gay,
– eliminazione incentivi alle famiglie numerose,
– divorzio lampo.

Domande – Nella mia coscienza di cristiano/cattolico, ed insieme nella mia identità di membro laico della Chiesa cattolica e dello Stato italiano, vi sono delle domande, che urgono dolorosamente una risposta:
– È possibile essere cattolici e vivere appieno il tempo attuale in tutto ciò che offre, o per essere cattolici oggi si deve per forza vivere il presente in modo schizofrenico, rifiutando sin dalle fondamenta la modernità e ciò che ne è conseguito, sognando magari i bei tempi andati?
– Si può essere laici – non laicisti -, cioè senza una radicale antipatia per tutto ciò che sta nelle sfere del sacro e senza dover necessariamente far conseguire a questo aggettivo un’abiura totale della fede cristiano/cattolica?

Identità, stato, fede, libertà, vita, etica, politica, ecc., sono dei termini, ognuno dei quali assume un colore diverso a seconda della lente attraverso cui viene filtrato. Se la lente è tenuta nelle mani di un cattolico trasmette un colore, se tenuta nelle mani di un laico/laicista riflette tutt’altro. La realtà filtrata da queste due identità contrapposte – laici/cattolici o laici/laicisti – non riesce a trovare una sintesi, che accomuni tutti.
Così verifichiamo che la Chiesa cattolica è una delle ultime linee di difesa contro il male, e non si può permettere a una ribellione fuorviata di distruggerla né dall’esterno né dall’interno.
La Chiesa non deve mai sottomettersi o essere assimilata al mondo. Siamo nel mondo ma non del mondo, e dobbiamo tenere gli occhi fissi sulla nostra patria celeste.
Sappiamo che le opere fanno parte della testimonianza della fede.
Tuttavia, vi possono essere dei momenti storici in cui appare come se la Chiesa stia per cedere alle lusinghe del mondo. A ciò è appropriata una metafora.
La metafora dei confini allentati, sguarniti, mal presidiati del campo religioso tradizionale, in cui emerge un’accresciuta libertà degli individui nel “far da sé” in campo etico e spirituale, permette di rendersi conto di come gli sconfinamenti siano resi più facili, la curiosità nei confronti del mistero possa orientarsi verso più direzioni, la stanchezza nei confronti della fede tradizionale possa trovare sollievo nella via a fianco della propria parrocchia dove un guru o un centro di meditazione aprono i battenti che sembrano poter scardinare il cuore più della routinizzata messa domenicale, o all’interno dei centri commerciali.
Tutte le persone intelligenti nei media, negli ambienti governativi e in quelli accademici, che ci incoraggiano ad abbracciare aborto, contraccezione, eutanasia e matrimonio omosessuale, non possono sbagliarsi. In fondo, tutti sanno che idee nuove e fresche devono chiaramente prevalere su due millenni di oscurantismo dovuto agli insegnamenti della Chiesa.
È alla luce del sole come la società civile stia proseguendo nella sua campagna di destabilizzazione e di negazione della Chiesa Cattolica. La società attuale ha fatto suo il pensiero di Feuerbach:

«L’uomo sarà felice solo quando avrà finalmente ucciso quel Cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che si ucciderà il Cristianesimo, ché semmai la persecuzione lo alimenta e lo rafforza. Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del Cristianesimo in umanesimo ateo con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il Vangelo» .

Molti si sono lasciati ingannare dalla bugia che ci sta propinando il mondo, per la quale dovremmo ribellarci all’autorità della Chiesa e del papa decidendo da noi quali insegnamenti seguire e quali non seguire.
Se sentiamo la necessità di essere ribelli, perché non convogliare questa energia in una direzione più positiva, una direzione che guidi al Cielo? Se vogliamo essere ribelli, ribelliamoci contro il mondo e abbracciamo la via verso il Cielo che passa per la Chiesa Cattolica.
Tipologia

Il cattolico, in quanto tale, ha una sua visibilità e deve essere cosciente di una evidente realtà: che in questo tipo di società, l’essere cattolico, testimone del messaggio di un Crocifisso, significa appartenere ad una minoranza, non solo, ma essere esposto a persecuzione. È un dato di realtà.
Se analizziamo la situazione dei credenti, che si dicono cattolici, verifichiamo che vi sono varie categorie, che mi permetto di sintetizzare nelle seguenti:

