Tempo e Spazio

Questo Blog viene aperto da Gilberto Gobbi il 1° gennaio 2011. Non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge 62 del 07.03.2001).

Sarà aggiornato senza periodicità. Presenta alcuni libri di Gilberto Gobbi e raccoglie una serie di articoli apparsi in riviste e relazioni tenute in congressi, convegni e corsi di aggiornamento. Il materiale è a disposizione di chi ritiene di poterne far uso. La citazione della fonte fa parte dell’onestà intellettuale.

Il tempo permetterà di poter arricchire il blog con ulteriore materiale.

Il blog ha un nome composto: tempo e spazio. Il tempo e lo spazio sono le coordinate su cui si articola la nostra vita. Viviamo nel tempo, collocati nello spazio, per vivere l’ideale di sé nella situazione.

Ciascuno ha tempi differenti e spazi diversi per vivere la coerenza delle scelte valoriali. Il blog, senza pretese, si propone di esserci su queste coordinate.

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Atteggiamenti di fronte alla separazione e al divorzio – G.G –

ATTEGGIAMENTI DI FRONTE ALLA SEPARAZIONE E AL DIVORZIO – Gilberto Gobbi –

Di fronte alla separazione e al divorzio gli orientamenti pos­sono essere differenti, non solo da parte dei protagonisti, ma anche degli stessi operatori, che sono chiamati a dare il loro contri­buto professionale, come psicologi, mediatori fami­liari, avvocati, ope­ratori dei consultori, ecc.

Gli orientamenti degli operatori si possono raggruppare in due tipi, cia­scuno dei quali presuppone un atteggiamento culturale e ide­ologico nell’affrontare la crisi di coppia, la separazione e il di­vorzio. E’ come se ci fossero due percorsi:

1) controllo/adattamento;

2) responsabilità/appartenenza.

 1) Controllo/adattamento – L’orientamento, fondato sul controllo/adattamento, af­fronta la crisi di coppia, la separazione e il divorzio, tenendo fondamental­mente conto del singolo e dei suoi bisogni e lasciando al margine le problematiche delle altre persone coin­volte nella decisione.

Innanzitutto, in tale prospettiva, la separazione e il divorzio sono considerati un fatto “normale” e non un’anomalia, che si inserisce nella dinamica di coppia e familiare, da affrontare per una risolu­zione positiva della crisi. Può essere considerata “positiva” quella soluzione che av­vantaggia il richiedente.

Si affronta il problema cercando di trovare una serie di strate­gie cognitive, che, nel mentre tengono a bada gli aspetti irrazionali della situazione, allo stesso tempo suggeriscano com­portamenti idonei per contenere il conflitto e facilitare il nuovo adattamento so­ciale.

Nella ristrutturazione della mappa cognitiva e della revi­sione dei valori guida, questa visione mira al raggiungimento di una normalizzazione del fenomeno della separazione e quindi al rista­bilimento di una normale e soddisfacente vita af­fettiva e sessuale dell’individuo. L’obiettivo da perseguire nella consulenza è facili­tare l’individuazione, l’autonomia e l’espansione dell’Io della per­sona interessata.

2) Responsabilità/appartenenza – Questo secondo orientamento è un percorso d’aiuto, diretto all’assunzione della responsabilità personale e all’approfondimento dell’appartenenza al corpo familiare.

Il lavoro si incentra sulla “crisi del gruppo familiare”, af­fin­ché, se separazione ha da esserci, vi sia una condivisione delle re­spon­sabilità reciproche e nei confronti dei figli.

Ciò comporta un riconoscimento dei sentimenti di falli­mento e di disistima di sé, che si concretizzano con il distacco dalla comu­nione di coppia. Ognuno si proietta al recupero della propria storia familiare e, attraverso un lavoro in questa direzione, avrà la capa­cità di assumersi la responsabilità verso i figli e manterrà quella continuità genitoriale, che tutti auspi­cano.

Il lavoro di consulenza psicologica diviene una chimera, se l’obiettivo da raggiungere è solo il perseguimento dell’autonomia personale e dell’indipendenza da ogni legame. Si lavorerebbe solo sul sintomo – la separazione coniugale – senza, però, coglierne il significato nella storia personale e fa­miliare e nelle sue rappresen­tazioni soggettive e oggettive. Alla prassi di aiuto compete far emergere i due versanti della situazione:

a) aiutare ad individuare la nuova identità personale, dopo la sepa­razione, e quella dei vari membri coinvolti;

b) far emergere la sofferenza per il legame, che si sta spez­zando, permettendo così il mantenimento del senso di re­sponsabilità e di appartenenza.

La Dolto così sintetizzava la consulenza d’aiuto: “Il lavoro da fare sia con gli adulti che con i bambini coinvolti nel dramma della fine di un matrimonio, è quello di connettere, di rendere possibile il senso di quanto accade. Questo rende umana la vita e la libera dall’animalesco dove sono agiti solo gli umori”.

La consulenza dovrebbe essere un mezzo per ridurre l’irrazionalità delle parti e conseguire i seguenti obiettivi:

– impedire le discriminazioni personali;

– focalizzare l’attenzione sui problemi reali, esplorando solu­zioni alternative;

– rendere possibile alle parti di fare o ritirare concessioni senza perdere la faccia o il rispetto;

– aumentare la comunicazione costruttiva tra le parti;

– ricordare alle parti il costo psicologico personale, della cop­pia e dei figli;

– fornire un modello di competenza, di integrità e imparzialità pro­fessionali.

Tale percorso permette ai coniugi di chiedere e di poter avere l’affidamento congiunto dei figli, la cui attuazione nel tempo di­viene un’utopia, an­che se voluta e sancita dalla sen­tenza del giu­dice.

