Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

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L’ADIGE

“Da anni l’Adige mi è amico, da quando mio padre,  sul ponte di Ca­stel Vecchio, prima di partire definitivamente per la guerra, indicava a me, bambino, che “in una casetta in mezzo agli alberi, sulle Torri­celle, vi abitava santa Lucia”. Tendeva il braccio, indicando insisten­temente con il dito un punto sulle colline.

Le case erano tante. Ad un padre si dice di sì.

Dopo qualche mese era disperso in guerra, in meridione, prigionie­ro, a caricare le bombe sugli aerei che venivano al Nord-Est.

Ancor oggi, ogni tanto, dalla finestra dello studio guardo quella ca­setta in mezzo agli alberi per vedere se esce S. Lucia a sten­dere i panni e a prendere il sole, mentre l’Adige continua a scor­rere, ciaco­lando con la città.

A tener compagnia: in primavera le rondini; d’inverno i cocai”.

(G.G., Le anse del fiume, p. 47)

 

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La concezione fisicista della sessualità – Gilberto Gobbi –

LA CONCEZIONE FISICISTA DELLA SESSUALITA’ – Gilberto Gobbi –

Legata alla concezione precedente (laicizzazione, sessualità come cosa, diritto al piacere sessuale), vi è quella fisicista, che vede la sessualità come anatomia e fi­siologia, cioè come pura genitalità. In essa vi è una chiara separazione tra la fecondità e l’amore/sesso, tra l’esercizio della sessualità in funzione della procreazione e l’uso della sessualità come esercizio della co­munione e es  espressione sessuale. In tale concezione, procreazione e amore sono dimensioni della sessualità completamente disgiunte. Non hanno ragion d’essere pensate unite.

In questa linea viene proclamata la legittimità dei rapporti ses­suali di qualunque tipo, in qualunque età, in qualunque modo, con chi si ritiene op­portuno, in quanto i comportamenti sono ordinati all’espressione della comunione e dei bisogni pulsionali e teo­ricamente all’alimentazione dell’amore. Così nella loro relazione sessuale chiunque, fidanzati, giovani,  adolescenti, adulti, può esclu­dere sempre e comunque la dimensione della fecondità e utilizzare il sesso a proprio piacimento.

In ogni caso, la sessualità è sentita, voluta e vissuta come realtà dell’uomo, di ciascun uomo, come affermazione della sua autono­mia e responsabilità. Ognuno la gestisce come vuole, secondo la sua referenzialità.

Questa è una chiave di lettura molto cara ad alcuni filoni cultu­rali di stampo nord-americano, come il pragmatismo e il compor­tamentismo. Il fulcro dell’impostazione si fonda sull’essenziale con­siderazione delle componenti e delle espressioni biologiche della sessualità: l’uomo appartiene al regno animale, pertanto, il suo comportamento e le sue implicazioni etiche vanno collocate in tale contesto.

Così, in sede “scientifica”, questo è un modello interpretativo, assai apprezzato:  ciò che conta è la quantificazione degli aspetti ses­suali, poiché una sessualità quantificabile è meno soggetta a insidie di giudizi e di opinioni “morali”, come buono/cattivo, giu­sto/sbagliato, lecito/illecito. Fattori determinanti sono i parametri bio-fisiologici. Di conseguenza, di fronte ai comportamenti sessuali, la “nor­malità” è stabilita dalla norma statistica, in base a criteri della maggiore o minore frequenza, del maggiore o minore piacere.

Sotto l’aspetto etico ci si trova di fronte ad una posizione agnostica,[1]  che non risolve, negandolo o ignorandolo, il problema della scelta etica. Tra l’altro, una scelta agnostica è pur sempre una scelta.

[1] L’agnosticismo è la concezione filosofica, che, ritenendo il sapere umano del tutto relativo e fondato sul dato empirico, teorizza l’inconoscibilità dell’assoluto. Così si dimostra indifferente, estraneo e non interessato a situazioni sociali, politiche, religiose. Non vuole entrare nel loro merito per dare una valutazione.

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Il diritto al piacere sessuale – Gilberto Gobbi –

Il diritto al piacere sessuale – Gilberto Gobbi –

 Con l’evolversi della società moderna e contemporanea, con una sempre maggiore conoscenza della fisiologia sessuale, e sotto l’influenza della  rivoluzione sessuale, si è diffusa una concezione “ludica” della sessualità, definita anche come il più salutare degli sport da prati­care.

Che la sessualità abbia una dimensione “ludica” è un dato in­contestabile. Da quando, però, tale aspetto è stato divulgato ed esaltato con ogni mezzo, vi è pure stata l’assolutizzazione della dimensione lu­dica, che ha favorito l’uso genitale della sessualità a scapito della  unione d’amore e della dimensione procreativa.