1- Una prima categoria: il cattolico emancipato e adulto. È il cattolico moderno, che si ritiene capacissimo di decidere da sé ciò che è morale e giusto. Vive una schizofrenia tra la fede personale e la testimonianza, l’educazione e l’esperienza concreta della vita, cioè vive una profonda ambivalenza tra appartenenza ed identità cattolica. Di fronte ai principi non negoziabili, ha una sua ben precisa concezione, che esprime senza remore:
– “In coscienza non posso non votare a favore dell’aborto…, perché…”
– “Chi sei tu per giudicarmi e giudicare? Le persone sono libere di decidere la loro vita…”
– “Personalmente non negherei mai la libertà a nessuno… di…
– “La laicità dello stato esige che…”
Si potrebbe continuare. È da anni e anni che si sentono ripetere queste affermazioni.
Ritengo che l’apatia e il relativismo morale crescenti, fortemente influenzati da una cultura imbevuta di materialismo senza limiti morali, abbiano spinto vari credenti verso il grave pericolo dell’apostasia. Sono cristiani che, anziché vivere religiosamente nel mondo, finiscono per vivere mondanamente nella religione (ben impastoiati nelle strutture visibili della religione, perché da quella mica si distaccano, anzi), praticano una pericolosa dicotomia: credente nel privato, agnostico nel politico.

2) Il cattolico che vive un complesso persecutorio, soggetto ad una specie di psicopatologia paranoica, caratterizzata dai seguenti atteggiamenti:
– la religione viene vissuta come puro fatto personale;
– la prudenza e la circospezione connotano il suo comportamento: non ci si deve esporre, perché si diviene causa di reazioni inconsulte, mai provocare perché ciò comporta eventuale persecuzione, si è presi di mira;
– caratteristiche: fuga nell’intimo; indifferenza e lamentale di fronte alla vita sociale; paura della visibilità; rifiuto del coinvolgimento; chiusura nelle sacrestie (nascondimento – catacombe);
– molta prudenza: perché si tiene famiglia, ecc. ecc.
– costanti lamentele per la situazione precaria dell’essere cristiani.

3) Il cattolico che vive e testimonia la propria fede con semplicità. Gli atteggiamenti possibili:
– impegnato in vari ambiti a vivere e a dare testimonianza della vita di fede;
– impegnato nella conoscenza e nell’approfondimento della propria fede (per formarsi sempre di più una “coscienza illuminata”, come ricordava da Paolo VI);
– preghiera, Sacramenti e Verità rivelate sono il suo alimento quotidiano;
– disponibile a pagar in prima persona per la propria fede;
– impegnato su fronti diversi, mai disponibile al compromesso di fronte ai principi non negoziabili. Peer questo l’attuale vescovo di Trieste, monsignor Crepaldi, in una sua omelia diceva: “Ecco perché il laicato va formato, affinché abbia quei criteri per giudicare la realtà senza lasciarsi dettare i tempi e i modi da altri.”

Una breve annotazione: alle persone, che vivono la propria fede con coerenza, da parte della nuova psicologia e psichiatria, sotto l’aspetto psicologico, viene attribuita una personalità con caratteristiche di conservatorismo, autoritarismo, tendenza ai pregiudizi, lasciando impregiudicato che si tratti di conseguenze o fattori predisponenti. Il conferimento di omofobia è solo uno degli aspetti attribuiti dall’attuale società.

Come essere un vero cattolico – Il noto teologo Hans Küng, che non è in odore di completa ortodossia, nel 2006 ha cercato di dare risposta alla domanda “Che cosa significa essere cristiano?”, attraverso una serie di tesi/enunciazioni, pubblicate in tedesco il 23 luglio 2005 e tradotte in italiano in Regno/Documenti, 7-2006, p. 263 /272.
Nella prima enunciazione afferma: “Cristiano è solo chi cerca di vivere la propria umanità, socialità e religiosità a partire da Cristo. Chiaro e tondo: cristiano non è quindi semplicemente chi cerca di vivere in modo umano o anche sociale e magari religioso”.
Nella terza tesi continua: “Essere cristiano significa vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano nel mondo di oggi alla sequela di Gesù Cristo”. Pertanto “L’elemento distintivo dell’agire cristiano è la sequela di Cristo”.
Non solo, perché nella tesi 18 afferma: “Anche per la Chiesa Gesù deve restare normativo in ogni cosa”. A questo proposito Hans Küng aggiunge un altro elemento indispensabile: l’accettazione della Chiesa, che ha come sua missione quella di custodire il messaggio del Fondatore e trasmetterlo integralmente, senza adulterazioni.
A questo riguardo Benedetto XVI si è espresso con la sua solita chiarezza:

“Fra Cristo e la Chiesa non c’è alcuna contrapposizione: sono inseparabili, nonostante i peccati degli uomini che compongono la Chiesa. È pertanto del tutto inconciliabile con l’intenzione di Cristo uno slogan di moda: “Cristo sì, Chiesa no”. Questo Gesù individualistico scelto è un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza la realtà che Egli ha creato e nella quale si comunica. Tra il Figlio di Dio fatto carne e la sua Chiesa v’è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità”.