Vi sono, però, delle situazioni, che sono notevolmente con­troindicate per il lavoro di consulenza e di mediazione con la cop­pia:

1) quando un partner si sente gravemente perseguitato dall’altro e quindi si protegge, presentando una volumi­nosa documenta­zione, che indica con chiarezza l’indisponibilità e determina­zione di volergliela “far pa­gare”;

2) la situazione, in cui uno dei due è fortemente depresso, a pre­scindere dalla separazione, o si sente estremamente svaloriz­zante nei confronti dell’ex-coniuge;

3) quando il mediatore si rende conto che difficilmente vi sarà spa­zio per una negoziazione, perché vi è una tendenza all’atto (combinare qualcosa) da parte di uno dei due.

APPROCCIO EVOLUTIVO ALLA SEPARAZIONE – La fase della separazione, con le sue implicazioni psicoaf­fet­tive e materiali, può esser analizzata attraverso i processi emozio­nali, che avvengono nei tre stadi: a) pre-separazione; b) durante la separazione; c) post-separazione.

a) Pre-separazione – Il matrimonio, per la stragrande maggioranza delle per­sone, è un investimento affettivo, emotivo e valoriale.

L’allontanamento affettivo dal coniuge, che ha molteplici cause esplicite e implicite, sta alla base della decisione della sepa­razione. I sentimenti più diffusi di chi desidera separarsi sono: di­sillusione rispetto all’unione coniu­gale, disaf­fezione dalla persona, senso di alienazione, ansietà dif­fusa e anche in­credulità di provare questi sentimenti.

Nell’altro coniuge, che non s’aspetta questa situazione, vi può essere: disperazione, rabbia, angoscia, ambivalenza, senso di vuoto, di inadeguatezza, perdita della stima di sé, paura dell’avvenire, ecc. La perdita del legame coniugale induce un pro­cesso di lutto nella persona lasciata e in chi lascia, che da Bowlby viene definito: “Il lutto è l’avvio di processi psico­lo­gici consci e inconsci scatenati dalla perdita”.

b) Durante la separazione –E’ una fase, in cui vi è una serie di aspetti da atti­vare: la con­sultazione di un avvocato o di un mediatore, la con­tratta­zione eco­nomica, la valutazione delle soluzioni possibili per la custodia e l’affido dei figli.

I sentimenti dominanti di chi chiede la separazione sono: desiderio di una separazione ra­pida e che tutto finisca in fretta, allo stesso tempo solitudine, sollievo, possibili desideri di ven­detta.

Mentre nel partner vi possono essere altrettanti sentimenti contrastanti, come: depressione, distacco, rabbia, disperazione, autocommisera­zione, bisogno di aiuto, confusione, furore, tri­stezza, misti a prote­ste, minacce e, in certi casi, tentativi di sui­ci­dio.

Spesso l’attenzione ai figli è l’ultima cosa. Questo, invece, potrebbe essere un periodo di riflessione e di bilancio sul modo di essere stati coniugi e di essere genitori. Po­trebbero anche sorgere degli interrogativi sulla propria ca­pacità di mantenere un legame durevole di coppia. La com­prensione delle diffi­coltà con il partner da cui si sta dividendo e la loro risoluzione permettono di non ripetere gli stessi errori in un’altra relazione. Succede in consulenza e in te­rapia di trovarsi a seguire persone, che ripropongono le stesse dif­ficoltà irrisolte, avute nella coppia precedente e che sono state la causa delle disfunzioni con la con­seguente rottura.

In questa fase anche la funzione del ruolo paterno si pre­senta come uno degli aspetti più trascurati, perché l’orientamento della se­parazione è stato quello del controllo della situazione e di trovare dei compromessi minimi di adat­tamento.

c) Post-separazione – E’ un periodo, in cui dovrebbe avvenire l’esplorazione dei sentimenti e un loro riequilibrio, caratterizzato da indecisione, ot­timismo, ras­segnazione, eccitazione, curiosità, rimpianto, tri­stezza, problemi di solitudine.

Le azioni ricorrenti della post-separazione sono: ricerca di nuovi amici e spesso l’inizio di nuove attività, ricerca di una sta­bilizzazione, di un nuovo stile di vita per i figli e di nuovi inte­ressi.

E’ la fase in cui dovrebbe avvenire, con l’equilibrio del senso di appartenenza, anche la soluzione della separazione psicologica, che non comporta il taglio con il passato, ma un suo reale ridimen­sionamento, che porti a cogliere alcuni aspetti positivi di esso, per convivere con la propria storia.

Ciò permette un rapporto più equilibrato con i figli. che ve­dono ciascun genitore separato affrontare le varie difficoltà e tro­vare un nuovo equilibrio nella vita.

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CRISI DELLA COPPIA E SEPARAZIONE

CRISI DELLA COPPIA E SEPARAZIONE – Gilberto Gobbi –

Anche gli adulti sbagliano – Il figlio fa fatica a capire che anche gli adulti – le sue figure primarie – sbagliano, hanno un comportamento disfunzionale tra loro e non si vogliono più bene.
Lo vede, lo percepisce, lo sente, malgrado che gli adulti alcune volte facciano finta o vogliono far apparire ai figli e al mondo circostante che le “cose” tra di loro funzionano ancora. Atti, atteggiamenti, comportamenti, frasi, arrabbiature, silenzi, musi, assenze prolungate, ritardi sempre più frequenti testimoniano la disfunzione della loro relazione e creano allarme nel figlio.
Un giorno il figlio – piccolo o adolescente – si sente dire che papà e mamma non si amano più e che pensano di separarsi. Lui lo sa già da tempo; ha pure tentato di sollecitarli all’accordo, di dir loro che lui li ama, di essere più obbediente, anche di diventare taciturno oppure instabile, d’attirare l’attenzione, di stare persino male, caricando su di sé la disfunzione coniugale come membro designato. Spesso i comportamenti disadattati dei figli e i loro malesseri psicosomatici sono il sintomo di problemi del clima familiare disfunzionale.
Qualche volta, dopo un periodo di instabilità, di conflitti coniugali e di sofferenza collettiva, di fronte all’indecisione dei grandi sono gli stessi figli a dire: “Ma quand’è che vi separate e ci lasciate in pace con i vostri conflitti?”
Di fronte alla scelta della separazione, alcuni genitori si pongono il problema di quando attuarla, rinviandola per scru¬polo verso i figli, attendendo che essi “siano diventati grandi” e possano capire.