Come si comprende si scade nel regno del “non-valore”, in quanto l’aspetto ludico può degenerare in strumentalizzazione della persona: l’uso ludico del sesso fa emergere  possibili forme diverse di strumentalizzazione. Va ricordato che ogni riduzione della sessualità ad una delle sue varie dimensioni, nega la sessualità stessa.

Certamente il gioco in sé è un “valore”, ma a certe condizioni, tra cui è sempre fondamentale il rispetto profondo della propria e dell’altrui persona. Molto spesso, invece, la sessualità come gioco è un di­simpegno e solo un fatto di ricerca genitale di piacere, in cui do­mina non la relazione, ma il solipsismo, l’egocentrismo  (chiusura della persone in se stessa), la ricerca del piacere per il proprio piacere, lo scaricamento delle tensioni e la sedazione momentanea delle pulsioni.

Si afferma che l’esperienza, anche quella sessuale, ha da essere gratuita e gratificante, per cui come Homo ludens, l’uomo ha da vivere questo aspetto della sua vita in modo profondamente giocoso. Su questa linea Alex Comfort ha scritto che “il sesso è il più importante e salutare sport della specie umana”.

Ancora una volta, questa pro­spettiva ludica, che è di per sé un valore, diviene una dimensione riduttiva, assolutizzata come  unica, trasformata in non-valore a servizio del piacere narcisistico.

Di conseguenza all’esagerata diffidenza e al rigorismo del pas­sato, nell’ambito della sessualità si diffonde un’etica del godimento e del piacere sessuale come diritto primario della persona, di ogni persona, spo­sato o no. Ciò  apre un nuovo orizzonte del piacere, quello le­gato al sesso, come area felice e come liberazione della vita umana dalle restrizioni e dalle nevrosi connesse alle chiusure di fronte alle pulsioni e ai blocchi psicoaffettivi, creati dai condizionamenti di un’educazione restrittiva e repressiva. Il gioco sessuale assume così la funzione di liberare le pulsioni.

Vi sono. infatti, teorie sessuologiche che presentano la sessualità solo come una pulsione, che necessita di essere espletata e liberata da ogni impe­dimento sia individuale che sociale. Le tensioni pulsionali, essendo in costante relazione con la sensibilità, sono complici dei desideri, condi­zionano i vissuti e spingono la persona al compimento della pas­sione corporea. Occorre liberare il soggetto dalle forze interiori, dalle ansie, dalle tensioni psicofisiche e proiettarlo a viversi nella sua completezza psicofisica. Ne consegue che il piacere sessuale, se è un’istanza interiore e come tale è pure un diritto,  va realizzato e  nessuna struttura sociale, religiosa o educativa può impedire tale attuazione all’uomo, che ricerca la libertà e la felicità.

Questa concezione permea gli atteggiamenti, modifica i com­portamenti, plasma le coscienze, e incide nel determinare i nuovi canoni dell’etica sessuale. Un sesso libero non ha etica.

 

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Sessualità e politica. Viaggio nell’arcipelago gender, di G. Ricci

Sessualità e politica. Viaggio nell’arcipelago gender, di G. Ricci

INTRODUZIONE DI G. RICCI AL LIBRO  (Sugarco, gennaio 2016)  –

 

“Potrebbe essere un libro-thriller, pensavo, prendendo sul serio quanti affermano che l’ideologia gender non esiste. Perché tanta fretta – mi chiedevo – nell’occultare il cadavere? Quando poi l’indignazione saliva incontenibile, era il piglio pamphlettistico a farsi strada anche con ironia e umorismo. Infine, dopo aver constatato la confusione che con spavalderia trionfa nei dibattiti mescolando temi e piani differenti, è prevalsa l’idea di progettare questo libro nei termini di una mappa che potesse agevolare un viaggio, quello nell’arcipelago gender.

La mappa disegna alcuni termini essenziali – una sessantina – in grado di entrare in merito alla questione gender (e non solo) situandola nello scenario culturale e storico del nostro tempo. Occorre che una mappa sia <<giusta>>, che non porti fuori strada, che immetta in un orizzonte in cui le verità si profilano da sole, libere di procedere nella loro direzione.

Temi che appartengono alla soggettività dell’individuo quali l’identità sessuale, il genere, l’orientamento sessuale, la sessuazione e molti altri, vengono articolati e collocati in una costellazione sociale: la relazione uomo-donna, la famiglia, la procreazione, la filiazione, lo statuto di figlio. L’ideologia gender manomette questi termini essenziali decostruendoli, rimontandoli e adattandoli a una prospettiva ideologica. Tutto ciò appare come un’imposizione: ci si appropria della <<cosa pubblica>> (res publica) per esercitarla sulla <<cosa sessuale>> dei singoli soggetti. Non si tratta forse del tentativo di uniformare e gestire socialmente le singolarità, con le loro identità e le loro differenze, per <<educarle>> a un pensiero unico?