Come è evidente, per Kung vi sono alcuni elementi indispensabili senza i quali non è possibile considerarsi cristiani/cattolici: Cristo come punto di riferimento assoluto non Cristo come ‘ornamento’, come ‘distintivo’, del quale ci si fa belli, ma come ‘sequela’, ‘imitazione’. Solo quando il cristiano fa propria l’impostazione della vita, che Cristo ha presentato nelle sue varie sfaccettature: individuale, sociale, familiare, politica, solo allora quell’individuo può dirsi ‘cristiano’, seguace di Cristo.
Il pensiero di S. Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil., II, 5).
Non è facile essere cattolici.

Breve conclusione – “I cristiani in ogni continente sono i portatori non solo di scienza e tecnica, di sviluppo e di principi democratici, ma soprattutto del principio di dignità umana – che è sacra e inviolabile – perché considerano l’uomo come figlio di Dio. E ogni figlio di Dio è sempre un fine e mai può essere un mezzo per realizzare una politica o un’ideologia: sta proprio qui la potenza messianica dei martiri cristiani, che costruiscono il regno dei cieli cominciando già sulla terra, e non lo fanno con le armi ma con la loro disarmata testimonianza. I martiri dell’ultimo secolo si manifestano al mondo come agli inizi del Cristianesimo: segno di speranza e voce che si alza a favore dei poveri e delle vittime dell’ingiustizia” .
Non posso se non terminare con l’invito di Papa Benedetto fatta ai giovani alla GMG del 2011:

“In questa veglia di preghiera, vi invito a chiedere a Dio che vi aiuti a riscoprire la vostra vocazione nella società e nella Chiesa e a perseverare in essa con allegria e fedeltà. Vale la pena accogliere nel nostro intimo la chiamata di Cristo e a seguire con coraggio e generosità il cammino che ci propone”.

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IL PERMESSO DI ESSERE PADRE E DI ESSERE MADRE – G.G. –

IL PERMESSO DI ESSERE PADRE E DI ESSERE MADRE – G.G. –
Uno dei permessi fondamentali è quello che i genitori si diano reciprocamente il permesso di fare i genitori: abbiano, innanzitutto, presente che non si nasce genitori, ma si diventa giorno per giorno; che i ruoli sono differenziati, interdipendenti e complementari; che darsi il permesso di essere padre e di essere madre non è un problema biologico ma fondamentalmente psicologico.
Alla base vi sta l’accettazione amorosa delle diversità, la ricerca della complementarietà, la conferma quotidiana di una genitorialità da gestire nelle differenti situazioni di crescita dei figli.
Se vogliamo parafrasare con semplicità questo darsi il permesso di essere padre o di essere madre, troviamo che il padre, per esistere come tale, deve esserci, essere presente alla moglie come marito e ai figli come padre, assumersi le sue responsabilità.
Come padre prova delle sensazioni e dei sentimenti, che sono suoi e che deve poter esprimere e, quindi, sentire che il coniuge glieli riconosce. Questo gli permette di entrare in intimità sia con i propri sentimenti, che con quelli del coniuge e dei figli, e agire di conseguenza, sentendo che anche come padre ha dei successi educativi nella complementarietà coniugale.
Ciò vale altrettanto per la donna/madre, che deve avere e darsi il permesso di fare la madre con i suoi differenti ruoli. Lei pure esiste come madre e ha bisogno che le venga riconosciuto di provare sensazioni, sentimenti e di avere pensieri, che sono solo suoi. E’ La madre e, come tale, si sente e si comporta, e gli si attribuiscono le sue responsabilità.
In questo senso i due genitori si danno il permesso di essere genitori, differenziati, complementari, come madre natura chiede e i processi educativi reclamano, senza confusione di funzioni e di ruoli.

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La libertà nella coppia coniugale – G.G. –