Ma quand’è che il figlio diventa grande? A ragion di logica, secondo le fasi della vita, l’individuo diventa grande quando esercita una propria professione, si sgancia dalla casa paterna e dal sostentamento parentale, e struttura una coppia stabile, con o senza la formazione di una propria famiglia. Si ritiene che abbia già costruito una rete sociale e dei legami affettivi stabili, che gli permettano di saper sopportare ed elaborare il lutto di uno dei due genitori.
Potrebbe essere un’illusione il pensare che l’adolescente sia abbastanza “adulto” da saper sopportare la separazione dei geni¬tori. Vi possono essere in futuro delle sorprese, con de¬pressioni, disperazione e difficoltà di adattamento alla realtà. Se si tiene conto delle diverse sfaccettature della crisi puberale, sono vari i fattori che possono interferire durante la fase di crisi adolescenziale e che vanno a complicare lo sfaldamento del nucleo familiare. La perdita del padre può divenire una catastrofe, con conseguenze, a volte sotterranee, ma reali, circa il futuro della vita dell’adolescente.
Onestamente è difficile saper stabilire l’età “giusta” del figlio per la separazione coniugale. L’analisi del clima psicoaffettivo che è vissuto nel nucleo familiare, la relazione tra i due e le reazioni del figlio, possono essere considerati dei parametri per capire la situazione e decidere il da farsi.

La separazione – La decisione di separarsi è sempre un evento interno ed esterno all’individuo e coinvolge livelli di conflitto sia intrapsichici che interpersonali.
E’ un evento interno ed intrapsichico, perché il soggetto si trova di fronte alla rottura di una realtà, in cui erano stati investiti attese, ideali, affetti, valori. Il vissuto di fallimento accompagna la decisione, prima, durante e dopo la separazione, di chi decide e di chi la subisce. L’onestà con se stessi dovrebbe ammettere il falli¬mento di un ideale di vita coniugale.
La separazione è anche un evento esterno, perché coinvolge le persone e le famiglie d’origine e l’apertura ad una nuova eventuale relazione.
E’ interpersonale, perché oltre al coniuge sono coinvolti i figli con le loro risonanze emotive e differenti reazioni, i membri della famiglia allargata, talvolta gli amici e altre persone che hanno legami con loro.
All’interno di situazioni familiari disfunzionali i sentimenti si evolvono molto lentamente e spesso gli ex-coniugi e i figli vivono con immutata intensità sentimenti conflittuali, che si trascinano negli anni. Abbandonare o essere abbandonati sono due esperienze di¬verse.
Il consiglio che viene dato a chi si separa è quello di farsi aiutare da persone professionalmente preparate. Ciò potrà permettere di chiarire la situazione, di decidere con maggiore serietà e serenità, di arrivare anche finalmente a comunicare. Alcune volte i coniugi possono anche ritrovarsi e riprendere il cammino di coppia, tra difficoltà, ma con slancio e recuperare quello che pensavano di aver perduto lungo il cammino.
Occorre il coraggio di mettersi in discussione per saper cogliere il bene esistente, che va rinvigorito attraverso la capacità di sapere ancora prendersi per mano. Più di una volta mi è successo di seguire coppie in fase di separazione, la cui caratteristica coniugale era l’incapacità di comunicare. Di seduta in seduta avevano imparato ad ascoltare l’altro/a con le sue emozione e sentimenti. Più di una volta al termine del percorso d’aiuto si sono detti: “Peccato, proprio ora che stiamo comunicando e ci capiamo, ci separiamo”. Ciò diveniva la premessa per un equilibrato affido congiunto dei figli.
In lunghi anni di lavoro mi sono convinto che parecchie coppie risolverebbero i loro problemi se avessero il coraggio di affrontare fin dall’inizio un percorso di aiuto, senza aspettare che la situazione disfunzionale si consolidi.

Mi sembra che questa generazione si demoralizzi e abbandoni troppo facilmente la ricerca di un nuovo adattamento di fronte alle prime difficoltà di coppia. L’immagine che mi viene è la seguente: ciascuno dei due è fermo alla parte opposta di un ponte. Ognuno attende che sia l’altro a muoversi e ad andargli incontro, ma non si muove. Occorre, invece, che ognuno abbia il coraggio e la forza d’incamminarsi verso l’altro, altrimenti, con il tempo, si ritrovano a voltarsi le spalle, incamminati verso orizzonti diversi.
Ancora un appunto sulla separazione. L’esperienza mi conferma nella convinzione che oggi le donne quando hanno preso la decisione siano molto risolute e non si smuovano. Di fronte a una situazione disfunzionale attribuibile al marito, hanno pazienza e sopportano in attesa di cambiamenti, ma, una volta decisa la separazione, sono irremovibili. Gli uomini sono più possibilisti e forse un po’ ingenui e spesso si illudono di poter rientrare nella coppia, secondo la loro convenienza, a meno che non vi sia un’altra relazione soddisfacente in atto.