Di qui il titolo <<sessualità e politica>> che affianca due ambiti  decisivi: la <<cosa sessuale>> e la <<cosa pubblica>>, l’individuo e la società, la libertà del soggetto e il <<bene comune>>. Da quando esiste la civiltà, molte cose dipendono da queste due polarità e dalla loro dialettica.

Oggi viviamo il tempo in cui sempre più la politica entra in merito al tema soggettivo e intimo della sessualità degli individui. Il <<pubblico>> pretende di esercitare un’egemonia sul <<privato>> per inglobarlo, gestirlo e istituire strategie per produrre profitto. Il gender, non dimentichiamolo, offre la migliore giustificazione per il business delle biotecnologie e per il mercato della biogenetica, promuovendo silenziosamente il progetto biopolitico dell’ipermodernità. Non solo. Asseconda il capitalismo globale favorendo l’ipertrofia dei diritti per espandere il mercato del consenso a nuovi soggetti <<politici>>. In questa prospettiva ecco pronto il dispositivo dell’assoggettamento e dell’instaurazione del debito.

Quali implicazioni derivano dalla constatazione secondo cui la <<cosa pubblica>> interviene sempre più sulla <<cosa sessuale>> che accade tra due esseri umani? Il matrimonio gay ne è l’esempio più evidente. Le sue implicazioni più inquietanti sono quelle che coinvolgono soggetti terzi: la possibilità delle adozioni, l’uso dell’eterologa, gli uteri in affitto. Anche il <<bene comune>> va considerato un soggetto terzo. A risultare minacciati sono inoltre la parola padre e madre, sostituiti con genitore 1 e genitore 2, la struttura della famiglia, l’istanza del figlio, la filiazione, la trasmissione tra le generazioni. La negazione di queste istanze ha il sapore di un nuovo nichilismo.

Abbagliata dalle promesse dello scientismo e in preda all’immaginario biotecnologico, l’attuale società sembra fare di tutto per silenziare le evidenze che alcuni saperi (per esempio la psicanalisi, la filosofia, il diritto, l’antropologia) mettono costantemente in risalto: la complessità dell’umano, la sua natura, i suoi enigmi che si trasmettono di generazione in generazione.

Con Il padre dov’era (2013) ho esplorato il tema teorico e clinico delle omosessualità maschili soffermandomi sulle loro differenti forme e strutture. In questo libro esploro le implicazioni sociali e comunitarie, dunque simboliche e antropologiche, dell’omosessualismo e della prospettiva gender.

Ho individuato circa sessanta voci fondamentali con una serie di rinvii interni ad altre voci che delimitano, quasi come caposaldi, un terreno entro cui si gioca una scommessa di civiltà. Il contesto è quello dei nostri giorni e del nostro tempo in bilico su una soglia epocale. Si tratta di un viaggio <<politicamente scorretto>> che percorre alcune parole basilari al di fuori dell’omologazione somministrata dai soliti slogans. Il lettore troverà non un sapere all inclusive, esaustivo o preconfezionato ma spunti, sguardi, prospettive inedite che scandagliano <<dall’interno>> il pensiero gender, i suoi paradossi, le sue idee fisse, i suoi zoppicamenti.

Sono considerazioni che prendono le mosse dalla psicanalisi e dalla sua clinica, da quella psicanalisi che ritiene imprescindibile, in questo tempo, entrare con audacia, in modo laico e non accademico, in merito al disagio della civiltà.  Questa psicanalisi non pretende di possedere la Verità ma di praticare quella sufficiente etica che consente di evidenziare alcuni frammenti di verità psichica e storica in grado di aprire nuove vie del pensiero. Del resto è facile constatare come nei vari documenti e <<linee guida>> gender, non vi sia traccia di psicanalisi. Spicca anzi una sua costante negazione, un’avversione che sconfessa l’ambito psichico, la dimensione dell’inconscio, la differenza sessuale, il lavoro della memoria, la soggettività. Prevale invece una visione cognitivista, comportamentista, costruttivista dell’individuo e della società, dove i riferimenti agli autori e alle ricerche si esauriscono, in modo egemonico, al mondo anglosassone. 

         È una battaglia ideologica tra schieramenti contrapposti, sentenziano alcuni. Niente affatto, non c’è alcuna simmetria. I media, per evitare complicazioni, raccontano la questione gender come scontro tra una posizione modernista e una posizione tradizionalista (nel migliore dei casi). Il laicismo appena incontra una presa di posizione etica forte, ne denuncia l’intransigenza ritenendo che l’esercizio del giudizio altrui esprima immancabilmente un integralismo o un fanatismo religioso. Per far tornare i propri conti, il laicismo ritiene che la posizione cattolica corrisponda a un arroccamento ideologico, applicando la logica parlamentare alla libertà di pensiero e di coscienza. E così ogni dibattito risulta una prova di forza in cui le vere questioni svaniscono nel nulla o vengono esorcizzate con l’accusa di omofobia. Il teorema risulta sempre lo stesso: chi la pensa differentemente attua una discriminazione.