LA LIBERTÀ NELLA COPPIA CONIUGALE – Gilberto Gobbi – Da almeno due secoli viene insegnato che “la mia libertà termina là dove inizia la libertà degli altri”, cioè, che è libero “colui che può disporre di sé”, che non è soggetto a costrizioni, a limitazioni, a vincoli, a imposizioni fisiche o morali.
Oggi la libertà viene presentata come ideale per chi può disporre della propria esistenza, senza arbitrarie o forzate imposizioni esterne.
E’ l’esaltazione di una concezione assoluta di libertà, che ha bisogno di essere calata nel concreto della vita reale e della dimensione integrale della persona.
L’onestà, infatti, impone di affermare che la libertà in assoluto per l’uomo non esiste: la realtà intrinseca della persona smentisce quanto viene insegnato.
La vita ci presenta, infatti, questa realtà: la libertà di una persona è intrinsecamente intersecata e connessa con la libertà di altre persone. E’ una libertà “limitata”, che si attua nell’interdipendenza e che richiede di essere coniugata con la responsabilità, una dimensione che sempre trascende il soggetto stesso.
Si può parlare di spazi di libertà, nel senso di poter fare quello che si vuole, solo in determinati momenti.
La vita della coppia e della famiglia fa emergere nella quotidianità come la libertà concreta sia quella che viene gestita nell’interdipendenza e nella reciprocità, e che l’incontro di due e più libertà e la loro gestione siano determinanti per la costruzione dello spazio vitale positivo della coppia. I due libera¬mente scelgono di sposarsi con quella persona, di condividerne la vita, di assumersi l’onere della maturazione reciproca, e l’onere di favorire la maturazione dei figli. In una parola di condividere le due libertà per farne la libertà della coppia e nella coppia.
Queste dovrebbero essere le intenzioni iniziali di fronte al matrimonio e queste sono le responsabilità che i due si assumono reciprocamente. Compito arduo e difficile, ma non impossibile, che si snoda nel tempo, attraverso un costante equilibrio tra l’esigenza di individualità e quella di appartenenza a una realtà, la coppia, liberamente scelta.

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La crisi adolescenziale – G.G. –

LA CRISI ADOLESCENZIALE – Gilberto Gobbi –
Sulla crisi adolescenziale ritengo che vadano fatte tre considerazioni.
1) La prima è che questa crisi rientri nella norma, in quanto dipende fondamentalmente dal fatto che i figli crescono, si trasformano e portano con sé dei problemi, a volte, anche gravi, di fronte a cui nascono delle nuove difficoltà, diverse da quelle del periodo precedente. Vi è, pertanto, l’esigenza di es-sere preparati ai cambiamenti propri di ogni fase della vita familiare.
2) La seconda considerazione tiene conto del fatto che la crisi adolescenziale di solito corrisponde alla fase della mezza età dei genitori. Tale fase può provocare delle difficoltà e crisi individuali e nella coppia, che vanno considerate nella loro portata, cioè proprie degli adulti, altrimenti vi è il rischio di attribuire all’adolescente tutte le difficoltà, che la coppia e la famiglia vivono in quella fase. Certe crisi dell’età di mezzo, mentre vanno considerate come fisiologiche, contemporaneamente richiedono un rimodellamento relazionale, un’accettazione costruttiva dell’età che passa e una rinnovata capacità nell’affrontare le situazioni sia individuali che nella coppia e nella famiglia.
Occorre anche evidenziare che in questo periodo la coppia si trova a dover far fronte con le nuove esigenze di cura e di tempo da dedicare ai propri genitori, che nel frattempo stanno raggiungendo la vecchiaia.
La coppia, così, si trova a dover operare su due fronti: i problemi del figlio adolescente e quelli dei propri genitori, e qualche volta anche la loro crisi. Non è una situazione da sottovalutare per comprendere le difficoltà, in cui alcune coppie genitoriali si trovano.
3) Vi è una terza considerazione. L’adolescente con le sue problematiche ha una capacità particolare nel far emergere i problemi irrisolti che la coppia si trascina dalle fasi precedenti e di farli esplodere. Tante crisi di coppia hanno radici nelle fasi precedenti, quando i due non hanno affrontato e risolto tra di loro certe aspettative e non hanno creato un clima affettivo, fondato sulla reciprocità e l’accettazione. L’adolescente è particolarmente sensibile alle debolezze degli adulti, alle loro incomprensioni e alle loro incoerenze. [Gilberto Gobbi, Coppia e famiglia Crescere insieme, pp.72/74]

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Essere genitori, oggi – G.G. –