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CANTASTORIE

Cantastorie – Gilberto Gobbi –

Cantava per strada. Passava da una via all’altra. Si fermava quel tanto che le sue strofe bussassero ai vetri delle case, fino all’ultimo piano.
Si accompagnava con la chitarra. A tracolla aveva una piccola fisarmonica, che suonava solo a richiesta. Vi era qualche signora che lo richiedeva.
D’inverno e d’estate vi era la sua presenza per alcuni giorni, nei vari quartieri della città. Li passava tutti due volte l’anno. Poi scompariva, per offrire la sua presenza in altre città. Nessuno lo ha mai saputo. Arrivava, suonava per giorni, nelle varie vie, poi passava ad un altro rione e quindi di lui non si sapeva nulla.
Era lui che faceva l’offerta della sua presenza. Ciò che le persone gli davano in moneta riteneva che gli era dovuto. Lui dava presenza e loro dovevano dargli. Ma non lo faceva mai trasparire.
Lui non chiedeva nulla, solo che accettassero la sua presenza, la sua musica, i suoi stornelli. Ne aveva per tutte le occasioni e per tutte le persone. Per la nascita di un bimbo, per il lutto di una persona cara, per un imminente matrimonio e per le ricorrenze diverse. Sapeva che cosa suonare e cantare. Come se in anticipo preparasse il contenuto.
Era delicato, dopo le prime note e la prima strofa, chiedeva se gli fosse possibile continuare. Avuto l’assenso, iniziava con qualche arpeggio improvvisato, a cui seguivano le parole, sempre in rima. Era bravo. Le persone aprivano le finestre, ascoltavano, davano l’obolo e riprendevano le attività. Si godevano quei momenti di musica, che continuavano a canticchiare durante la giornata e i giorni successivi.
Arrivava sempre dopo le nove, girava nelle vie fino all’una. Poi si ritirava, in una via secondaria dove aveva parcheggiato la macchina, una vecchia automobile. Mangiava qualcosa, chiudeva gli occhi, si riposava. Riprendeva dopo le 15.30, perché i bambini e gli anziani dovevano riposare.
Ora non si sa in quale città stia offrendo la sua presenza.
Nel quartiere la gente lo attende, specialmente le persone sole. Perché lui è una presenza.

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Comunicare nella coppia: l’umanizzazione – Gilberto Gobbi –

Comunicare nella coppia: l’umanizzazione – Gilberto Gobbi –

Non c’è umanizzazione senza comunicazione. Per umanizzazione s’intende quel processo di sviluppo e di maturità che fa sì che il soggetto “nato da donna” sviluppi le potenzialità cognitive, affettive, relazionali, sociali e valoriali, che sono proprie dell’essere umano. L’umanizzazione comporta una serie di passaggi, tra di loro interdipendenti, costituiti dalle tensioni fisico-istintive di avere risposte ai bisogni primari, dallo sviluppo dei bisogni psicologici intrapsichici (dell’esserci, dell’accettazione di esserci), dalle espressioni e realizzazioni dei desideri, dal richiamo delle vette estetiche e dall’apertura alla trascendenza, come ricerca di senso e di significato della vita.
E’ un cammino che passa simbolicamente dal rotolone e dal gattonamento, attraverso fasi multiple, sino ad alzarsi a vedere il cielo e a contemplare le stelle e a immaginare ciò che può esserci al di là di esse; un cammino, che prevede l’accoglimento e il rifiuto dell’altro, e che accetta e contempla la vita e la comunica o la nega.
Non vi può essere crescita, sviluppo di umanizzazione, di identificazione e individuazione, senza comunicazione. La comunicazione è il tessuto dell’esistere, quindi mezzo e contenuto dei processi di crescita. I differenti modi di comunicare segnano i percorsi e le tappe della vita e le transizioni dei contenuti, che costituiscono i passaggi, i percorsi, gli arresti, le riprese, le regressioni, le nuove acquisizioni della crescita, della strutturazione e ristrutturazione della personalità.
Possiamo affermare che là dove ci sono persone, lì vi è sempre comunicazione. Non si può non comunicare: è un assioma, una constatazione, che ciascuno fa nella vita quotidiana. La presenza di persone comporta che vi sia comunicazione, cioè che tra loro passino dei contenuti, delle informazioni. In tal senso anche il silenzio comunica. E’ sempre comunicazione, anche se spesso mi sento dire dalle coppie in psicoterapia: “Tra di noi non c’è comunicazione”, o anche: “Vede, lui non comunica…”. Chiariamo: non è che non c’è comunicazione, ma è di un tipo che non piace o è diversa da quella che ci si aspetta. In molti casi si dice che non c’è comunicazione, per dire, invece, che non c’è comprensione, intesa, corrispondenza di idee, dialogo. E’ sempre comunicazione sia quella ritenuta “positiva”, sia quella considerata “negativa”.
Alcuni flash di vita quotidiana. Il ragazzo attende in automobile davanti alla casa di lei, che esce dal cancello, si apre la porta della macchina (è raro vedere un giovane o anche qualcuno meno giovane aprire la porta, far salire la persona e gentilmente richiuderla), si siede, non lo degna di uno sguardo, non risponde al ciao di lui e al tentativo di un bacio si scosta. La ragazza non ha proferito parola, ma il suo comportamento ha comunicato molto di sé nella situazione.
Camminiamo per strada, il marciapiedi è libero, quando una persona appare e occupa la parte centrale. C’è il rischio di scontrarsi. Lui non si scosta, viene diritto verso di noi; lo guardiamo, anche lui ci guarda e non si sposta. Noi scendiamo dal marciapiede e proseguiamo. Lo abbiamo guardato con occhi…
Una sera a tavola. Ognuno con lo sguardo nel piatto. Rumori di posate. Qualche furtiva occhiata. Uno dice: “Nessuno ha da dire nulla, questa sera?” Gli sguardi si incrociano, per ritornare sul piatto. Il silenzio è rotto solo dallo sbattere delle posate e dal trascinare delle sedie mentre qualcuno si alza.
I bambini con i loro comportamenti comunicano agli adulti, distratti nelle loro faccende o immersi nei loro discorsi. Vi è tra gli adulti la mentalità che il bambino, seduto a terra intento nel suo gioco, non segua e non capisca. Che cosa dice un bambino, in braccio alla mamma, intenta a parlare con una sua amica, il quale con le manine prende la faccia della mamma per girarla verso di sé?
Vi sono situazioni in cui marito e moglie camminano per strada, spingono il carrello al supermercato, si toccano, si guardano, si allontanano, si riavvicinano, comunicando emozioni, a volte positive, altre volte negative. I due non pronunciano parola, stanno in silenzio, ma l’espressione facciale, la vicinanza, la lontananza, il toccare, la postura, comunicano qualcosa di loro.
E’ l’esperienza a confermarci che ovunque vi sono persone presenti vi è comunicazione e vengono trasferiti dei contenuti tra l’uno e l’altro soggetto. Dobbiamo prendere atto che vi è sempre comunicazione anche quando la volontà non è esplicita. Comunque, vi è comunicazione tra i partner, poiché ciascuno, conoscendo il comportamento del coniuge, nelle sue più diverse articolazioni, e proiettando il proprio vissuto, dà contenuto significativo e comunicativo a gesti, posture, comportamenti, tono della voce, silenzi. La maggior parte di questa comunicazione “non esplicita” è presente e si attua con il tono della voce e col comportamento globale, che vengono percepiti e caricati di significati, al di là delle intenzioni del soggetto emittente.
Noi alle persone diciamo tante cose di noi senza rendercene conto. La conoscenza del comportamento del partner facilita nell’altro la comprensione del contenuto comunicativo. Occorre, però, tener presente che ciascuno filtra il contenuto dell’altro attraverso i vissuti del momento (stato d’animo), la storia personale e, nello specifico, attraverso un meccanismo molto presente nella relazione, la proiezione.
Il fenomeno psicologico della proiezione ci spinge a mettere qualcosa di nostro nel contenuto comunicatoci delle altre persone e, quindi, ad interpretare questo contenuto, che può modificare il significato originario espresso. In questo modo il messaggio, filtrato e interpretato attraverso la proiezione, può assumere un significato completamente rovesciato rispetto all’intenzione dell’emittente. Qualche volta ci è capitato di sentirci dire: “Queste sono cose tue, perché io non ho detto questo…!”
E’ un dato importante, di cui occorre tener conto e di cui avere costantemente coscienza, perché la proiezione e l’interpretazione, assieme ad altri fenomeni della comunicazione, causano disguidi, equivoci, conflitti nella comunicazione quotidiana.