In tal senso, per dissolvere facili pregiudizi, riteniamo essenziale e imprescindibile distinguere tra omosessualità e omosessualismo: la prima è una vicissitudine individuale e soggettiva rispetto alla quale è il caso di astenersi da qualsiasi pregiudizio, il secondo è una visione globale che esige di applicare su scala sociale una certa concezione della sessualità. In quest’ultimo caso occorre e urge un giudizio. Un giudizio, tra l’altro, che ristabilisca il diritto da parte di un’ampia maggioranza della società di esprimere le proprie convinzioni in materia di temi che riguardano proprio la sopravvivenza stessa della società. Ribadiamolo: nulla contro <<gli omosessuali>>, ma parecchie e precise obiezioni verso l’omosessualismo e le sue derive gender. Possiamo spingerci oltre e affermare – l’esperienza clinica lo evidenzia – che <<gli omosessuali>> talvolta sono essi stessi <<vittime>> dell’omosessualismo.

L’ideologia gender, strutturata come un arcipelago attorno a cui gravitano istanze diverse della contemporaneità, partendo dalla sfera individuale pretende, in nome dell’uguaglianza e di nuovi diritti, di estendersi all’intera comunità. Con qualche paradosso: in nome dei diritti umani favorire una falsificazione dell’umano; in nome della libertà di un godimento individuale imporre a tutti lo stesso godimento. In effetti più che una mutazione antropologica l’ideologia gender prescrive un’amputazione antropologica nel senso che, in nome della necessità del modernismo, artificiosamente toglie allo statuto dell’umano alcuni referenti simbolici e identitari che da sempre lo hanno istituito. L’ideologia gender risulta così la punta più avanzata, ipermoderna e neoliberale di gestione e controllo della soggettività. In nome di una tecno-biologizzazione essa propone una negazione dello psichico per celebrare il trionfo narcisistico dell’Io a discapito del <<bene comune>>. Milano, 22 ottobre 2015

 

Unknown

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Sessualità come affare privato – Gilberto Gobbi –

SESSUALITA’ COME AFFARE PRIVATO  – Gilberto Gobbi –

 Di pari passo con la secolarizzazione e conseguente ad essa, vi è la scoperta della sessualità come dimensione valoriale della persona e la conse­guente valorizzazione dell’amore, sia come aspetto essenziale della persona umana e sia come elemento costitutivo della relazione tra le per­sone. Ma nella scoperta del valore  dell’amore, vengono, iperesaltati il sentimentalismo e lo spontaneismo, come caratteristiche ritenute essenziali e dominanti di ogni relazione amorosa. Così sono taciuti e anche rifiutati gli aspetti razionali (oggettivi) della relazione e viene negata ogni inter­ferenza delle istituzioni nella relazione della coppia. Si arriva alla ne­gazione dello stesso istituto matrimoniale e alla morte della fami­glia.

Ne consegue una concezione dell’amore tipicamente fondata sul sentimento e una relazione di coppia costituita da un legame antiistituzio­nale, antigiuridico e fondamentalmente privatistico.

In tale concezione non vi possono essere motivazioni valide  né per la proi­bizione dei rapporti sessuali nell’adolescenza e di quelli prematrimoniali e neppure per mettere in discussione la loro convenienza psicologica. La sessualità è un affare privato, che appaga determinate istanze psicoaffettive, le quali necessitano di essere soddisfatte, senza in­terferenze. Unico criterio è il consenso reciproco tra le parti. Per il resto tutto è possibile, come autoreferenzialità.

La società non ha diritto di intervenire né di sancire sulla gestione della sessualità della persona maggiorenne, fintanto che tale pratica non nuoccia alla società stessa. E anche i minorenni, con le dovute cautele, possono usufruire di questa li­bertà: dal momento che si richiede loro di essere responsabili in altri ambiti, possono esserlo anche in questo.

Sono conseguenze ovvie quando la  sessualità è ri­dotta a una realtà prettamente privata e individuale.

Sessualità come cosa – Sempre come conseguenza della laicizzazione estrema, la sessualità, come dimensione fisica ed emotiva, non riveste alcun mistero, alcun valore, ma è un semplice e puro “fatto”: uno dei tanti “fatti” della vita dell’uomo.

Come tale, la sessualità è una “cosa”, che l’uomo possiede come qualunque altra cosa che egli ha e può sfruttare a suo vantaggio. La realtà sessuale è puramente strumentale e non si vede per­ché l’uomo non la possa usare a suo piacimento, come qualunque altro strumento dal momento che soddisfa e gratifica istanze/pulsioni pro­fonde dell’uomo.