ESSERE GENITORI, OGGI – Gilberto Gobbi –
“Che cosa fare quando…?” è una domanda costante e insistente, che difficilmente prevede la possibilità della messa in discussione del comportamento della coppia genitoriale, che vive in un contesto e che crea il clima psicoaffettivo e relazionale in cui il bambino vive. Ognuno ha il proprio caso, la propria situazione, il proprio figlio, ed è difficile distogliere l’attenzione da tali esigenze di sapere, per allontanare – almeno una volta – l’attenzione dai figli e riflettere sulla propria coppia genitoriale, sulla propria storia relazionale, sulle attese individuali e reciproche, sulle dinamiche interattive, sul clima psicoaffettivo, sui cambiamenti avvenuti e su come siano stati affrontati, sul coinvolgimento come madre e come padre, sullo spazio emotivo, in cui i figli ancor prima di nascere si ritrovano coinvolti.
Capire se stessi come coniugi e come genitori, facenti parte integrante di una unità, la famiglia, in cui i vari membri con la loro personalità interagiscono e si condizionano, significa collocarsi nel dato concreto della propria esistenza e di quella dei figli in crescita.
Georges Snyders, pedagogista contemporaneo, scrisse che “è difficile amare i propri figli”, per cui è ancor più difficile educarli. Tuttavia, riteniamo che se veramente li si ama, diviene più facile educarli in questa nostra società complessa in continua evoluzione e in cui il sistema dei valori è in costante trasformazione, modificando il tessuto sociale, i rapporti relazionali e il modo di soddisfare i bisogni.
Genitori e figli vivono in un mondo, in cui le molteplici istituzioni condizionano in parte la loro esistenza, il modo di vivere e anche i desideri. L’educazione nel suo complesso, quella familiare in particolare, riflette profondamente i valori e la crisi della società.
L’educazione, in generale e quella del bambino in particolare, subisce profondi mutamenti, per cui i genitori si vedono costretti ad adottare strategie educative in funzione delle nuove condizioni. Sappiamo, però, che il bambino a sua volta esercita un’influenza determinante sul comportamento dei genitori e li obbliga a nuovi adattamenti.
Geni¬tori e bambino/i vivono in una realtà, in cui sono reciprocamente interdipendenti e coinvolti; in cui agiscono, pensano, litigano, vivono conflitti, creando una unità emozionale, il nucleo familiare, che è differente da tutti gli altri. Ognuno è immerso in un processo di circolarità relazionale, nella quale occupa spazio emotivo e contemporaneamente interagisce con gli spazi emotivi degli altri.

L’obiettivo educativo del bambino si ripropone, però, con forza a tutti i livelli e comporta una costante riflessione sia sui contenuti educativi sia sulle modalità e sul contesto in cui l’educazione si evolve. Riteniamo che educare un bambino, oggi, più che nel passato, comporti favorire lo sviluppo della sua personalità nelle dimensioni psi-che-soma, cioè nella sua totalità di persona, ad agire autonomamente in una dimensione intersoggettiva, per capire i cambiamenti, adattarsi in forma critico-costruttiva e realizzare una propria progettualità.
Essere genitori oggi è molto impegnativo; impegno, che va affrontato nelle differenti sfaccettature. Si potrebbe parlare di costi. Logicamente non ci si riferisce ai costi economici, anche se sono molto elevati per il tipo di tenore di vita che si vuole dare ai figli, ma ai costi psicologici, al coinvolgi-mento emotivo, alle premure, alle esigenze, alla necessità di saper contemperare i vari ruoli e le differenti funzioni, alla responsabilità educativa di un essere che per anni dipende dagli adulti e contemporaneamente ha da fare la propria strada, seguire il proprio destino. Può essere facile espletare la funzione generativa, non altrettanto svolgere quella genitoriale. In ogni caso i genitori sono i primi “maestri” di vita e la famiglia costituisce la prima scuola per apprendimenti multipli e fondamentali.

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I BISOGNI DEL BAMBINO – G.G. –

Il bambino ha bisogno – Gilberto Gobbi –
Il neonato non viene al mondo come un foglio bianco e non cade nel vuoto. Ognuno nasce con precise differenze costituzionali – anche in termini di reattività sensomotoria – e in un contesto relazionale determinato, costituito dalla struttura familiare. Però è incapace di badare a se stesso e non ha un progetto già determinato di ciò che sarà o farà: ciò può venire solo dalle persone con le quali egli vivrà e da un ambiente facilitante.
Sotto l’aspetto fisico necessita di vivere in condizioni fisiche confortevoli, in cui essere nutrito e tenuto al caldo, e di una continuità dei rapporti. Per lo sviluppo armonico della sua personalità non è sufficiente l’accudimento fisico, ma occorre la qualità della relazione: la modalità della comunicazione determina e condiziona il contenuto stesso della relazione.
Il bambino nella struttura familiare impara a influenzare le risposte degli altri, ad interagire con i singoli membri e nel contesto del sistema. Ha bisogno di imparare a conoscere il mondo che lo circonda e a strutturarlo a sua immagine. Con l’aiuto del linguaggio impara a differenziarlo e a classificalo al di là del primitivo mondo legato a sé; e acquisisce con l’aiuto dei genitori non solo a classificare, ma anche a valutare e prevedere e distinguere tra i sentimenti “buoni” e “cattivi”, tra comportamenti “buoni” e “cattivi”.