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Pornografia: un fenomeno sottovalutato – Gilberto Gobbi –

PORNOGRAFIA: UN FENOMENO SOTTOVALUTATO – Gilberto Gobbi –

Non è inusuale che, in qualunque momento del giorno e della notte e in ogni luogo, vi siano adulti, maschi e femmine, adolescenti e anche bambinetti, intensamente assorti sul piccolo schermo dello smartphone o del computer. In questo stesso momento, milioni di persone sono davanti ad uno schermo profondamente occupati non nella ricerca di notizie e aggiornamenti culturali, ma coinvolti in scene pornografiche di varie provenienze. Secondo le statistiche, il sesso sembra essere al primo posto nelle ricerche su Google, in cui vi sono più di 4 milioni di siti sul sesso, che sono in costante aumento. Sempre secondo i dati, l’85% degli uomini e il 41% delle donne hanno ammesso di aver visitato almeno una volta un sito di natura pornografica. In più, un uomo su cinque e una donna su otto hanno confermato di aver visitato un sito porno durante il lavoro. Ancora, secondo YouPorn, uno dei siti più visitati, in testa alla classifica mondiale di frequentazione, vi sarebbero due città italiane: Milano e Roma. Secondo lo stesso sito, YouPorn, gli italiani lo avrebbero visitato 400 milioni di volte in un anno. Un altro dato impressionante: sembrerebbe che il 90% dei ragazzi dagli 8 ai 16 anni abbiano visto almeno un video porno su PC o smartphone.

Dare una definizione di pornografia, afferma Antonio Morra, uno dei maggiori conoscitori del problema “è piuttosto complicato dal momento che si presente sotto varie forme. Basti pensare ai cartelloni pubblicitari, alle vetrine dei centri commerciali alle riviste che si trovano alla cassa delle drogherie, agli spot televisivi, ai film. Persino la musica e la letteratura sono invase da contenuti pornografici”. Pornografia è una parola moderna, coniata agli inizi del XIX secolo, che deriva dal greco (porne = prostituta e graphè = scritto, documento; cioè, scrivere, disegnare prostitute). In sintesi, è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali effettuata in forme diverse, che ha come obiettivo l’eccitazione genitale. E’ importante sottolineare e chiarire che l’obiettivo è appunto l’eccitazione sessuale, divenendo così la concretizzazione delle fantasie erotiche, che si realizzano attraverso immagini, disegni, scritti, oggetti e altre produzioni. La pornografia va distinta dal concetto di arte, proprio per il suo fine principale, che è quello di indurre allo stato di eccitazione sessuale.

Internet è il mezzo più usato per la distribuzione e la fruizione del materiale pornografico, in quanto è disponibile ovunque e per chiunque, 24 ore su 24. Basta avere un PC o uno smartphone e il materiale è utilizzabile, sotto due aspetti: a) la condivisione con altri sia con un file di propria produzione e sia con immagini personali e b) l’uso di video pornografici, a pagamento o gratis. Questa possibilità interattiva ha facilitato relazioni porno tra agenti, l’esplosione della condivisione del genere amatoriale con quella di foto e video porno, come pure la diffusione di canali di distribuzione pornografica. Nessuno può ritenersi indenne alla pornografia, perché gli strumenti sono a porta di dito, per cui una persona può qualche volta incappare, senza volerlo, in siti pornografici, che sono bellamente in agguato. Va sottolineato che il 60% delle visite sono attraverso via mobile (smartphone).