Anche se, sul piano concettuale, ciò sembra una interpretazione ba­nale e grossolana, tuttavia sul piano pratico è presente, in modo  sottile e pervicace, nelle più disparate manifestazioni con cui la società contemporanea vive la sessualità.

Di certo, una concezione della sessualità come “cosa” sta alla radice dello sfruttamento commerciale del sesso, del commercio del corpo. E’ un commercio tecnologicamente raffinato, per il quale il sesso non è solo cosa che si vende, ma anche uno stru­mento che fa vendere altre cose. Importante è vendere.

La sessualità, come sesso/cosa, è diventata l’anima del commercio e della pubblicità.

Vi è lo scadimento dell’Eros in erotismo, che diviene un bene di consumo.

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L’IDENTIFICAZIONE COL PADRE – Gilberto Gobbi – 

L’IDENTIFICAZIONE COL PADRE – Gilberto Gobbi – 

Gli studiosi insistono molto sull’importanza della figura pa­terna nel processo di separazione del maschietto dalla madre e nell’acquisizione dell’identità maschile. La Mahler, per esem­pio, accen­tua l’importanza dell’”abbandono della madre” e insi­ste su una co­stante presenza del padre per aiutare i due, madre e figlio, a sciogliere la simbiosi. In tale senso è determinante che il padre si dedichi alla formazione della ma­scolinità del figlio, il quale, un volta identi­ficatosi nella sfera maschile, è disponibile a identificarsi con gli altri uo­mini e ad aprirsi alla relazione con il femminile in modo sereno. Questo fa comprendere quanto siano importanti e fondamentali i primi tre anni di vita per l’identificazione psicosessuale e, pertanto, per l’orientamento eterosessuale.

In man­canza del padre, può svolgere una funzione rilevante un uomo che mantenga rapporti affettivi con il bambino, come un nuovo compagno della madre che accetti la presenza del bam­bino come parte integrante della relazione e che lo aiuti a distac­carsi dalla madre, uno zio, e nelle fasi successive un insegnante maschio, un ani­matore sportivo, ecc. Il bambino ha biso­gno di figure maschili, che siano per lui un modello di comportamento maschile, non in conflitto con il femminile, ma con una posizione di chiara diffe­renziazione e di esplicita valorizzazione dell’eterosessua­lità, come dimensione decisiva e fondamentale della personalità.

All’inizio della psicoanalisi, l’importanza della figura del padre sullo sviluppo dell’identità psi­cosessuale non aveva avuto molta attenzione, ma da tempo ormai la valenza emotiva del padre è  considerata essenziale per la crescita e lo sviluppo del bambino e in particolare per l’acquisizione della sua identità psicoses­suale.

Il bambino  imita la figura più significativa e si identifica con essa, plasma la sua identità sul modello che sente più affine a sé. Ora, come è già stato detto, per lui il padre è la figura maschile più significativa nei primi anni di vita, spesso lo è anche negli anni successivi. A lui si con­forma e si identi­fica. Ne interiorizza valori e comportamenti. Può capitare ciò anche nei con­fronti di uno zio, di un uomo legato affettiva­mente al nucleo fa­miliare, o anche di un fratello maggiore.

L’identificazione avviene attraverso i comportamenti, tra cui anche le punizioni, ma in parti­colare, tramite l’affetto, il calore, il coinvolgimento per­sonale, la partecipazione alla vita di gioco e agli interessi del bambino. Le ricer­che confermano che la presenza di un padre affettivo facilita l’identificazione ma­schile, più della pre­senza di un padre freddo. Per gli adolescenti, per esempio, il ricono­scimento delle qualità af­fettive, gratificanti e an­che delle  punizioni  del padre faci­litano una buona ed equilibrata mascolinità.

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IL PADRE DURANTE L’ADOLESCENZA DEL FIGLIO – Gilberto Gobbi –

IL PADRE DURANTE L’ADOLESCENZA DEL FIGLIO – Gilberto Gobbi – 

Un giorno dopo l’altro, il padre si ritrova con il figlio, che en­tra nell’adolescenza  e la vive in pieno. Sono passati gli anni. Come? Sappiamo che le fasi della vita sono tra  loro profonda­mente dipendenti, con una consequenzialità che vede il passato conden­sato nel presente e prospettato nel futuro. Il futuro dell’età adole­scenziale, che sembrava molto lontana, è dive­nuto il “presente” e il pa­dre si trova tra i quaranta e i cin­quanta anni. Ha raggiunto un certo livello professionale e so­ciale e quindi potrebbe anche star bene, invece s’incontra quo­tidianamente con i problemi creati dal figlio o dalla figlia adolescente.

L’adolescenza – L’adolescenza viene considerata la tappa più controversa del ciclo vitale e senz’altro quella, nei confronti della quale il pregiu­dizio sociale sembra accanirsi con più virulenza. E’ una fase della vita, temuta da genitori, educatori, politici e tutori dell’ordine so­ciale e pubblico.