Il bambino ha bisogno di sviluppare la stima di sé in due aree specifiche: come persona capace di controllo e di autocontrollo e come soggetto sessuato.
Svilupperà stima di sé, come persona capace di controllo, cioè come persona autonoma, se i genitori convalidano il suo percorso. Ciò significa rendersi conto del suo sviluppo e accettarlo concretamente nella sua fase di crescita (né volerlo più grande, né considerarlo più piccolo); comunicargli verbalmente e con il comportamento che si è notata la sua crescita; dargli crescenti possibilità di manifestare ed esercitare le nuove capacità, che vengono ad emergere con la crescita.
Per convalidare l’autostima del bambino, i genitori devono essere capaci di capire quando uno stadio di sviluppo è stato raggiunto, in modo da darne il riconoscimento al momento giusto.
In tale processo educativo, entrano in gioco la reciprocità coniugale e l’accordo educativo tra i genitori, la conferma dei differenti ruoli e delle verità personalità. Agli adulti spetta il compito di creare e ricreare l’ambiente per una relazione tranquilla, concreta e spontanea. Come è stato già ricordato, la conflittualità tra i genitori, i rancori, le chiusura, i dispetti reciproci, incidono sul creare un clima insicuro, contrastante, vischioso e quelle relazioni triangolari, che nuocciono alla stabilità della coppia e della famiglia.

Il figlio ha bisogno di sviluppare stima di sé come soggetto sessuato, ha da identificarsi come persona sessuata. Anche tale stima si costruisce giorno dopo giorno, nel clima relazionale, se i due genitori convalidano la sua sessualità e se tra di loro si confermano reciprocamente nella identità maschile e femminile. Gli atteggiamenti, i comportamenti, gli sguardi, la vicinanza, la lontananza, l’intimità psicoaffettiva, le parole sono gli strumenti, che permeano lo spazio psicoaffettivo di conferma o disconferma.

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MANI – G.G. –

Mani – G.G. –

Era quella che si dice “una bella coppia”. I due avevano le caratteristiche e le qualità per formare una coppia nella “norma”. Per questo si erano sposati, convinti tutti e due di essere fatti l’uno per l’altro.
Si erano conosciuti, adolescenti, frequentando i gruppi parrocchiali; una frequentazione tranquilla, fatta di semplice amicizia, senza la freccia di Cupido. Poi la fine degli studi superiori e lo scioglimento del gruppo. Ciascuno ha preso la strada della specializzazione professionale e l’entrata nel mondo del lavoro. Nel frattempo ognuno era stato impegnato in brevi e fuggevoli innamoramenti. “Non trovavo nessuna che corrispondesse al mio ideale di donna”, afferma lui. Lei sorride e conferma che anche per lei: “Non vi era un ragazzo che mi facessi veramente innamorare”.
Tutti i due affermano che ogni tanto veniva alla memoria l’immagine dell’altro e dell’altra; un’immagine, che aumentava nel tempo sino ad occupare ogni parte del sentimento. Così un sabato pomeriggio lui prende in mano il telefono per chiedere un appuntamento. E’ come se lei stesse aspettando la telefonata. Si incontrano: sono innamorati l’uno dell’altro, se lo dicono e se lo dimostrano. E’ l’inizio del loro percorso, che dopo quattro anni si conclude con il matrimonio.
Sostengono che sono stati anni di conoscenza, d’approfondimento dei sentimenti, del carattere, di scontri ed incontri, di superamento e di accettazione delle diversità. I due durante il fidanzamento vivono la sessualità, scegliendo di non avere rapporti sessuali se non dopo il matrimonio. Una scelta condivisa e mantenuta, anche se sofferta.
Dopo un anno e mezzo di matrimonio nasce il loro bambino. Si dicono di volerne almeno altri due.