Il fascino moderno della pornografia attraverso internet sembra essere caratterizzata da ciò che lo psicologo Al Cooper ha definito il Motore delle tre A, cioè, la pornografia à Accessibile, Anonima, Abbordabile.
1) Accessibile: oggi la pornografia è raggiungibile tramite computer, televisione, email e smartphone; non c’è bisogno di andare in negozio a noleggiare né in edicola ad acquistare, bastano pochi click. E’ immediatamente a disposizione e fruibile. Anni fa, quando appunto bisognava comprare riviste o noleggiare videocassette per vedere qualche nudità o delle scene hard, poteva intervenire la vergogna dell’individuo a frenare l’accesso al materiale pornografico.
2) Anonima: ciascuno può usufruire della pornografia senza che nessuno sappia nulla. Succede per gli adulti come per i bambini e gli adolescenti. I mezzi utilizzabili mantengono l’anonimato. Non vi è più la vergogna dell’acquisto del giornalino o della cassetta all’edicola. Il materiale è disponibile, in forma anonima: basta solo premere un tasto e si entra nel mondo della pornografia.
3) Abbordabile: una gran quantità di pornografia è gratuita e vi è possibilità di scaricare materiale senza alcun costo.
4) Vi è pure una quarta caratteristica: la pornografia è Accidentale, cioè in internet, anche attraverso ricerche innocue, non mirate, destinate ad altri argomenti, ci si può trovare in siti porno. Ed è quello che può succedere agli adulti come ai bambini di undici anni e agli adolescenti che navigano su internet con altre intenzioni.

Quale è la sorte che tocca alla stragrande maggioranza delle persone, maschi e femmine, che si lasciano gradualmente avvolgere dalla “rete”? Subiscono un lento processo psicologico, che può innescare un meccanismo ossessivo compulsivo, come ricerca spasmodica del piacere erotico attraverso le immagini. Perché, va ripetuto, la pornografia ha la funzione di eccitare sessualmente, portando alla masturbazione. Spesso la situazione viene vissuta con disagio e ansia e così la sessualità muta di significato e finisce per divenire una delle maggiori fonti di infelicità. Quando una persona entra in questa circolarità, il tempo dedicato alla pornografia tende a dilatarsi e viene vissuto e consumato in silenzio e solitudine. Una delle conseguenze psicologiche è che la frequentazione della pornografia allenta i freni inibitori.

Vi sono alcuni segnali che indicano con chiarezza che si è radicata una possibile dipendenza pornografica da internet: di norma, a mano a mano che passa il tempo nella frequentazione della pornografia, la persona diviene sempre più introversa, chiusa, mostra una certa ossessione nei confronti della sessualità. Per certi aspetti, il soggetto vive un blocco nello sviluppo della sua vita psicologica, soffre di un certo malessere generale e manifesta una crescente irritabilità. La dipendenza crescente si manifesta attraverso un costante aumento del desiderio di collegarsi ad Internet. Nel giovane uno dei danni più gravi della pornografia è che lo induce a pensare che l’altro, uomo o donna, sia sempre disponibile ai propri impulsi e desideri e voglia il piacere sessuale in qualsiasi circostanza.

Il circuito di ricompensa del cervello. Il cervello, che è il nostro organo sessuale principale, subisce uno degli effetti più nocivi del consumo della pornografia. Le neuroscienze ci aiutano a capire cosa accade neurologicamente quando un individuo è esposto a una serie di filmati hard. Semplificando, ecco cosa succede nel nostro cervello nel circuito di ricompensa.
Quando una persona è coinvolta in azioni che lo fanno star bene (come: mangiare, fare sesso, sperimentare una novità), si attiva il circuito di ricompensa, che viene stimolato da sostanze e comportamenti. Cioè, abuso di alcol, droga e pornografia accentuano la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore, che dà piacevoli sensazioni, provocandone un progressivo desiderio. Per esempio, quando un soggetto consuma pornografia e sperimenta il piacere sessuale attraverso la masturbazione, il suo cervello rilascia potenti ormoni e sostanze neurochimiche. L’effetto è che il cervello, come per qualsiasi droga, comincia ad abituarsi e a chiedere (esigere) immagini sempre più esplicite e differenziate per ottenere il medesimo livello di eccitazione. E’ comprensibile che da parte del soggetto la ricerca, pertanto, continui, anzi, si intensifichi.

I genitori e gli educatori dovrebbero domandarsi quale sia la situazione dei ragazzi di fronte al fenomeno della pornografia. I maggiori visitatori dei siti porno su internet si trovano nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, per il 77% maschi. Per ciò che riguarda i minori, purtroppo, le statistiche parlano che già a 11 anni iniziano a guardare porno online. Così, la prima esposizione alla pornografia è tra i 9 e gli 11 anni. Una ricerca in Italia ci dice che su 2533 studenti delle scuole secondarie, già il 5% era dipendente dalla pornografia. Roberto Poli, autore della ricerca afferma che: “Gli adolescenti sono biologicamente e psicologicamente più vulnerabili alle dipendenze. Il virtuale può essere una fuga e pone una serie di problemi, crea influenze negative sul rendimento lavorativo o scolastico, una tendenza all’isolamento dal mondo reale e una difficoltà nel gestire e limitare il tempo online”. Vi è pure il rischio che non vi sia un adeguato sviluppo della maturazione psicosessuale e di un carente funzionamento sessuale come conseguenza dell’uso eccessivo della sessualità online. Un sondaggio inglese sull’effetto della pornografia tra ragazzi dai 11 ai 16 anni, ha messo in risalto che il 53% è stato esposto a contenuti pornografici sulla rete, di cui il 28% già a 11 anni per la maggior parte tra le mura domestiche. Va detto che gli adolescenti guardano molta più pornografia di quanto i loro genitori e educatori si rendano conto. Va pure detto che l’atteggiamento dei ragazzi di fronte alle scene porno è: il 73% considera i video visualizzati come scene realistiche, per cui, con il passare del tempo, adolescenti e giovani tendono a mettere in pratica quanto visto nei video. In più, a quanto sembra, i ragazzi e le ragazze che usufruiscono della pornografia durante l’infanzia e l’adolescenza, sono destinati ad essere dei consumatori attivi nell’età adulta.