La Dolto, eminente psicoanalista francese, così parla dell’adolescenza: “(…) a mio parere è una fase di mutazione. Al­trettanto fondamentale per l’adolescente quanto la nascita e i primi quindici giorni di vita per il neonato” (Adolescenza, esperienze e proposte per un nuovo dialogo con i giovani tra i 10 e i 16 anni, Milano 1995).

Di norma, pur nella sua continuità, viene oggi divisa in tre momenti:

– prima adolescenza o preadolescenza tra gli 10/11 e i 14 anni;

– seconda adolescenza tra 14 e i 16;

– terza adolescenza dai 16 anni, e dovrebbe concludersi, nella so­cietà odierna, tra i 20 e i 23. Vi sono anche per­sone, che restano degli eterni adolescenti: si parla di adolescenza in­compiuta.

I sistemi di appartenenza dell’adolescente – La vicenda adolescenziale, con i suoi mutamenti, spesso è tu­multuosa e conflittuale e si snoda nell’appartenenza ai vari sistemi relazionali: la famiglia, i pari e gli adulti. L’adolescente attua una continua mobilità tra questi sistemi, che gli consente di utilizzare le risorse per il suo sviluppo e per la sua presenza nel mondo.

Tutte le strutture della personalità in trasformazione sono in continuo movimento: la dimensione affettiva, quella cogni­tiva e quella comportamentale. E’ un crescendo di modifica­zioni e di ac­quisizioni, di arresti e di progressioni.

La maturazione delle tre dimensioni comporta che l’adolescente sia contemporaneamente impegnato su vari fronti, che mettono alla prova da una parte le sue potenzialità e dall’altra le persone con cui si relaziona.

a) Lo sviluppo della dimensione mentale-cognitivasi caratte­rizza per un’espansione delle potenzialità intellettuali ed una evolu­zione della facoltà volitiva, che conduce al perfeziona­mento del processo di apprendimento e decisionale. Vi è un migliore utilizzo dei processi della percezione, della memoria logica, dell’attenzione, della capacità di astrarre, giudi­care, ragionare e formulare decisioni. Questo fa parte del pro­gresso verso la maturità intellettuale, che com­porta la capacità di pensare in termini astratti e generali.

b) La dimensione comportamentaleè varia e diversificata, sog­getta all’influenza della situazione ambientale e sociale, in cui l’adolescente vive. Diviene importante lo sviluppo dell’atteggiamento critico-costruttivo di fronte ai modelli di com­portamento e ai valori propinati dalla società. L’adolescente si gioca il suo futuro modo di porsi: o un adat­tamento costruttivo o la ribellione, oppure un’acquiescenza supina. Il comportamento è ciò che maggiormente inte­ressa ai ge­nitori. Ci ritornerò successivamente, parlando del rapporto tra il padre e l’adolescente.

c) La maturazione della dimensione affettivo-emozionaleca­ratte­rizza profondamente la fase adolescenziale. Le emozioni dell’adolescente si ampli­ficano in quantità e qualità, e diventano più ricche e piene, cre­ando nel con­tempo  si­tuazioni conflittuali sia dentro di sé che fuori, e nei rapporti con gli altri.

Le emozioni nascono di fronte ad una più ampia varietà di sti­moli ed esercitano una considerevole influenza sul pensiero, di cui occorre tener conto sia per i risultati dell’apprendimento sia per valutare le modificazioni dell’umore, a cui l’adolescente è facil­mente soggetto. Accenno solo di sfuggita all’importanza dello sviluppo corporeo, alla difficile ristruttura­zione di una nuova im­magine del sé corporeo, alle implicazioni della maturità psicoses­suale.

Senza approfondire l’argomento, è opportuno però sottoli­neare come sia un periodo che oscilla tra il sentimento di ade­guatezza e quello di inadeguatezza, in questo entrare e uscire dentro e fuori di sé, tra l’intrapsichico e l’extrapsichico, e la frequentazione dei vari sistemi di appartenenza: famiglia, pari, adulti.

Gli ambiti e i sistemi, in cui l’adolescente si viene a tro­vare, hanno una loro specifica funzione sull’elaborazione e sulla struttu­razione della personalità:

– dal sistema famiglia egli attinge protezione, come l’ambiente de­gli affetti arcaici (positivi o negativi), che egli conosce e sta  rielaborando;

– dal sistema degli adulti (educatori scolastici e altri) ricava spinte a cimentarsi nella lotta e ad impegnarsi per la realiz­za­zione del successo (può rimanere deluso dal modo con cui il mondo degli adulti lo tratta e lo valorizza);

– il sistema dei coetanei lo sostiene nella trasgressione e nell’opposizione al mondo degli adulti.

Le spinte, che l’adolescente trova nei tre sistemi, dovreb­bero con­sentirgli, in questa sua mobilità sistemica, di speri­mentare il cambiamento e di apprendere a tollerare le ansie della crescita.