Fin da subito le difficoltà a realizzare il rapporto sessuale completo sono molte. La signora non sopporta il dolore della penetrazione. Ci vogliono sei mesi di parecchi ed estenuanti tentativi, con arrabbiature e chiusure da parte del marito e pianti e disperazione della moglie. Da parte di lui vi è insofferenza, poca disponibilità alle tenerezze, chiusure e accuse più o meno esplicite che la moglie non si comporta da persona adulta, “grande”. Guardandosi, si dicono che dopo qualche mese senza l’aiuto di nessuno ce l’hanno fatta. I rapporti non sono stati molti, ma sufficienti per attendere una creatura, non però per vivere una sessualità di coppia soddisfacente e maturante.
Le traversie sono presenti nella voce e sui volti dei due.
Dopo il parto passano mesi prima che lei dimostri un minimo di disponibilità all’amplesso; sempre pronta per le coccole, ma non per il rapporto. Non se la sente, giustificandosi con la solita paura del dolore. Dopo tre anni di matrimonio desiderano di poter risolvere la questione. Così si ritrovano davanti al terapeuta per un primo colloquio. I due sono nervosi, mai avrebbero pensato di dover consultare uno psicosessuologo. Hanno tergiversato prima di prendere l’appuntamento, parecchi mesi. Volevano riuscire da soli.
Succede spesso che, di fronte a difficoltà sessuali o problematiche relazionali, la coppia si chiuda in se stessa, tenti e ritenti, creando un clima nevrotico, che accentua la disfunzione. Alcune volte vi sono tentativi extra, come verifica della “propria normalità”.
Quando vanno in psicoterapia, dopo tentennamenti, ripensamenti e accuse reciproche, di norma, dicono che le hanno tentate “tutte”, anche la visita dal ginecologo, il quale ha rassicurato che non vi è nulla di organico. Ora si sentono all’ultima spiaggia. Queste coppie spesso portano dei rottami sparsi qua e là su una spiaggia deserta, un clima torrido da una parte e instabile dall’altra. Naufraghi estenuati, ciascuno chiuso nelle proprie delusioni e frustrazioni. Il terapeuta dovrebbe essere colui che aiuta a raccogliere e ad assemblare le parti per ricostruire una nave che sappia riaffrontare il percorso.
Non è ancora il caso di questa coppia. La nave, però, fa acqua e i due , dopo essersi guardati inermi, decidono di farsi aiutare, per recuperare la loro realizzazione di coppia. Ognuno ha anche pensato di aver sbagliato partner, ma non lo ha ancora verbalizzato. Ne ha profondamente paura e lo fa nel colloquio individuale con il terapeuta.
Il primo colloquio con la coppia si focalizza nel ricostruire in parte le dinamiche di coppia, le reti relazionali, la percezione reciproca, le attese e gli aspetti connessi al vissuto sessuale individuale e di coppia. Emerge una tensione conflittuale da parte di lui, estesa anche alla non accettazione di determinati comportamenti della moglie nella vita quotidiana; comportamenti, ritenuti alcune volte infantili. La vuole più donna, sotto tutti gli aspetti.
Lei dimostra una certa dipendenza nelle decisioni e su come comportarsi, anche a letto. Ha paura di farlo arrabbiare. Già si sente in colpa per la problematica sessuale, per cui se il matrimonio zoppica, la colpa è sua e non di lui. Il suo potrebbe sembrare un classico problema di vaginismo, connesso con la paura del dolore. In nessuno dei due sfiora l’idea dell’interdipendenza relazionale e comportamentale, cioè che potrebbe trattarsi di una disfunzione della coppia e non solo della signora; che i due, cioè, sono coinvolti nella situazione e si condizionano reciprocamente, in cui attese, desideri e idealizzazioni di ognuno circa l’amplesso giocano un ruolo determinante.