L’impatto che può avere la pornografia sui bambini e sugli adolescenti può essere sintetizzato nei seguenti aspetti, che hanno una profonda incidenza non solo della vita sessuale del soggetto, ma in particolare sulla concezione della vita e sul modo di affrontarla:
– viene facilitata una precoce attività sessuale, non corrispondente all’età psicologica;
– vi possono essere delle reazioni negative e traumatiche alla vista del porno, che lasciano delle tracce profondamente negative per la futura vita sessuale del soggetto;
– può esser attivata la convinzione che il migliore appagamento sessuale sia raggiungibile senza un legame affettivo verso il partner (cioè: il sesso per il sesso, attraverso la masturbazione);
– favorire la convinzione che sposarsi o avere una famiglia offra delle prospettive poco allettanti;
– dalla pornografia la donna, in particolare, viene presentata come corpo, con il suo sex appeal: quindi si avrà il corpo femminile come un oggetto da usare. Che cos’è un uomo e che cosa è una donna, per la pornografia? L’uomo è uno che sfrutta i corpi femminili, e la donna un corpo da sfruttare. Dalle ricerche in materia, sembra che gli uomini e le donne, esposti ai filmati pornografici, abbiano un minor appagamento durante la loro attività sessuale perché hanno la tendenza a paragonare il proprio partner con l’esecutore dei filmati; e, pertanto, tendano ad essere maggiormente attratti dall’idea del sesso occasionale e dall’adulterio; non solo, ma banalizzerebbero i crimini sessuali, compreso lo stupro. Gli stessi soggetti propenderebbero a stereotipare le donne, che sono solo desiderose di sesso e anche tenderebbero a usufruire di pornografia sempre più estrema ed esplicita.
Come si vede, l’esposizione alla pornografia ha effetti profondi sulla concezione della sessualità umana, caratterizzata dalla ricerca del piacere, sino ad arrivare alla dipendenza.

A livello generale, una corposa letteratura scientifica conferma che la continua fruizione della pornografia ha come effetto negativo un possibile alto rischio di sviluppare compulsioni sessuali e, quindi, la dipendenza dalla pornografia. Sintetizzando, le conseguenze più frequenti a cui nel tempo possono andare incontro le persone (giovani e meno giovani), che usufruiscono della pornografia sono:
– perdita di controllo sulle crescenti fantasie e comportamenti sessuali;
– aumento della frequenza e della intensità di pensieri e comportamenti sessuali nel corso del tempo;
– impoverimento della creatività, dell’intimità e del tempo libero;
– presenza di irritabilità e rabbia quando si cerca di smettere con i comportamenti sessuali:
– isolamento sociale (tempo intensamente occupato su internet);
– disturbi dell’umore;
– vi possono essere conseguenze negative più ampie a livello relazionale, fisico, finanziario, legale, ecc., legati ai comportamenti sessuali.
Si spera che nessun genitore sia soggetto nella dipendenza da pornografia, perché, volenti o nolenti, il suo comportamento inciderà sul clima psicoaffettivo che si respira in casa. In più, è compito dei genitori vigilare sull’uso indiscreto dei mass media da parte dei figli e utilizzare tutti gli accorgimenti, oltre che psicologici, anche tecnologici, affinché vi sia un impiego positivo e non negativo di questi strumenti.

Indicazioni bibliografiche
T. Cantelmi, E. Lambiase, Sesso patologico, eccessi, dipendenza e tecnosex
G. Cucci, Dipendenze sessuali online
E. Lambiase, La dipendenza sessuale
P. Mancino, Porno dipendenza
M. Menicocci, Pornografia di massa
A. Morra, Porno tossina
A. Morra, Pornoloscenza

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“LA MELA E’ UNA MELA”

“LA MELA E’ UNA MELA”, ANCHE OGGI?

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EMERGENZA BULLISMO – Gilberto Gobbi –

EMERGENZA BULLISMO – Gilberto Gobbi

Il bullismo sembra essere diventato un fenomeno dilagante. Presente, in forma più o meno seminascosta, in quasi tutte le scuole medie inferiori, non manca nelle elementari e nelle superiori. Anche se qualche insegnante afferma categoricamente che nella sua classe ciò non avviene, invece, sembra che non vi sia scuola in cui qualche ragazzo o ragazza sia soggetto a bullismo. E, a disconferma di tanti blateramenti sui media, non è così presente il tanto declamato “bullismo omofobico” o di genere (la cui presenza non va negata), mentre è più frequente quello generico, nei confronti di ragazzini/e che nulla hanno da vedere con la tendenza omosessuale, ma con caratteristiche psicologiche e sociali.
Molteplici sono le situazioni di bullismo, che mi sono state raccontate durante le sedute terapeutiche. Per esempio, una signora di 38 anni mi diceva che alle medie era sta bullizzata in particolare dalle sue compagne femmine, che non la volevano con loro, la denigravano, non la degnavano di un saluto e quando passava le facevano lo sgambetto. Questo in una classe di quarta elementare, comportamento proseguito poi anche alle medie: gli episodi si realizzavano in classe e continuavano anche fuori. Questa ragazzina non vestiva firmato, come le altre, ma abiti dismessi di una sua cugina.