Sui problemi relazionali tra genitori e figli, in un mio libro sulla coppia e sulla famiglia, scrivevo così: “L’adolescenza dei fi­gli (…) è un periodo caratterizzato da forti trasformazioni, dal ri­dimensionamento di quell’equilibrio “preca­rio” in prece­denza rag­giunto. Occorre disporsi ad affrontare nuove situa­zioni e ricercare nuovi equilibri. Con l’adolescenza il figlio re­clama un proprio spazio, una sua collocazione nella dinamica fa­miliare, un modo nuovo di essere trattato e comportarsi. L’adolescente  è una forza dirom­pente che va ad intaccare gli equilibri raggiunti, che obbliga a rive­dere le relazioni, e alcune volte con il suo comportamento e con le sue provocazioni va a smuovere sicurezze acquisite e a stanare problemi di coppia ir­ri­solti” (G. Gobbi, Coppia e famiglia. Crescere insieme, Verona1999).

L’adulto, nella relazione con gli adolescenti di differente età e sesso, può incorrere in vari errori, tra cui:

  1. a) da una parte scambiarli per dei ragazzi incapaci di riflettere e di giudicare da soli, mentre al contrario, in questa età essi maturano lo sviluppo del pensiero sintetico e tendono a co­struirsi una loro valutazione della realtà e delle relazioni con gli adulti;
  2. b) e dall’altra, credere che sia sufficiente costringerli a ragio­nare e che ciò basterà per formali al controllo di se stessi.

Autorevolezza e norme di comportamento – Specialmente nella prima adolescenza (11/14 anni) le lun­ghe discussioni persuasive sono premature. A questa età i ra­gazzi hanno ancora bisogno che vengano loro presentate, ma anche esigite, alcune regole di comportamento, perché per loro i valori sono rap­presentati da modelli viventi, che li attrag­gono, non sono interio­rizzati e sono soggetti alle emozioni e ai vissuti nelle varie situa­zioni. Una certa fermezza, serena ed esigente, coerente e non ne­vro­tica, è più efficace delle lunghe spiegazioni, purché essi si sentano compresi, accettati e amati dai loro genitori e dai loro educatori, anche quando si trovano di fronte ai dinieghi. Ciò non esime gli adulti dal dare spiegazioni su problemi che essi possono porsi nelle varie circostanze della vita familiare, di scuola, in gruppo; in occa­sioni di films, di letture, di discus­sioni su compor­tamenti, ecc.

Lasciar fare tutto, leggere tutto, vedere tutto, decidere i propri orari, permettere di ri­spondere in malo modo e aver paura degli eventuali comporta­menti aggressivi o che se ne va­dano di casa, sono una chiara mani­festazione dell’abdicazione dei genitori alla loro funzione e al loro ruolo. E’ un non voler loro bene, un disinte­ressarsi della loro vita, soprattutto nel pe­riodo in cui, con gli im­pulsi in continuo tumulto, l’adolescente avverte il bisogno di con­trollarli e di essere aiutato a porli nel giusto processo di matura­zione personale e sociale.

Periodo di elaborazione – Mi  sono soffermato su questo periodo (11/14 anni), per­ché lo ritengo basilare per l’impostazione dei criteri di rela­zione e di comporta­mento degli adulti nei confronti del figlio adolescente e del suo successivo modo di porsi di fronte alla realtà in trasforma­zione. In questa fase, infatti, si riassumono e vengono sintetica­mente vissuti e ri­vissuti, in un breve arco di tempo,  processi razio­nali ed emo­tivi, che si rifanno ai primi periodi dell’infanzia, come la relazione con le figure parentali, la sicurezza/insicurezza di base, l’immagine di sé e della pro­pria corporeità, l’apertura/chiusura di fronte al mondo esterno, la proiezione verso valori. Tutto ciò in funzione dell’acquisizione di una sua definitiva identità psicoses­suale e di una sua collocazione nella vita.

Anna Freud ha così sintetizzato la situazione adolescen­ziale: “E’ normale per un adolescente e per un tempo abba­stanza lungo un comportamento incoerente e imprevedibile (…) di amare i suoi genitori e di odiarli, di rivoltarsi contro di essi, di essere vergo­gnoso con la propria madre davanti agli altri e inaspettatamente di desiderare di parlarle di tutto cuore” (Adolescenza, in Opere, vol. 2, Totino1958).

Tale comportamento può averlo anche nei confronti del padre solo che  non  dirà  mai “di desiderare di parlargli di tutto cuore”.

Il padre nell’adolescenza del figlio – Il padre continua ad essere la figura altra, che è presente non solo per il mantenimento economico, ma come genitore affettivo, con il quale  il figlio adolescente si confronta, si mo­della, si scontra e si incontra, si allontana e si avvicina, a se­conda dei suoi momenti e delle reazioni del padre.