Il primo colloquio con la coppia si conclude indicando loro di astenersi da qualunque tentativo di penetrazione. Quello che devono fare è solo di trovare il tempo per loro tre volte la settimana e di accarezzare il corpo nudo del coniuge, prima uno dopo l’altro, tralasciando le parti erogene. Nelle settimane
successive avrei fatto un colloquio separato con ciascuno e quindi deciso il tipo di terapia da attuare. La signora si dimostra contenta; lui invece: “Solo quello?”. Conferma: “Solo quello!”. Non è eccessivamente soddisfatto, però, per risolvere il problema è disponibile a seguire le indicazioni.
Il secondo colloquio è con la signora, con la quale viene ricostruita la sua storia psicoaffettivo-sessuale. Emerge che ha idealizzato molto l’atto sessuale, lo ha sognato e intensamente desiderato, soddisfacente e gratificante, come espressione di donazione di sé, della sua totalità, all’uomo che ama.
Pur avendo un corpo maturo, che le piace, di cui si prende cura e che ha sempre curato, non si sente totalmente accettata sotto questo aspetto dal marito. Ha la sensazione come se egli avesse un ideale di corpo femminile diverso. Durante il fidanzamento egli era delicato, tenero, sapeva aspettare: hanno deciso assieme di attendere di avere rapporti sessuali, mentre con il matrimonio, fin dalla prima notte, si è dimostrato impaziente, frettoloso di fare, con pochi preamboli, persino aggressivo. Lei ne ha avuto paura, tenendo per sé queste emozioni negative, e trasferendole nel rifiuto al rapporto, giustificando con la paura del dolore. Fin da subito, ogni volta che ha tentato, scattava in lei un’intensa ansia d’attesa di riuscire a “farcela”, mista all’ansia di prestazione di soddisfare le richieste del marito. Eppure ha da sempre sentito che quello era il “suo” uomo, non lo avrebbe cambiato per nulla al mondo.
A mano a mano che nel colloquio si approfondisce la storia personale e relazionale, emerge con chiarezza che non vi sono aspetti patologici, che necessitano un terapia individuale. La disfunzione sembra risiedere nella relazionalità coniugale. Durante gli esercizi per casa, l’essere accarezzata senza l’obiettivo finale le è piaciuto immensamente, si sentiva tranquilla e rilassata e anche eccitata, specialmente la terza volta, in cui ha sentito intensamente la disponibilità all’amplesso. Dice di aver provato un’eccitazione psicofisica che la spingeva verso suo marito, mai provato prima, se non qualche volta durante il fidanzamento. Conferma di essere sulla strada giusta.
Nella seduta con il marito, oltre che rivisitare aspetti fondamentali della su storia personale, oriento il colloquio verso la percezione che lui ha della moglie, verso gli aspetti della sua personalità difficili da accettazione; le modalità reattive di fronte alle difficoltà della moglie, le proprie attese dal matrimonio e specialmente quelle sessuali. Ne emerge un quadro conflittuale: a fronte di una grande attrazione psicofisica, di momenti molto belli, di condivisioni di ideali, vi sono anche difficoltà ad accettare “certi” suoi atteggiamenti infantili, o come tali da lui ritenuti. Si sente ancora profondamente innamorato della moglie, anche se ha avuto il pensiero di avere sbagliato donna. Ora desidera che tutto ciò termini per poter vivere una vita sessuale serena e soddisfacente per tutti e due.
Non si è mai posto l’interrogativo di come il suo atteggiamento nei confronti della moglie nella vita quotidiana e nell’amplesso possa aver contribuito in modo determinante all’insorgere della disfunzione e attualmente interferire sull’accentuazione. Si tratta di modificare l’atteggiamento personale. Solo la comprensione di ciò che può provare la moglie, il porsi in atteggiamento di ascolto dei suoi sentimenti, della paure, dei suoi desideri, gli fanno riflettere sulla differenza tra lui e il coniuge, non solo nella vita quotidiana, ma anche in quella sessuale. Il tutto lo ha razionalizzato, ma non trasferito nel vissuto. Non riesce a capire il cambiamento della moglie da prima a dopo il matrimonio. Nel dialogo con me si accorge che è stato lui a cambiare comportamento e comprende quanto ciò abbia potuto incidere sull’atteggiamento della moglie.
Questa presa di coscienza avviene quando parla dell’esercizio dell’accarezzamento. Afferma che fare l’esercizio la prima volta gli è costato molto, perché la sua tendenza è quella di concludere, pochi preamboli e via; tuttavia gli è molto piaciuto e ha percepito che sua moglie si era rilassata moltissimo e si sentiva bene. Ne hanno anche parlato. Si è riscoperto delicato e che le sue mani erano leggere, come se plasmassero qualcosa di molto prezioso. Non aveva percepito resistenze da parte della moglie, anzi, era molto affettuosa, come non mai.
Il compito è di continuare in questa attività, di viverla e di lasciarsi vivere nell’accarezzare e nel lasciarsi accarezzare.
La terza seduta si svolge con la coppia. In sala d’attesa seduti vicini, conversano tranquillamente mano nella mano e sono sorridenti. Dopo il saluto, entrano nello stanza continuando a conversare tra di loro. Altre volte, di fronte ad atteggiamenti simili, ho riscontrato che la coppia aveva risolto il problema, in quanto, contravvenendo alle indicazioni del terapeuta, si era lasciata andare, a fare quello che è naturale in una coppia. Non è la situazione di questa. I due affermano che si sentono molto coinvolti, rasserenati, che stanno sperimentato che la problematica si stava risolvendo.
L’accarezzamento permette loro di risentirsi, percepirsi reciprocamente, di viversi profondamente coinvolti e attratti. Se non vi fossero state le mie indicazioni avrebbero anche fatto all’amore. Lei dice che le è stato veramente difficile contenersi. Nella stessa quotidianità il loro modo di rapportarsi si sta modificando.
Il marito, parlando delle sue sensazioni durante l’accarezzamento, afferma che l’ultima volta, la sera prima, ha avuto una sensazione piacevolissima: percepiva che il corpo della moglie cresceva e prendeva forma sotto le sue dita. “Io mi sentivo particolarmente rilassata e attratta da te. Mi sentivo bene nelle tue mani e bene nel mio corpo”, dice lei.
Il colloquio termina raccomandando loro di continuare nell’accarezzamento e di fare quello che si sentivano.
La settimana dopo la seduta è breve. Hanno fatto all’amore, senza problemi, più volte.
Non li ho più sentiti. Ogni anno ricevo gli auguri per Capodanno, con una postilla: “Tutto bene, sempre, anzi meglio”.

Mani, che toccano, urtano, spingono, premono, rifiutano.
Mani, che accarezzano, sfiorano, si soffermano.
Mani, che dialogano, accolgono e si danno.
Mani che fanno crescere.

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