Nei suoi confronti venivano attuati tutti i comportamenti violenti che caratterizzano il bullismo:
a) Offese, parolacce, insulti. In particolare, sappiamo quanto i ragazzi e le ragazze delle medie e anche delle elementari possano essere sadici (cattivi) nei confronti dei compagni che prendono di mira, come possono essere altrettanto carini e capaci di comprensione e compassione nei confronti di chi soffre.
b) Derisione dell’aspetto fisico. Sanno essere spietati nei confronti di chi non ha possibilità economiche e veste in modo trasandato e non di marca. La famiglia di questa signora, a causa di disgrazie e malattie, viveva nell’indigenza. Lei, pur essendo di bell’aspetto e molto carina, non poteva mettersi in mostra e sfigurava. Il minimo che le veniva indirizzato era: “stracciona”, le compagne non avevano limiti nel loro linguaggio.
c) Diffamazione.

La diffamazione viene usata per distruggere la sicurezza di base di chi è bullizzato. La signora veniva diffamata, spargendo la voce che, per raccogliere qualche soldino, si faceva toccare dai maschietti, che le davano qualche lira (allora vi era la lira).
d) Esclusione dal gruppo, emarginazione, nessuna considerazione delle opinioni. “Tacci tu, che sei tonta!” Essendo coinvolta in queste problematiche emotivamente castranti, rese pesanti dalla situazione familiare, in effetti, aveva un rendimento molto scarso, spesso non faceva i compiti, poteva far apparire un certo ritardo mentale, che le veniva costantemente accentuato da una compagna del gruppo, che tirava le fila della situazione bullizzante.
La ragazzina era incapace di difendersi e per la vergogna delle umiliazioni che subiva, non ne aveva mai parlato né a casa né agli insegnanti. Durante il racconto mi domandavo come fosse possibile che nessuno degli insegnanti si accorgesse della situazione e di conseguenza intervenisse. Per lei sono stati tre anni d’inferno. Era stata promossa con il minimo, e, contro tutti i consigli contrari dei professori, ha voluto frequentare una scuola media superiore di cinque anni, terminata con il massimo dei voti. Il riscatto vi è stato, ma non sufficiente, perché dopo anni e anni, le ferite del bullismo avevano lasciato le loro tracce.

Il bullismo consiste in comportamenti aggressivi ripetitivi, attuati da una o più persone nei confronti di una vittima incapace di difendersi. Come si vede vi è il bullo (una o più persone) che agisce aggredendo e il bullizzato, che nel ruolo di vittima subisce umiliazioni psicologiche e a volte fisiche, e, in alcuni casi, diviene il capro espiatorio delle aggressività del branco.
È un fenomeno che già può apparire nella scuola elementare nei confronti di bambini e bambine timidi, appartati, insicuri, che attraggono l’attenzione e l’aggressività di altri (uno o più), che scaricano su di loro le loro problematiche e disfunzioni psicologiche.

Vi sono dei fenomeni indicativi del bullismo e come genitore come posso rendermi conto se il figlio o la figlia è soggetto di bullismo. Vi sono dei comportamenti, che indicano che qualcosa avviene e che potrebbero essere indicatore di bullismo:
– Cioè, quando il figlio modifica abitudini, comportamenti, diviene come si dice “strano” e ha comportamenti diversi dal solito;
– disturbi continuati del sonno: difficoltà ad andare a letto e ad addormentarsi, con risvegli notturni con ansie e tensioni;
– disturbi alimentari improvvisi, soggetti a grandi scorpacciate o a inappetenze prolungate;
– mancanza di interesse per lo studio, facile distrazione, chiusure, pianti facili, modifica in negativo del rendimento scolastico;
– bassa autostima.
Questi sono fenomeni, che di per sé non necessariamente sono legati al bullismo, tuttavia la loro presenza dovrebbe essere di aiuto per comprendere che il figlio vive una situazione di profondo intenso malessere, per cui potrebbe essere soggetto al bullismo.

I bullizzati sono soggetti con scarso concetto di sé; persone, che tendono alla vittimizzazione, hanno una bassa concezione di sé, si sentono inadeguati di fronte a certe situazioni: divengono facilmente preda dei bulli presenti nella classe o in generale nella scuola. Quasi una situazione fatale. Divengono facilmente preda del bullo, che spesso appare come un soggetto con autostima, combinata a narcisismo e manie di grandezze. cioè, un soggetto, che tende a sovrastimare se stesso e ha bisogno di accettazione sociale, perché nel profondo è insicuro e necessita di farsi valere attraverso l’aggressività, prendendo di mira uno altrettanto insicuro, che diviene l’oggetto su cui scaricare le proprie ansie e problematiche psicologiche.

È determinante imparare ad osservare il comportamento dei propri figli per capire i fenomeni delle fasi di sviluppo e le eventuali problematiche che vivono. È altrettanto importante rilevare che il bullismo omofobico, come oggi viene chiamato, cioè quello perpetrato nei confronti di bambini o adolescenti con tendenze omosessuali, è meno di quanto si vuole far credere. In più, da anni si è sviluppato nelle ragazzine un profondo senso di protezione nei confronti di ragazzini gay. Gli stessi maschietti immersi in un diffuso pansessualismo, non tendono a bullizzare e dichiarano la loro tendenza sessuale. Vi sono dei casi sporadici nelle scuole inferiori, mentre, di norma, nelle superiori ciascuno bada a se stesso. Nelle medie il bullismo è particolarmente presente nei confronti di soggetti con alcune caratteristiche psicologiche, come si è visto sopra.

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