Nel contempo, da parte del padre vi è una forte esigenza di es­sere e di sentirsi ri-conosciuto dal figlio, per quello che fa, ma in modo particolare per quello che é. Riconoscimento, che avviene at­traverso il comportamento del figlio, il suo ascoltare, confrontarsi e l’accettare consigli e anche imposizioni.

Per il ragazzo maschio, volenti o nolenti, il padre è un mo­dello di comportamento. Elabora una sua concezione sul padre e sul suo comportamento, che spesso tiene dentro di sé, ma che a volte manifesta alla madre, di norma in forma molto critica. La madre diviene depositaria dei conflitti tra padre e figlio. Ha spesso un compito non semplice per mantenere nel figlio un atteggiamento positivo nei confronti del padre e dia­logare con questi, perché sia accettante e parli con il figlio.

Logicamente il padre deve trovare la disponibilità interiore e il tempo per stare con il figlio, coinvolgerlo in sue attività, dargli de­gli incarichi, valorizzare le sue capacità, dimostrare di avere stima, interessarsi dei suoi desideri e, anche se il ragazzo è cresciuto, esprimere atteggiamenti di affetto e di tenerezza.

Anche i padri provano affetto e tenerezza, ne sentono den­tro l’impulso, ma spesso si trattengono perché ormai il figlio è grande. Ritengo che non si è mai grandi abbastanza sia per ri­cevere che per esprimere affetto e tenerezza. Non è sufficiente che il figlio sappia che gli si vuole bene, occorre anche dir­glielo ed esprimer­glielo con i gesti e con le parole. Anche se l’uomo non è stato abi­tuato da piccolo a ricevere espressioni affettive da suo padre, può cambiare, modificarsi, e provare fi­nalmente il piacere di far pia­cere alle persone con cui è in rela­zione, figlio compreso.

Il padre affettivo continua ad essere tale per tutta la vita, anche quando i figli vanno a trovarlo con i loro figli, che ve­dono en­trambi i padri – nonno e papà – esprimersi l’affetto con i gesti dell’amore paterno e filiale.

Il padre dovrebbe essere orgoglioso della crescita e della matu­razione della figlia, che diviene donna. Anche per lei egli è un mo­dello di comportamento, da cui ha bisogno di sentirsi accettata e considerata.  La figlia non è della madre, come il figlio non è del padre, o viceversa, come spesso mi sono sen­tito dire. La ragazza vive una sua identificazione con la madre, per distaccarsene ed ac­quisire una sua identità femminile, che è simile a quella della ma­dre, ma che nel contempo è diversa.

Il padre ha una funzione determinante in questo processo di maturazione identificatoria, attraverso l’equilibrio con cui si pone in relazione, la delicatezza della sua presenza, l’atteggiamento di ascolto, di com­prensione e di fermezza ri­spetto a determinati com­portamenti della figlia. E’ opportuno che il padre parli di sé, delle sue cotte e del suo innamoramento nei confronti della moglie. Riconferma, così, la figlia nella sua femminilità e nell’espressione delle sue emozioni.

Il padre, che spesso si esprime con la frase “ai miei tempi”, dimostra che è rimasto attaccato morbosamente al passato e che ha difficoltà di accettare i cambia­menti, anche quelli posi­tivi: è come se non permettesse ai figli di crescere.

Avere la chiarezza delle proprie idee e delle proprie posi­zioni e dissentire da quelle dei figli, non é in contrasto con l’espressione af­fettiva con loro. Il padre, di fronte a comporta­menti e atteggia­menti del figlio, che ritiene disfunzionali, deve essere esplicito nel mani­festare il suo pensiero, che può diver­gere da quello del figlio, avendo presente che com­prendere non significa approvare. Si pos­sono capire le varie moti­va­zioni, ma ciò non significa che si debba accettare e acconsen­tire. La chiarezza della relazione comporta che si dica: “Per capire capi­sco, ma non puoi pretendere che io accon­senta”.

Il non detto, il tacere, il mugugnare sono la base dei frain­ten­dimenti e invischiano le persone in relazioni confuse, che sfo­ciano in malintesi e in conflitti. Occorre chiarezza nel posi­tivo e nel ne­gativo.

In certe famiglie si era da sempre si  tace, ciascuno da per scontato che gli altri membri debbano capire, compren­dere, ma ognuno ha paura dell’altro, delle sue reazioni. Du­rante l’adolescenza dei figli il padre, di fronte al  comporta­mento carat­teristico dell’età, si chiude in un silenzio fatto di divieti, mai di­retti e sempre trasmessi tramite la moglie.

A volte i padri non sanno esprimersi, si arroccano in se stessi e non permettono ai figli di capire il loro affetto. Le in­comprensioni si moltiplicano attivando nei figli comportamenti contrastanti. [Estratto da: G. Gobbi, Il padre non è perfetto, Verona 2007]

 

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